FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 58
luglio 2021

Amici & Avversari

 

AMICI E AVVERSARI

di Armando Santarelli



“Amici & Avversari” è il titolo di questo numero di Fili d’aquilone, e un pensiero mi viene subito in mente: la difficoltà di allacciare e mantenere vere amicizie, e, all’opposto, la facilità di percepire gli altri come avversari, come antagonisti. Non c’è dubbio che questo secondo sentimento abbia una base biologica: siamo animali, e dall’inizio dei tempi abbiamo dovuto competere per il cibo, per lo spazio, per il partner. Non solo le tragedie della Storia, ma le difficoltà, i contrasti che viviamo ogni giorno non fanno che confermare un’impressione che ognuno di noi si porta dentro: siamo nati per guardarci con sospetto, per darci fastidio l’un l’altro, per competere.
È anche vero che, a meno che non si sia paranoici o persone disturbate, noi tendiamo a ridurre le possibilità di confliggere con gli altri; un antagonista costituisce un ostacolo, una preoccupazione, e può trasformarsi in un vero e proprio nemico.

In certi ambiti, tuttavia, ritrovarsi ad avere dei competitori è quasi scontato. Abbiamo tutti degli avversari, e sono le persone che fanno le cose che facciamo noi: il chirurgo sente come avversario un altro chirurgo, l’idraulico teme e parla male del collega idraulico, il proprietario di una palestra sminuisce la professionalità del titolare della palestra vicina. Atteggiamenti chiaramente connessi con il sentimento più diffuso e inestirpabile nell’animo umano: l’invidia, che Emil Cioran considerava un umore dalla base fisiologica, “il sentimento più naturale e anche il più universale, visto che perfino i santi si sono invidiati fra di loro”.

Non volendo essere tacciato di reticenza, esprimo il mio punto di vista sulla faccenda: non solo evito di farmi dei nemici (anche se, dicendo e soprattutto scrivendo quello che pensavo, qualcuno me lo sono fatto) ma nella vita ho avuto anche pochissimi avversari. Gli unici che considero tali (avversari nel senso che li avverso, li ho quasi sempre in antipatia) sono i potenti. Quali? Tutti, o quasi tutti. Perché? Perché arrivare al potere senza essere arroganti, egoisti, furbi, cinici, è impossibile; perché si abituano a pensare di avere sempre ragione; perché sono incapaci di chiedere scusa. Si mettono mai in discussione persone come Vespa, Sgarbi, Cacciari, Scanzi, Grillo, Salvini e compagnia bella? Non parlo solo di personaggi noti; infatti, come si può non provare sospetto, avversione, sfiducia, per i tanti illetterati che sono arrivati in Parlamento? Ignoranti, falsi, inutili. Non appena aprono bocca, sai già cosa diranno: non si vergognano minimamente di ripetere concetti banali, di mentire, di fare annunci a getto continuo, di dare una pessima immagine di sé e del Paese che “rappresentano”. Volete un ritratto emblematico della classe politica italiana degli ultimi decenni? Eccolo: sono cinquant’anni che imprenditori, analisti politici, economisti, osservatori stranieri, professionisti, semplici cittadini, lamentano che siamo il Paese più burocratizzato del mondo, letteralmente strangolato da leggi, vincoli, permessi e controlli di ogni genere, certificazioni, attestazioni e autodichiarazioni, tasse, accise e balzelli assurdi, marche da bollo… Il risultato? Tutto come prima! Lavoro in un Comune da 34 anni, e potrei citare migliaia di esempi. L’ultimo: per spostare un palo dell’ENEL da un angolo del paese a un terreno adiacente, i documenti richiesti e prodotti hanno riempito un faldone alto venti centimetri. Più in generale: volete recintare la vostra proprietà con un muretto alto un metro e cinque centimetri? Oltre la SCIA, vi dovrete preoccupare del vincolo idrogeologico, del vincolo paesaggistico e dell’antisismica! In ogni caso, non riuscirete a ultimare le pratiche prima di un anno, un anno e mezzo…

Venendo a parlare del sentimento dell’amicizia, il pensiero corre immediatamente a due tra i più profondi indagatori dell’animo umano, il Duca de La Rochefoucauld e Marcel Proust.
François de La Rochefoucauld, autore delle celebri Maximes, si diceva convinto che il sentimento dell’amicizia rientrasse in quello dell’amor proprio, e scriveva: “Non possiamo amare niente se non in relazione a noi stessi, e quando a noi stessi preferiamo i nostri amici non facciamo altro che seguire le nostre inclinazioni e il nostro piacere”. E tuttavia queste riflessioni non turbavano affatto i sentimenti che il grande memorialista provava verso gli amici; i suoi biografi ci informano che, dopo aver analizzato nelle Maximes tutti i possibili equivoci dell’amicizia, La Rochefoucauld non rinunciava a praticarla nella vita, smentendo la teoria coi fatti. “Amo i miei amici”, scriveva nel suo autoritratto, “e li amo in modo tale che non esiterei un solo istante a sacrificare i miei interessi ai loro”.

Marcel Proust parla dell’amicizia in diversi brani della Recherche. In All’ombra delle fanciulle in fiore, il narratore riferisce ciò che era stato “stabilito” in tema di amicizia con il suo amico Robert de Saint-Loup, ovvero che sarebbero diventati grandi amici per sempre. “Saint-Loup”, scrive, “parlava della nostra amicizia come di un qualcosa di importante e delizioso che esistesse al di fuori delle nostre stesse persone, e che egli non tardò a definire – fatto salvo l’amore per la sua amante – la più grande gioia della sua vita”. Ma è un sentimento, quello di Saint-Loup, che provoca al narratore una specie di rimorso; infatti, egli è consapevole di avere un buon amico, ma il piacere che gli deriva dall’amicizia non lo soddisfa, perché il bene che gli è più connaturale è quello che estrae da se stesso, e tramite il quale porta alla luce le verità e le profondità del suo animo.
Proust esplicita il concetto più avanti: “Mi sentivo capace di esercitare le virtù dell’amicizia meglio di tanti altri (perché avrei sempre anteposto il bene degli amici agli interessi personali cui altri restano attaccati e che per me non avevano valore), ma non di ricevere gioia da un sentimento che, anziché accrescere le differenze fra la mia anima e quella altrui – differenze quali ne esistono fra le anime di ciascuno di noi – fosse tale da cancellarle.”

Il tema viene ripreso magistralmente nella Parte di Guermantes: “Ho già detto – ed era stato, a Balbec, proprio Robert de Saint-Loup ad aiutarmi, assolutamente suo malgrado, a prenderne coscienza – quel che penso dell’amicizia: ch’essa è, invero, così poca cosa, da rendermi arduo capire come uomini di qualche ingegno, per esempio un Nietzsche, abbiano potuto commettere l’ingenuità di attribuirle un certo valore intellettuale e, conseguentemente, di rifiutarsi ad amicizie cui non fosse connessa la stima intellettuale (…) A Balbec, ero arrivato al punto di trovare il piacere d’intrattenermi in svaghi con fanciulle meno funesto alla vita intellettuale – cui, d’altronde, rimane estraneo – che non l’amicizia, il cui sforzo consiste esclusivamente nel farci sacrificare l’unica parte reale e incomunicabile (se non per mezzo dell’arte) di noi stessi a un io superficiale, che anziché trovare, come l’altro, gioia dentro di sé, prova una confusa commozione nel sentirsi sostenuto da puntelli esterni, ospitato in un’individualità estranea dove, felice della protezione accordatagli, fa rifulgere in approvazione il proprio benessere, e va in estasi di fronte a qualità che chiamerebbe difetti, e cercherebbe di correggere in se stesso. D’altra parte, coloro che disprezzano l’amicizia possono essere, senza illusioni e non senza rimorsi, i migliori amici del mondo, così come un artista che porta in sé un capolavoro e sente che sarebbe suo dovere vivere per lavorare, ciononostante, per non apparire o rischiare di essere egoista, dà la sua vita per una causa inutile, e con tanto maggiore ardimento quanto più disinteressate erano le ragioni per cui avrebbe preferito non darla”.

Proust, sull’amicizia, ci ha lasciato pensieri penetranti e sinceri; ma sullo stesso tema anche Nietzsche ha detto cose straordinarie. In Così parlò Zarathustra, il filosofo scrive: “Non vi insegno il prossimo, bensì l’amico. (…) Nel proprio amico bisogna avere il proprio miglior nemico. Devi essergli più che mai vicino col cuore quando lo avversi”. E ancora: “Nell’indovinare e nel tacere l’amico deve essere maestro: non tutto deve voler vedere. (…) Sei aria pura e solitudine e pane e medicina per il tuo amico? C’è chi non sa spezzare le proprie catene, eppure per l’amico è un liberatore”.

Insegnare – e dunque imparare – l’amicizia? Sì. Le religioni e le tradizioni spirituali insegnano ad estendere l’amore a tutti; ma è difficile tener fede alle promesse che facciamo in nome della fede, così come è difficile sentire un obbligo morale verso l’intera Umanità. Invece, l’affetto verso un amico è fatto di sostanza, viene espresso e messo alla prova ogni giorno, e perciò si nutre di tempo, verità, lealtà, e a volte autentica nobiltà d’animo, come quando all’amico perdoniamo un torto che, in quanto tale, non avrebbe dovuto farci. Diamo ragione ad Aristotele – che definiva l’amicizia ‘un’anima sola che abita in due corpi’ – quando ci educhiamo a costruire l’amicizia, traguardo che è alla portata di ogni essere umano.
Dunque, non è certamente un io superficiale quello che raccoglie e mette in atto le virtù dell’amicizia; e d’altra parte l’amicizia, anche quella fondata su una grande affinità e reciprocità, non tende a cancellare le differenze, ma a confrontarle, ad abituarci al dialogo, alla comprensione, alla composizione degli interessi.

La philia greca, la grande realtà di dare e ricevere senza interesse, senza invidia: non è soltanto il caso dell’amicizia ideale di Achille e Patroclo, o di quella vera e immortale di Montaigne per Étienne de La Boétie; è possibile per ognuno di noi. L’amicizia – meno problematica dell’amore – è forse il maggior bene della vita. E per quante definizioni e spiegazioni vogliamo darne, credo che tutti possiamo convergere sulla semplice, splendida osservazione di Jacques Marquet de Norvins, vissuto ai tempi di Napoleone, di cui fu storico e biografo: “L’amicizia è necessaria alla felicità di un’anima sensibile”.


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