FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 58
luglio 2021

Amici & Avversari

 

BRINDISI E MANICARETTI

di Ricky Gary



A diciannove anni l’aveva già deciso.

Ogni volta che ricordava la felicità della sua infanzia, veniva dietro il ricordo della sua angosciata adolescenza. Non poteva evitare la lacerazione. Era stato testimone, dentro e fuori della sua famiglia, di malattie, decadenza e deterioramenti che screditavano la vecchiaia. La vedeva incombere su di lui; e patire una simile miseria gli causava terrore.

La soluzione era il suicidio; se non aveva scelto quando nascere, aveva il diritto di scegliere quando morire.

Stabilì una data: cinquant’anni. Come scadenza lontana – dalla sua prospettiva giovanile –, il tempo era sufficiente. E così lo ripeteva ai suoi amici. Questi all’inizio non ci facevano gran caso e supponevano che la teoria del suicidio fosse soltanto un atteggiamento stravagante; ma data la sua insistenza finirono per pensare che faceva sul serio. Con la sua autorità era riuscito a fare di loro una banda di accoliti sottomessi, che arrivarono a considerare la sua idea meno strampalata di come era sembrata all’inizio. Erano troppo immaturi per capire che la sua mente stava configurando un piano ben definito.

Finanziava feste notturne, serate con musica e ballo, gite e ogni tipo di intrattenimento. Ogni tanto qualcuno rammentava scherzosamente “il passaggio a miglior vita del leader” e tutti gli altri stavano al gioco come fosse stata un’altra delle sue arguzie.

Ma dentro di sé l’ossessione continuava a prendere corpo.

La sua proposta consisteva nell’organizzare una festa a casa sua con le persone più vicine a lui e più scelte, e la notte del suo compleanno sarebbe stata quella del suicidio.

Ci sarebbero stati brindisi e manicaretti.

Voleva che bevessero, ridessero, cantassero e che l’accompagnassero fino al momento del congedo. Dopo si sarebbe ritirato da solo nella sua camera da letto per autoeliminarsi e la festa sarebbe andata avanti senza di lui.

Il resto erano semplici procedure funebri.

La cosa fondamentale era non morire da solo e non dover nascondersi per farlo. Aveva bisogno della complicità dei suoi amici, gli unici che potevano capire la sua volontà di essere accompagnato durante il macabro rituale e di non interromperlo.

Gli amici teorizzavano su quello che lui stava combinando e ammettevano che, seppure alquanto strambo, era anche parecchio ragionevole. La questione – commentavano tra di loro – era poter analizzarlo da un punto di vista filosofico.

Quella piccola cellula, quasi una setta in miniatura, a volte invasa dal dubbio, cominciò a poco a poco a sentirsi contaminata da una cattiva curiosità: cosa si poteva sentire partecipando a una esperienza tanto eccentrica? Anche se, naturalmente, era possibile a un certo punto far fallire il sinistro programma. Senz’altro qualcuno all’ultimo minuto avrebbe potuto correre a salvarlo…

Almeno questo immaginavano loro.

Tra diffidenze e cavillazioni, ci sono stati diversi disertori che a fase scaglionate decisero di allontanarsi dal gruppo, di nascosto e con una brutta sensazione di vigliaccheria.

Il futuro suicida si avvicinava alla sua maturità senza problemi di nessun tipo, eppure, anche così, non rinunciava al suo obiettivo. Era tenace nell’orchestrare il tragico finale. Era davvero paradossale, dato che tutto nella sua vita filava bene come se un olio invisibile stesse lubrificando gli ingranaggi.

Questo lo fece decidere di prolungare la scadenza dai cinquanta ai cinquantacinque anni.

Davanti a Dio, se era vero che esisteva, sacrificare la sua vita e disprezzare la salute era offensivo. C’era tanta gente sulla terra che pregava per averne un pizzico…

Ma le sue convinzioni si affermavano sempre di più.

Quanto al “tema dell’amore”, non si era mai permesso di provarlo. Soltanto alcuni corteggiamenti pseudoromantici, cercando sempre di non mettersi insieme con una femmina del gruppo; questo avrebbe spaccato l’unità. Qualcuna delle sue fugaci avventure era stata più intensa delle altre, mai però abbastanza da sentirsi più coinvolto del dovuto, da perdere il timone e alterare la rotta. Per qualche ragione, il suo rapporto con le donne non trasmetteva sicurezza. La passione svaniva, loro si davano per vinte e lui tornava alla cerchia degli amici dove si muoveva senza pressioni e con assoluta disinvoltura.

Era privo di istinto paterno, e questioni come matrimonio e prole lo lasciavano indifferente. Era rimasto orfano a ventiquattro anni e non aveva nessuno di cui prendersi cura. Non aveva neanche fratelli né parenti stretti, e nemmeno vicini a lui.

Non si lasciava dietro cose importanti. Non si era creato degli impegni e non avrebbe lasciato faccende in sospeso.

Tutto era sotto controllo in quella vita incentrata sulla morte.

Man mano che la data si avvicinava, la piccola setta subiva perdite allarmanti. I vecchi membri ancora disponibili si dimostravano restii a partecipare in una vicenda che non era più motivo di intrattenimento ma di brivido. In forma naturale, uno dietro l’altro si arrendevano, e così, per neutralizzare ulteriori ripensamenti e tessere una rete più fitta, rinviò la festa di altri tre anni. Aspettare fino ai suoi cinquantotto gli avrebbe procurato dei vantaggi.

Quella che resisteva di più era la giovane alla quale, per la sua dedizione un po’ servile alle attività del gruppo, chiamavano mordacemente “l’assistente”. La sua timidezza e la sua insicurezza offuscavano il suo fascino. Chiedeva il permesso per ogni cosa e si faceva in quattro per fare dei piaceri. Forse era il prezzo che lei stessa si costringeva a pagare per sentirsi inserita e protetta. A nessuno importava la sua vita fuori da lì e nessuno voleva conoscere la sua intimità.

Il suo grande difetto era non riuscire a nascondere la debolezza che provava per il capo né trattenere la voglia di varcare la barriera che lui frapponeva. Era diventata il bersaglio degli scherzi.

Il leader, malgrado le sue regole “non interventiste”, per un’imperdonabile distrazione si lasciò trascinare dalla tentazione di attaccare una preda tanto facile per le sue reti erotiche. Una volta soddisfatto il capriccio, recuperò la solita autorità, considerò l’avvenuto come “uno scivolone che non sarebbe dovuto accadere” e ordinò a tutti di cancellarlo dalla memoria. Così è stato fatto e nessuno ascoltò più le confidenze dell’assistente quando lei aveva bisogno di sfogarsi parlando del suo amore fallito. Il leader si odiava per aver trasgredito i limiti. Giurò di non incorrere mai più in una simile goffaggine e continuò a trattarla come se non fosse successo nulla.

L’accordo era imminente e man mano che la data si avvicinava si sentiva che nuovi dissidenti avrebbero ridotto ancora il numero dei volontari. E di fatto il gruppo rimase ridotto a tre, una cosa davvero deludente per un potenziale suicida che aveva trascorso la maggior parte della sua vita a preparare una spettacolare chiusura di sipario.

Tuttavia, per nulla al mondo avrebbe cancellato la festa. Comunque fosse andata, ci sarebbero stati brindisi e manicaretti per tre commensali: due soci e l’assistente. Non gliene importava, perché anche se non era esattamente quello che aveva sognato, l’assomigliava. Inoltre gli spettatori non sarebbero mancati.

Curioso era che quasi sul punto di “partire” avesse potuto scoprire quali erano i veri amici leali che lo assecondavano.

Anche se dopo… da tre sono diventati due. L’assistente si era tirata indietro.

Nel pomeriggio del compleanno telefonò mortificata per spiegare che non era capace di sopportare quell’incubo, l’orrore di appoggiare e di presenziare una morte così arbitraria. Il suo coraggio non arrivava a tanto. Non ci sarebbe stata.

Nessuno cercò di farle cambiare idea.

Quella sera si riunirono i tre uomini.

Nessuno rideva.

Nessuno cantò.

Fecero dei brindisi senza sapere né perché né alla salute di chi. C’era un tavolo pieno di manicaretti che non assaggiarono nemmeno… Erano lì tutti e tre, disorientati, fingendo normalità di fronte a un patetico simulacro di celebrazione. Rimasero insieme per un tempo che sembrava un’eternità senza sapere di cosa parlare o cosa dire.

Alla fine, a mezzanotte, il padrone di casa si alzò e i due ospiti, sempre in attesa, lo imitarono. Si scambiarono in silenzio eloquenti sguardi. Il “quasi defunto” ricordò loro che per nessuna ragione la festa si doveva interrompere. Loro annuirono chinando la testa. Lui chiuse gli occhi per qualche secondo, li strinse in un abbraccio forte e breve, si girò dolcemente sui tacchi e si avviò solenne verso la sua stanza.

I due commensali rimasero soli con i loro dubbi, rassegnati a vegliare sull’agonia in cui dietro parola d’onore non dovevano interferire.

Non sapevano quale sarebbe stato il metodo per completare la cerimonia funebre. Giravano per il salotto come ingabbiati. Si sedevano, bevevano caffè, tornavano a girare incerti, fumavano, guardavano gli orologi controllando l’attesa, uscivano in terrazzo per aspirare un po’ d’aria fresca e per allentare la tensione, entravano, si buttavano pensierosi sulle poltrone, e così lasciarono passare più di due ore esasperanti.

A un tratto, tre colpi secchi sulla maniglia della porta urtarono la quiete. Aprirono e sorpresi fecero entrare l’assistente. Prima si era estromessa ma ora si presentava con il viso sconvolto e una domanda da fare: «Come avete permesso che le cose siano andate così lontano senza reagire prima e senza intervenire in una situazione così demenziale?».

La guardarono stupefatti come se lei, con uno schiocco delle dita, li avesse svegliati dall’ipnosi. Sembrava trasfigurata e non la stessa persona, quella di una volta, “l’assistente”, “quella che chiedeva permesso per ogni cosa”…

L’indignazione arrossiva i suoi occhi. Aveva trascorso la sua vita a soffocare il suo temperamento per paura del rifiuto e della solitudine, lottando a oltranza per essere accettata nel gruppo, e dopo per riconquistare la sua malconcia dignità. Ma ora vedeva quello che stava per consumarsi come una vera follia. L’intera struttura puntellata in passato ora stava crollando. Per la prima volta da quando era entrata nella setta aveva deciso di disubbidire, di dare sfogo alla sua veemenza e di agire per conto proprio. Fece un respiro profondo e in uno scatto imprevisto perfino per lei stessa corse verso il corridoio, salì per le scale, entrò nella stanza del leader e chiuse la porta.

I due uomini maledissero l’essere stati così pusillanimi da farsi annullare da questa persona che solo ora, improvvisamente, vedevano come un mostro esibizionista e manipolatore. Avevano ubbidito ciecamente alle sue istruzioni malgrado – ora risultava chiaro – non fosse mai stato sano di mente.

Eppure rimasero fermi.

Trascorsi alcuni minuti lei ricomparve.

Con un’espressione incerta, le prime parole che pronunciò titubante, in un sussurro, furono:

- La stanza era vuota… deserta… E la finestra che dà sul terrazzo e sulla scalinata che scende in giardino era spalancata. Di lui non c’è traccia e sul letto, accanto a una pistola, ha lasciato una lettera.

La portava in mano…

I due uomini si lasciarono cadere sulle poltrone, terribilmente sconcertati, senza chiedere nulla… Lei si sedette, e con voce tremula chiese:

- Volete che vi legga la lettera?

- Ovvio - rispose uno dei due.

- In questo momento quello che più desideriamo è sapere cosa ha lasciato scritto.

- Cosa dice? - aggiunse il primo.

Lei fece un profondo respiro, sospirò e cominciò a leggere:

«Amici miei:

Non avrei mai immaginato che il terrore poteva paralizzarmi.

Non ho osato morire adesso, come prima non ho osato vivere.

Scelgo di andare avanti, sì, ma in un altro posto e senza testimoni del mio fallimento.

Non mi cercate, per piacere.

E fate a meno di me perché, in un certo qual modo – non dobbiamo ingannarci – io sono già morto.»


Traduzione dallo spagnolo di Martha L. Canfield


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