FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 55
maggio/agosto 2020

Cenere

 

CINQUE RACCONTI PER L'INFANZIA
DI TATJANA PREGL KOBE

(In cerca di un illustratore o di una illustratrice)

a cura di Jolka Milič



CHI RIPARERÀ LA LUNA?

All’imbrunire Sanja dovette andare
a letto. Strinse a sé Miro e Nina,
i gemelli di pezza che ogni sera
l’aiutavano ad addormentarsi.
La mamma e il papà spensero la luce
e le augurarono la buona notte. Poi
tutti e tre si misero a guardare
oltre la finestra la notte buia.

“Santo cielo”, esclamò Sanja,
“oggi manca mezza luna. Guardate un po’!”
“È vero!” disse Miro. “La luna
dovrebbe essere rotonda.”

Nina assentì con un cenno del capo.
Essendo Miro il suo gemello erano
sempre dello stesso parere.

“Che cosa facciamo?”
A Sanja venne voglia di piangere e se non avesse
accanto il mattacchione Miro, il suo lettino
sarebbe all’alba tutto grondante di lacrime.

“La luna deve essere grande e tonda per
poter sbirciare nei letti di tutti i bambini
e controllare se dormono sodo”, disse
allora anche Nina. “Quindi dobbiamo
trovarla e ripararla.”
“Ma come?” chiese stupita Sanja.

“Probabilmente”, venne in mente all’astuto Miro,
“qualcuno l’ha tagliata a metà e si è portato via
un pezzo. Ah, ah”, aggiunse ridacchiando.

“Sei proprio buffo”, disse Sanja divertita,
abbozzando un bel sorriso. “E che se ne fa
con mezza luna?” Miro incominciò a riflettere
e per un po’ di tempo rimase silenzioso e
meditabondo. “Lo so, lo so”, sbottò all’improvviso,
farfugliando con la sua boccuccia
disegnata con un pennarello.
“Voleva che la luna gli splendesse
proprio in casa. Si tagliò una grande
fetta e se la portò con sé rientrando.”

“Che ne dici”, gli chiese tristemente Nina,
“la riporterà indietro?”
“Oh, no, neanche per sogno”, disse Sanja.
“Dobbiamo andare a cercarla noi.”
“Da soli non la troveremo. Piuttosto dovremo
chiamare gli ometti aggiustaguai. Quelli che
di notte trovano tutti i giocattoli persi e li
rimettono al loro posto. E inoltre riparano
i balocchi ammaccati o guasti.”

“Pensi che possono veramente trovare e riparare
anche la luna?”
“Certo.” Miro ne era convinto, “La troveranno
di sicuro perché è luminosa.”
“E la aggiusteranno”, soggiunse prontamente anche
Nina.“Tanto hanno i martellucci e i chiodini.”
“E come faremo a richiamarli?” chiese Sanja
allarmata.

“Non preoccuparti, risolveremo noi questo problema.
Aiutano ai giocattoli e per questa ragione ubbidiscono
solo ai giocattoli”, le spiegarono i gemelli di pezza.
“Dormi pure tranquillamente e vedrai che la luna sarà
di nuovo grande e rotonda.”

Dopo un paio di giorni Sanja si ricordò della luna.
Prima di andare a dormire guardò fuori dalla finestra
la notte tenebrosa, in mezzo alla quale risplendeva
la luna, di nuovo grande e rotonda.

Titolo originale: “Kdo bo popravil luno?”
Casa editrice Edina, Ljubljana 2007


UNA MAMMINA PROPRIO AUTENTICA

Splendeva un sole smagliante e le pozzanghere
si stavano asciugando velocemente. I bambini
uscirono difilato nel cortile. Sanja e i due gemelli
di pezza, Nina e Miro, ascoltavano le loro grida
festosa.
“Usciamo anche noi”, propose Miro.
“Non possiamo. Dobbiamo aspettare che la mamma
e il papà tornino”, disse Sanja.
“Andiamo”, propose anche Nina. “Tanto torniamo
presto a casa! Non sapranno neanche che eravamo
fuori.”

“D’accordo”, disse Sanja, “ma a patto che mi ubbidirete.
Io sono la vostra mammina e alle mammine è necessario
ubbidire sempre.”
“Sì, sì, lo faremo!”, esclamarono entrambi all’unisono.
“È naturale!”
Si presero per mano e filarono nel cortile.

Non appena varcarono la porta d’ingresso, Miro non perse
l’occasione di raggiungere una pozzanghera che il sole
non aveva ancora prosciugato e guazzarvi dentro. Nina fece
altrettanto.

“Venite subito qui, monellacci”, li chiamò Sanja con tono
severo. “Che cosa mi avete promesso? Comportatevi come
si deve!”
Miro si fermò all’istante e coi calzoncini puliti si sedette su
un mucchio di sabbia: “Giochiamo qui!”
Anche Nina si fermò sedendosi con il vestitino pulito nella
sabbia: “Sì, giochiamo qui!”

“Eh, no, adesso esagerate”, andò Sanja su tutte le furie. “Siamo
venuti appena nel cortile e voi due siete già tutti sporchi e
inzaccherati. Non ci siamo messi d’accordo che andremo a
fare una passeggiata?”
“Io non ci vado”, s’impuntò Miro.
“Neanch’io”, pestò i piedi Nina.

“Prima giocheremo nella sabbia e poi andremo un po’ in
giro”, continuò testardo Miro.
“Stupendo! E dopo a gironzolare”, esclamò Nina.

“Non andrete da nessuna parte a gironzolare e non andremo
nemmeno a fare la passeggiata, dato che siete due sudicioni
e dei ragazzacci”, disse Sanja.

Prese per un orecchio prima Miro e dopo Nina e li riportò
nella sua cameretta. Era furiosa come sono furiose tutte
le mammine quando i loro bambini non ubbidiscono.
Fuori, nel frattempo, il sole ha asciugato ormai tutte
le pozzanghere, ma Nina e Miro dovettero starsene
tappati in casa per castigo l’intero pomeriggio.

Titolo originale: “Čisto prava mamica”
Casa editrice Edina, Ljubljana 2008


SE ALMENO FOSSE SEMPRE COSÌ

Il papà un giorno di primavera caricò Sanja e il suo fratellino
in macchina e insieme andarono a fare una gita. Naturalmente
partirono con loro i due gemelli di pezza Miro e Nina. Anche
se non si separavano quasi mai, a Nina talvolta piacerebbe avere
Sanja tutta per sé e giocare insieme a lei con le bambole. A Miro
invece di tanto in tanto piacerebbe dormire insieme al fratellino
di Sanja o rincorrersi con lui al campo dei giochi, dondolarsi
sull’altalena o arrampicarsi sui variopinti arrampicatoi. Ora
poteva solo seguirlo con lo sguardo.

Il fratellino non è salito mai così in alto sugli arrampicatoi
come gli è riuscito a farlo proprio adesso, con grandi sforzi.
"Bada a non cadere," gli gridò Sanja.
“Certo, sta’ molto attento!" Nina rincarò la dose.
Miro lo guardava, non senza paura, di sottecchi.

Ma ben presto il fratellino scivolò, cadde per terra e si
danneggiò un ginocchio.

"Santi numi," esclamò spaventato il papà, " dobbiamo tornare
subito a casa!"
Il figlioletto gli faceva tanta pena da trasportarlo in braccio
fino alla macchina. Miro e Nina si strinsero a Sanja, tenendo
gli occhi chiusi dalla paura.

A casa la mammina fasciò il ginocchio dicendo che non era
niente di grave. Però a Sanja e ai due gemelli di pezza pareva
molto grave. Dato che il fratellino non poteva neanche
giocare con loro, dovendo stare quieto quieto a causa del
ginocchio.

Miro prese Nina per mano e le disse qualcosa sottovoce.
Poi i gemelli, ognuno dalla propria parte, bisbigliarono
qualcosa nell’orecchio di Sanja. Infine tutti e tre insieme
uscirono.

Il fratellino, rimanendo solo, si stava chiedendo tristemente se
potrà andare ancora qualche volta nel campo dei giochi.

"Guarda un po’, che cosa abbiamo per te," entrò di corsa Sanja
con un gelato in mano. Con l’altra teneva la smilza manina di
Miro e quest’ultimo quella di Nina che rideva di gusto. Era
sempre molto soddisfatta se poteva rendere qualcuno felice.

"Baderete voi due a lui, finché io non torni?" domandò Sanja.

"Certo!" le risposero ad unisono. Sapevano che il fratellino
doveva riposare. Si sedettero su un lembo del guanciale
osservandolo da vicino. Miro si coprì la bocca con le mani
e mormorò nell’orecchio di Nina: "Non preoccuparti, presto
correremo tutti insieme e ci divertiremo un mondo."
"E tutto sarà a postissimo," gli fece l’occhiolino Nina.

Allora entrò nella stanza dei bambini la mammina
con una tazza di cioccolato al latte in mano. Attraverso
la finestra si sentiva il cicaleccio degli amichetti che
aspettavano con impazienza il permesso di venirlo
a trovare. Al fratellino piaceva immensamente essere
il centro dell’attenzione di tutti.

"Se almeno fosse sempre così," espresse di sera questo
pio desiderio.

I gemelli di pezza, che gli facevano compagnia prima
che s’addormentasse, lo sentirono.
"Comunque cercheremo di giocare più spesso con lui,"
propose Miro afferrando Nina per mano.
"D’accordo," acconsentì Nina, "ma adesso cantiamogli
una ninnananna!"

Quando Sanja ritornò il suo fratellino dormiva saporitamente.
Il copriletto, cosparso di nontiscordardimè, era quasi scivolato
dal lettino. Si mise in punta di piedi, sollevò le sue esili braccia
e ricoprì il fratellino. Teneramente, per non svegliarla, prese
con sé Nina, lasciando Miro accanto a lui fino al mattino.

Titolo originale: “Ko bi bilo vedno tako”
Casa editrice Edina, Ljubljana 2008


I DITINI POSSONO SBAGLIARE

In mezzo alla sua stanza Sanja sedeva
per terra. Si annoiava e con tutte e due
le mani sosteneva la sua triste testolina.
Il fratellino dormiva. La mamma in
cucina puliva e rassettava. Il papà
era ancora in ufficio.

Il papà torna a casa sempre troppo tardi
e non ha mai tempo di giocare.
“Non ho nessuno!” sospirò Sanja.

“E io allora?” protestò Miro da un angolo.
“E io allora?” le fece eco la sua gemellina
di stoffa Nina.
“Già, già,” replicò Sanja, “io però vorrei
avere il papà.”
“È in ufficio,” disse Nina. “Troppo tempo
è in ufficio.”

“Cosa dovremmo fare perché tornasse prima
a casa?”sospirò Sanja.
Poi si misero a riflettere tutti e tre. Dopo
un po’ Miro esclamò: “Lo so io!”
Spiegò il progetto e Sanja e Nina
lo applaudirono.

Il giorno seguente di mattina a colazione
Sanja disse al padre: “Paparino, ti prego,
mostrami l’orologio.”
Il papà spiegò ad entrambi come l’orologio
corre e lo diede in mano a Sanja. Poi andò
a lavarsi. Sanja spostò le lancette di un’ora
intera in avanti.

Il papà tornò dal bagno e si riprese l’orologio,
se lo mise al polso esclamando:
“Mamma mia, com’è tardi. Giungerò
in ritardo in ufficio!”
Sanja non disse nulla, continuando a bere
il latte. Il papà le diede un bacetto, anche
alla mamma e al fratellino, e filò via.

Quando Sanja tornò dall’asilo, il paparino
era già a casa.
“Oh,” disse, “oggi sei rientrata tardi, Sanja.”
“Oh,” disse Sanja, “oggi sei tornato presto
a casa, papà.”
Dopo aver mangiato il pranzo, il papà disse:
“Sanja, stamattina sei stata tu a spostare
le lancette dell’orologio che ti avevo mostrato?”
“No, papà,” rispose.

“Ehm,” disse il papà. “Il mio orologio era sempre
puntuale. Oggi però, quando mi indicò di andare
a casa dall’ufficio, tutti gli altri continuavano a
lavorare e quando arrivai a casa, Sanja non era
ancora tornata dall’asilo. E poi, ascoltando
la radio, mi accorsi che il mio orologio
avanzava di un’ora. Ehm, come mai?”
Sanja non aprì bocca. Miro guardava
dall’altra parte e pure Nina guardava
dall’altra parte.

“Davvero non sai niente?” le chiese di nuovo
il papà. “Sai, papà, a pensarci bene, probabilmente
sono stati i ditini della mia mano a spostare le lancette.
Io non so, ma forse sono stati loro. Cosa ne pensi,
paparino?” disse Sanja.
“Probabilmente sono stati loro,” disse il papà.
“Domanda loro.” Sanja pose la domanda ai ditini.
I ditini si misero a ballare.

“Dicono che sono stati loro,” precisò Sanja.
“Dicono che a loro piace se il papà viene prima
a casa per giocare con lui.”
“Ah, così,” disse il papà. “Piace anche a te
giocare con me?”
“Oh, sì, sì, paparino, sì!” gridò Sanja.

“Allora sei stata tu ad aiutare un pochino i ditini a
spostare le lancette?” chiese il papà.
“Solo un pochino,” annuì Sanja. “Non è vero
che adesso verrai sempre prima a casa?”
Il papà fece un cenno affermativo e accarezzò
i ditini di Sanja.
“La prossima volta però dimmelo tu,” le disse.
“I ditini possono sbagliare e non diranno quello
che vorresti dire tu.”

Titolo originale: “Prstki se lahko zmotijo”
Casa editrice Edina, Ljubljana 2008


IL PUPAZZO DI NEVE PIÙ BELLO

Una sera nella città di Sanja i fiocchi di neve
rallegrarono gli abitanti con la loro danza.
Cadevano allegramente sotto le finestre illuminate
facendo cenni d’intesa ai lampioni stradali. Si
rincorrevano nella luce dei fari delle automobili,
si appendevano agli alberi, salutavano i passanti
e saltellavano curiosi sul marciapiedi.

Accarezzavano anche qualche nasino per sciogliersi
alla fine sulle guance dei bambini che stavano
ritornando a casa.

«Perché la neve è bianca?» domandò Sanja alla
mamma, quando davanti alla porta d’accesso si
scrollavano i fiocchi di neve dai capelli.
«Non lo so,» disse la mammina.
«Perché mai non è, diciamo, rossa o rosa,»
cominciò subito a essere curiosa anche Nina.
«Oppure azzurra, verde o gialla,» si interessò
anche Miro.

«Dopo fuori non avremmo avuto il manto d’un
bianco niveo?» pensò tra sé la mamma. «È più
importante che possiamo fare palle di neve,»
disse a voce alta.
«Oppure qualcosa d’altro!» Era subito d’accordo
Sanja.

Di mattina Sanja, Miro e Nina nel cortile fecero
un pupazzo di neve. Invece del naso aveva
una carota gialla, invece del berretto gli piantarono
in testa una vecchia pentola che alla mamma non
serviva più per cucinare. In mano aveva una ramazza,
sul pancino invece i bottoni del vecchio cappotto
di papà.
Era così bello che tutto il giorno giocarono con lui.

Il giorno seguente splendeva un sole caldo e smagliante
e con i suoi raggi accarezzava il manto di neve.
«Dio mio, dov’è andato il nostro omino di neve?»
si chiedeva Sanja stupefatta, dato che era scomparso.
«Dove mai si è nascosto?» incuriosì Nina. Probabilmente
ce l’hanno portato via i bambini della via adiacente.

«Cerchiamo di ritrovarlo,» disse Sanja.
«Certo,» Miro era subito pronto. «Tu va a vedere dietro
la casa., Nina sul prato innevato davanti alla casa. Io
invece perlustrerò tutti i dintorni, laddove l’abbiamo
collocato.»

Allora vide per terra i grandi bottoni bruni, la ramazza,
la carota gialla e la vecchia pentola. Era tutto ciò che
rimase del pupazzo di neve, che dal gran caldo si era
squagliato.

Sanja era molto triste. Miro e Nina si scambiarono
un’occhiata e già sapevano esattamente cosa faranno.
Corsero nella camera dei bambini e lì cercarono
un grande foglio di carta e i colori. Si sdraiarono sul
soffice tappeto rosa e mentre disegnavano ridevano
di gusto, pieni di entusiasmo di aver trovato la soluzione.

Fecero il più bel pupazzo di neve, mai visto qualcosa di
simile. Quando venne Sanja nel suo angolino dei giochi,
l’aspettava appeso alla parete. Aveva proprio tutto quello
che deve avere un pupazzo di neve. Grandi bottoni, la
ramazza, la carota gialla e una vecchia pentola. Inoltre
indossava un lungo pastrano variopinto. La grande bocca
rossa era pertanto atteggiata a un largo sorriso.

Titolo originale: “Najlepši sneženi mož”
Casa editrice Edina, Ljubljana 2008


Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič




Tatjana Pregl Kobe
poetessa, saggista e critica d'arte slovena, è nata nel 1946 a Maribor e vive a Ljubljana. Tra gli altri, ha pubblicato una dozzina di libri sull'arte, più di dieci libri per l'infanzia e dodici raccolte di poesia: Nemira polno jabolko (Una mela colma d'inquietudine), 1986, 1997; Boginja mojih sanj (La dea dei miei sogni), 1989, 1997; Lahko se odmislim (Posso astrarmi), 1993, 2002; Ki boš spremenil podobo sveta (Che trasformerai l'immagine del mondo), 1988, 1994; Nekje potem daleč (Dopo chissà dove lontano), 1995, 2002; V kiklopinem očesu (Nell'occhio del Ciclope), 1997; Violina (Il violino), 2000, edizione bosniaca 2006; Zrela semena (Semi maturi), 2001, 2006, edizione spagnola 2008; Arabeska (Arabesco), 2005; Znamenja in sledi (Simboli e tracce), 2006; Porcelanaste sanje (Sogni di porcellana), 2007, edizione spagnola, 2008 e Škrlatne čipke (Trine scarlatte), 2008.
La silloge di haiku Zrela semena (Semi maturi) è stata premiata al Concorso internazionale di poesia Città di Salò nel 2006. Pubblicata anche in Italia nel 2008 da LietoColle, tradotta in italiano da Jolka Milič e col testo a fronte, questa raccolta è stata ritenuta la più bella silloge straniera anche al Concorso europeo di letteratura, via Francigena 2009. Nello stesso anno è uscita a Ljubljana anche la raccolta Nisi in si (Non sei e sei).

(foto di Urška Nina Cigler)

jolka.milic@siol.net