FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 55
maggio/agosto 2020

Cenere

 

UNA POETICA DELL’INFANZIA
Bambina mattina di Domenico Adriano

di Barbara Carle



Il primo libro di Domenico Adriano, La polvere e il miele, gravita intorno ad un motivo conduttore: l’infanzia. Lo stile conviene perfettamente al tema. È semplice, eppure compatto, incisivo ma naturale. La voce poetica è nata. Essa è ben distinta:
      Il cantuccio che mi vide bambino.
      Come il sole come un mattino.
      Vi giunge, talvolta, il beduino
      per la sua gemma di sale, l’ape
      operaia per il fiore maturo.
Chiaramente, nell’opera di Adriano l’infanzia è più che un semplice tema. Attraverso un percorso che ci può ricordare il grande Pascoli, un modo di essere esiste ma è raggiungibile solo attraverso la poesia. Come l’innocenza di Ungaretti, una condizione che il poeta cerca di realizzare, essa si libera dalle memorie degli adulti e dei padri. E come il primo Ungaretti, lo stile di Domenico Adriano si definisce con un’austera economia di parole. Tuttavia, a differenza dell’autore de L’allegria, Adriano possiede una vena recitativa, una palese naturalezza di stile che assomiglia ai bambini. Le sue poesie sembrano più semplici di quello che sono veramente. Tale modo è presente nei suoi quattro libri principali: La polvere e il miele, Bella e Bosco, Bambina mattina, e Papaveri perversi. E notiamo che ognuno ha un titolo binario fatto di due elementi. Ciascuno ha un sapore di fiaba. E in ogni libro un tema ricorrente è l’infanzia. Roberto Tortora ha felicemente commentato lo svolgimento del topos nel libro più recente di Adriano (Papaveri perversi. La poesia di Domenico Adriano, Ter Press, June 7, 2009). Qui viene combinato con altri grandi temi come l’Eros, la morte e la fantasia, ma conserva il suo posto centrale. Una specie di Icaro bambino spiega le ali sopra campi infuocati di papaveri. Questi fiori sono i custodi dell’infanzia e dell’integrità della vita: Nell’orrido nell’oro del torrente / si è lanciato per provare le sue ali.

Se dovessimo scegliere un libro che meglio rappresenti l’opera di Domenico Adriano, certamente sceglieremmo Bambina mattina. È il punto di arrivo degli altri libri e la cristallizzazione della sua visione poetica. Si capisce che il tentativo di creare delle poesie dal punto di vista del puer aeternus non è nuovo. Molti poeti hanno provato in maniere diverse. Leonardo Mancino ha raccolto queste ultime maniere in una bellissima antologia (Dov’è finito il gioco. L’infanzia nella poesia italiana del Novecento, Editoriale Sometti, pp. 166, 2002). Montale, Saba, Quasimodo, Sinisgalli, Sereni, Onofri, Govoni, Gatto, Ungaretti, Sbarbaro, Sanguineti, Rodari, Antonia Pozzi, Pasolini, Zanzotto, sono tra i poeti inclusi che hanno affrontato l’argomento (Si veda l’ottima recensione di Enzo Golino, Bambini in forma di poesia, La Repubblica, 12 ottobre, 2002). Con poche eccezioni ad esempio Antonia Pozzi (Il fratellino di quel bimbetto, / a due anni, è caduto in una caldaia d’acqua bollente: / in ventiquattro ore è morto, atrocemente), quasi tutti concepiscono l’infanzia come un Eden perduto che va recuperato e conservato in qualche modo (In Filosofia da Parole). Alfonso Gatto riassume tale slancio con il seguente distico giocoso ma acuto: il tempo perduto / è sempre incantato (L’assalto in Il Vaporetto, Nuova Accademia, 1963). La dimensione “ludica” di Gatto e le sue poesie magistrali sull’infanzia determinarono, almeno parzialmente, l’opera di Domenico Adriano. I due poeti rivelano una netta preferenza per le quartine e la rima baciata. Una dimensione giocosa e surreale esiste nelle loro poesie. Malgrado queste corrispondenze, Domenico Adriano si distingue attraverso il suo stile naturale e recitativo e il suo impiego più misurato delle rime pur evitando le trappole presenti nel topos dell’infanzia.

Bambina mattina è un libro di grande coerenza ed unità composto di 19 poesie che ruotano intorno al tema unico. Rodolfo Di Biasio ha rilevato la progressione poetica dalla concezione e un interno prenatale verso la nascita, il linguaggio e la luce del mondo esterno (Bambina mattina in America Oggi, 20 aprile, 2003). Sulle prime il titolo ci potrebbe far pensare a una esaltazione dell’infanzia, ma presto capiamo che il poeta mette a fuoco qualcosa di più profondo. Si tratta in modo molto originale di un’esaltazione materna della paternità con uno slancio verso la rinascita e il recupero. I miti, le fiabe, le riflessioni affiorano dalle pagine di questo splendido libro ispirato da una figlia appena nata, ma non limitato alla visione ristretta che un padre può avere della propria bambina. Ora il poeta vede il mondo attraverso gli occhi di lei. Adesso le sue poesie emanano un senso di meraviglia, di stupore e di invenzione:

      […] quella poesia
      l’abbiamo scritta insieme.

      Tamburelli ora con le dita
      […] forse chissà per suggerirmi
      del verso il giusto verso.

      […] d’ora in poi
      riconoscerò le mie poesie
      se avranno il tuo viso.
Riscopre la lingua attraverso sua figlia. Mentre il poeta rinasce con la figlia, ritrova i miti del posto che l’ha vista nascere (Roma e il Monte dei Cocci) e le fiabe della sua propria infanzia: Somiglia al figlio che correva dietro / a suo padre per boschi e per foreste. Così riesce a rinnovare e a recuperare. La figlia viene trasformata in figlio e il padre si rispecchia nella figlia. La realtà è magica carica di folletti, gnomi fatine che vivono con la madre maga. Nello stesso momento l’incanto è terrestre, ha la forza concreta del fuoco gioioso: Ora la legna è allegra […] arde. La bambina è fuoco e i genitori la nutrono mentre le sue fiamme accendono la famiglia di calore, vigore ed energia.

Domenico Adriano ha affrontato l’argomento più evidente e più difficile: scrivere sul proprio figlio. Tale impresa è irta di pericoli. Si può realmente evitare il sentimentalismo, non diventare preda delle proprie comprensibili emozioni? È veramente possibile? Pensiamo che lo sia, anche se tale conquista è davvero rara. Come indicano gli esempi appena citati, il poeta è riuscito a ricreare un’atmosfera unica e incantata in queste poesie, la cui magia viaggia attraverso le lingue.

Come ha potuto realizzare questa insolita opera? Prima di tutto, come abbiamo rilevato, adopera sempre un verso conciso ed economico. Anche le poesie sono sempre brevi e molto concentrate. Vanno tutte su una pagina e non oltrepassano mai due stanze. Vanno da 2 a 18 versi. Non troviamo eccessi, né sfogo di aggettivi e sentimenti. A differenza di poeti che insistono o esagerano con i ben noti suffissi come Carducci, (la pargoletta mano) Saba (favoletta, vesticciola, nuvoletta, letticciolo) o Sbarbaro (bambinetta), ce ne sono pochi nell’opera di Adriano: quattro su diciassette poesie contengono suffissi, né possiamo considerarli come tipici elementi stilistici. Se studiamo la poesia liminale, notiamo lo stile sobrio e misurato composto di pochi aggettivi e molti sostantivi e verbi. Questa poesia di 18 versi contiene 6 aggettivi, 14 verbi e 26 nomi. Questa poesia, come le altre del libro, è incisiva e concreta, mai sentimentale né enfatica. I suoi molti oggetti evocano forze antiche: la legna, la montagna, il camino, il fuoco, le reliquie. Queste cose stabili e robuste sono accompagnate dalle creature e le forze naturali: uccelli (soprattutto le rondini e i passeri), i cavalli, i topi, il vento, l’acqua, le tempeste, le foreste, i fiumi dentro una mattina incessante. Esiste la consapevolezza del buio e la lucidità quando il poeta ci ricorda quanto è facile per noi dimenticare i nostri propri inizi: Sei piccola e nessuno ti ascolta. Tali inizi sono una fonte possibile ed infinita di rinnovamento attraverso le forze della terra e della natura. Bambina mattina ci convince che il fantastico, l’illimitato, la meraviglia dell’essere non si trovano solamente nei nostri figli, bensì dentro di noi. La magia deriva da un fertile e continuo spostarsi di ruoli nel doppio specchio che riflette il passato insieme al futuro che ci aspetta in ogni mattina.


STORIA BREVE DI BAMBINA MATTINA
di Domenico Adriano

Bambina mattina, Il Labirinto (Roma, 2002, 2ª ed. 2005), è uno dei più piccoli libri della storia della poesia. Una prima stesura parziale fu pubblicata in Papà allo specchio, a cura di Luciana Marinangeli, Bompiani, Milano, 1999. Se ne innamorarono Gianfranco Palmery e la compagna Nancy Watkins, che vollero i disegni di una bimba di due anni per illustrare il volume rinunciando alle rinomate chine del nonno giapponese. Il libretto fu cucito a mano, in 300 copie numerate, + quelle con le lettere dell’alfabeto. L’autore ne ebbe 10 in omaggio, ne acquistò 40 per amici e critici e gli furono quasi interamente rubate dalla sua automobile (gli editori provvidero in forma di regalo a ristampare le copie distratte). Una versione in spagnolo, a cura di Emilio Coco, la si legge in “Salina”, n. 21, Universitat Rovira y Virgili, Tarragona, Spagna, 2005. È stato poi tradotto in esperanto: la stampa in corso si è interrotta per la morte dello studioso e editore Amerigo Iannacone. Un’edizione trilingue, per la cura di Barbara Carle e Michel Sirvent in francese e in inglese, è stata impressa da Ghenomena Edizioni (Formia, 2013) in 99 esemplari.


BAMBINA MATTINA – RISVOLTO DI COPERTINA (Edizione IL Labirinto)
di Gianfranco Palmery

Poesie per una bambina, accompagnate con disegni di mano della bambina medesima: potrebbe sembrare un gioco, una festa d’infanzia; ma il gioco è serio. Vi è una tale grazia e assolutezza, quasi orientali, in questi recenti versi di Adriano, da farne un delizioso, indimenticabile piccolo libro d’ore, carnale e profano – di una carnalità ricca di umori e odori e insieme levigata dall’astrazione. Le ore sono quelle della devozione a una nuova vita che si affaccia, cresce e occupa spazi e tempi in modo nuovo: le mattine ora sono sue, le stanze sono sue, la città stessa è sua, almeno dal Monte dei Cocci alla Sinagoga, conquistate, come chi la contempla e ascolta, dai suoi gesti e richiami e suoni iniziatici, via via fino alle frasi frante e buffe dei primi anni, quando, non più creaturina magica («“Un concentrato di folletti gnomi / fatine”, mormora tra sé la madre-maga».), diventerà, ancora albale e bizzarra, bambina mattina




POESIE DI DOMENICO ADRIANO
da Bambina mattina


*

«Anni, anni», a meno di due
anni risponde per dire
quanto è grande il suo amore.

«Anni, anni», mormora alla catasta
della legna, alla montagna
qui nella casa dove
siamo tornati a accudire il fuoco.

Lei è grande e insieme
piccola, e poi vola, mi passa
accanto con la mia fronte e anch’io
volo, incontro al padre con la fascina
di rami tra le braccia come un cibo.

Ora la legna è allegra
nel camino, arde con l’antica
lena delle dimore
che si chiamavano
fuochi, raccolgo
ogni mattina cenere e carboni
come reliquie…


*

Ancora non vede. Le mostro da una
finestra sull’Isola Tiberina
la Sinagoga, la informo
che molte sono le religioni del mondo.


*

«Un concentrato di folletti gnomi
fatine», mormora tra sé la madre-maga.
Il nostro tempo è guardarla,
ininterrottamente
con gli occhi interrogando
la sua buddità, per vedere
come possa vivere
cibandosi di viole.


*

Con un soffio lei tenta di dirci
delle cose, poi torna
di botto al suo silenzio
loquace, è così piccola
che noi stessi a volte confondendoci
la chiamiamo bimbo.

Somiglia al figlio che correva dietro
a suo padre per boschi e per foreste,
e soffiava soffiava senza emettere
suono, e provava e riprovava fino
all’abbandono, quando di nuovo
si faceva catturare dal fischio
melodioso del padre e dai nidi.
C’erano a quel tempo tanti richiami,
nei boschi più bui gli animali
aprivano sentieri infiniti.


*

Un merlo e molti gabbiani, a volte
qualche gracchiare di corvi
fanno il mattino mentre tu dormi.
Poi iniziano a passare, improvvisi
scrosci di piogge, i cavalli
con le carrozze che dormono
sotto il Monte dei Cocci e vanno
forse al porto, lì su Tevere dove
arrivano le navi
dal lontano Oriente cariche di oli.
Dormi, sorridi al sogno – grani e ori
al risveglio li troverai
qui nella nostra stanza… Sono
cavalli o sono topini
quelli che passano tutti i mattini?


*

Sono venuti di prima mattina
sul davanzale i passeri per dirci
che ieri li abbiamo
dimenticati. Tu non hai colpa,
anche se quella poesia
l’abbiamo scritta insieme.
Sei piccola e nessuno ti ascolta,
nemmeno chi parla di te – i passeri
pigolano piano – ma di certo
ucelletto come loro
tu li hai ascoltati da sempre
spigolare mattine.


*

La dottoressa Kos ci regalò
la tua fotografia di quando
non eri ancora nata. «Non vedete?»
quasi ci rimproverò,
«non vedete come suona bene la flauta?»

Tamburelli ora con le dita
sulla mia mano, come
per tenere un tuo segreto tempo,
o forse chissà per suggerirmi
del verso il giusto verso.


*

L’acqua non ti fa paura, sempre
sgorga pura dalla tua memoria:
così provi e di nuovo
e ancora ti immergi.
Anche
ti piace guardarla quando gioiosa
viene dall’alto nella via, agita
il tuo corpo e i campi.




Domenico Adriano
è nato a Coreno Ausonio (Frosinone) nel 1948. Si è trasferito a Roma nel 1965. Per un breve periodo ha insegnato nelle scuole elementari; dal 1976 al 1982 ha lavorato come libraio e editore nel quartiere di Testaccio. Iniziò a diffondere la poesia tramite il quotidiano «Lotta Continua». Per una storia dei poeti di ogni tempo e letteratura è stato poi titolare per «Avvenimenti» di una rubrica settimanale dal 1989 al 2000. Ha curato per lo stesso giornale diverse antologie: “E come potevamo noi cantare”, Poeti contro la guerra. Da Omero a Bob Dylan, 1991; “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”, Poeti contro il razzismo. Da Seneca a Primo Levi, 1993; “Un marzo di gran vento”, Poesie di donne da Saffo a Sibilla Aleramo, 1993; “Le parole ardenti”, Poesie di donne. Poesie d’amore (lette da: Lella Costa, Giuliana Lojodice, Walter Maestosi, Achille Millo, Paila Pavese, Galatea Ranzi, Rita Savagnone, Elena Viani), 1997. Insieme con Arnaldo Colasanti ha firmato per le Edizioni Crocetti: “Dall’alto del Gianicolo vedo i Castelli Romani”. (Poeti a Frascati 1959-2006)”, per raccontare il “Premio Frascati-Antonio Seccareccia” di cui è Presidente da più anni.
Dirige e ha diretto collane di poesia: insieme con Rodolfo Di Biasio, Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda. Con Tommaso Lisi ha scelto le poesie di Marcello Landi per una antologia che dovrebbe essere inevitabile: Malmenati orizzonti, L’Officina Libri 1982.
Ha pubblicato in versi: La polvere e il miele, L’Officina Libri 1977; Nove, Il Leone Editore (nove poesie, tirate in 40 esemplari per i quarant’anni dell’autore); Bella e Bosco, Stamperia dell’Arancio 1995 (Premio Libero de Libero); Bambina mattina, Il Labirinto 2002, 2ª ed. 2005 (in inglese e in francese, per la cura di Barbara Carle e Michel Sirvent, Ghenomena 2013, 3ª edizione numerata da 1 a 99); Papaveri perversi, Il Labirinto 2008; Dove Goethe seminò violette, Il Labirinto 2015, 2ª ed. 2016. Anna sa è un libro d’arte, con cinque “frammenti”, stampato a mano in 50 copie per i tipi de Il ragazzo innocuo da Luciano Ragozzino. Nel nome di Libero de Libero gli è stato assegnato nel 2018 il Premio “Solstizio” alla Carriera.

(Foto di Dino Ignani)

carleb@csus.edu