FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 54
gennaio/aprile 2020

Fiabe & Follia

 

JULIETA LOPÉRGOLO, AFFINCHÉ ESISTA QUEST’ISOLA

di Alessio Brandolini



Affinché esista quest’isola [Para que exista esa isla] è stato pubblicato in Argentina nel 2018 dalla casa editrice di Córdoba Postales Japonesas e segna l’esordio in poesia di Julieta Lopérgolo (Rosario, 1973) avvenuto senza fretta e in questo senso controcorrente nell’ambito sudamericano, ma parliamo di un esordio maturo: persuasivo e convincente. Recentemente è uscito (stessa casa editrice) il suo secondo libro Más lento que la noche [Più lento della notte, 2019] dove “il perdono è del tempo / che pianta paletti / nella carne dei giorni”, con la costante presenza della notte e della paura (“la disperazione assomiglia a un campo / spazzato via dalle urla”) e l’ultimo verso dà il titolo al libro: “Non c’è animale più lento della notte”.
Penso che l’autrice abbia diverse raccolte inedite nel cassetto e che man mano verranno alla luce, senza fretta.

Affinché esista quest’isola, diviso in tre parti, è dedicato, al padre dell’autrice morto nel giugno del 2017. La materia prima della nostra vita non è tanto la realtà, il fatto quotidiano contingente ma la memoria profonda e il dolore o la gioia che inevitabilmente lo accompagnano. Penso a Keats e a Leopardi. Quale isola deve esistere a ogni costo? Un’isola costruita (tessuta, intrecciata) da solidi affetti famigliari, dal ricordo, dalla gratitudine e dal senso della durata, un’isola che fluttui costantemente nel presente: lontana o a noi più vicina a seconda dei giorni ma sempre raggiungibile a nuoto o con il sogno. Territorio stabile e imprescindibile dove riflettere (e riflettersi) e sentirsi protetti, al sicuro, dove i morti sono svegli.

Un viaggio per raggiungere un padre che, dopo il decesso, lo si intravede in lontananza, tra buio e nebbia. Testi brevi e versi asciutti per dire solo l’essenziale, il necessario di un intenso dialogo con il proprio genitore, un colloquio che man mano si allarga ad altri componenti della famiglia perché il morto vive in un giardino di nomi, in un “presente” senza più tempo (o il tempo prodigioso della poesia) dove la morte non fa paura, non allontana né distrugge legami, “sorella morte” la chiamava Francesco d’Assisi nel “Cantico delle creature”.

Un dialogo che vibra di domande. Per esempio: i morti, che vivono eternamente nel freddo, con il tempo si dimenticano dei vivi? La morte qui non distilla solo lacrime ma anche (e soprattutto) sogni che tengono svegli, colloqui che infondono coraggio e difendono dalla separazione. Qui tutto è transitorio (anche l’isola) ma in modo pacato e riflessivo. Si lanciano esche alla notte, al dolore (“Questa è la pesca del giorno”) per avere indietro la gioia di un affetto, di un contatto che unisca figli e genitori. Una immersione nei vari tipi di silenzio della notte per allontanare l’oblio, per riempire l’assenza e far sì che la ferita si trasformi in sorriso. La cicatrice del distacco è l’inizio di un lungo viaggio perché il calore dell’amore e della riconoscenza tiene unite le cellule dei vivi e dei morti : “Il morto è vivo. / Saltella in un giardino di nomi”.




POESIE DI JULIETA LOPÉRGOLO
da Para que exista esa isla
Postales Japonesas, Argentina, 2018


*

El muerto vive.
Retoza en un jardín de nombres.
Animales de la noche,
cunas de ausentes.
Imposible dormir a mis muertos.


*

Il morto è vivo.
Saltella in un giardino di nomi.
Animali della notte,
culle di assenti.
Impossibile addormentare i miei morti.


*

He decidido perdonar
la muerte de mi padre
cuando suceda.
Lo que extraño
no tiene nombre,
no existe.
Aún no sucede.

Sin embargo,
con qué amabilidad
ronda
a veces
lo imperdonable.


*

Ho deciso di perdonare
la morte di mio padre
quando accadrà.
Ciò che mi manca
non ha nome,
non esiste.
Ancora non accade.

Tuttavia,
con che gentilezza
si aggira
talvolta
l’imperdonabile.


*

Estoy en viaje.
Nunca amanece.
Nunca llego.
Mi padre está muy lejos
de mi viaje.
Estoy en ir,
en un estado que no admite
el tiempo.


*

Sono in viaggio.
Mai fa giorno.
Mai arrivo.
Mio padre è lontanissimo
dal mio viaggio.
Sto andando,
in una situazione che non ammette
il tempo.


*

No te olvides de mí,
papá,
te digo
manca de tus palabras,
no te olvides de mí.
Donde la muerte no destila
miedo
me pregunto
donde la muerte no es
una palabra
qué significará llorar.


*

Non dimenticarti di me,
papà,
ti dico
monca delle tue parole,
non ti dimenticare di me.
Dove la morte non distilla
paura
mi chiedo
dove la morte non è
una parola
che significherà piangere.


*

El anzuelo clavado
en la garganta de un hermano,
la cabeza inclinada levemente
hacia arriba,
la aguja colgando de su voz
como un reloj marcando la deshora.
El otro hermano carga un baldecito,
lo cuida
con un sentido casi animal de la urgencia
y los pasos apretados
detrás del padre.
El padre da zancadas,
se abre al hijo
y a la dimensión de una tragedia
que no conoce.
Ésa es la pesca del día.


*

L’amo piantato
nella gola di un fratello,
la testa leggermente inclinata
verso l’alto,
l’ago appeso alla sua voce
come un orologio che segna il fuori orario.
L’altro fratello porta un secchio,
lo cura
con un senso quasi animale di urgenza
e i passi serrati
dietro il padre.
Il padre prosegue a falcate,
si apre al figlio
e alla dimensione di una tragedia
che non conosce.
Questa è la pesca del giorno.


*

La cicatriz será un comienzo,
dicen,
pero sabemos que una marca
late como un origen
siempre en condiciones de perecer
como sucede con lo que alguna vez
no fue una herida.


*

La cicatrice sarà un inizio,
dicono,
ma sappiamo che un marchio
batte come un’origine
sempre in grado di morire
come accade con quello che mai
fu una ferita.


*

Todavía la idea de tu vida me interrumpe.
No llega a ser recuerdo
lo que se deposita con hambre
en mi garganta
y cava un pozo en mi voz.
Me pregunto dónde estás,
si tendrás frío.
Me pregunto como si fuera una madre
tuya.
No puedo imaginar que estés en un lugar
donde no exista el frío.


*

Mi blocca ancora l’idea della tua vita.
Non arriva a farsi ricordo
quello che affamato si deposita
nella mia gola
e scava un pozzo nella mia voce.
Mi chiedo dove sei,
se avrai freddo.
Me lo chiedo come se fossi una madre
tua.
Non posso immaginare che ti trovi in un luogo
dove non esiste il freddo.


*

Hundí mi cara en tus cenizas.
El polvo gris que eran tus huesos,
la última ropa,
el ramito,
la carta de tu nieto,
los nombres de todos.

Olí tus restos invisibles.
Como la voz,
que no se puede ver,
no puedo ver tu cuerpo.
Lo que escucho es un río
sembrado
de cenizas.


*

Ho immerso il mio volto nelle tue ceneri.
La polvere grigia che erano le tue ossa,
gli ultimi vestiti,
il ramoscello,
la lettera di tuo nipote,
i nomi di tutti.

Ho annusato l’odore dei tuoi resti invisibili.
Come la voce,
che non si può vedere,
non riesco a vedere il tuo corpo.
Quello che sento è un fiume
seminato
di ceneri.


*

Mitigamos la belleza con nombres,
como si nos curara enfermarnos de eso.
A la espesura de los bosques
la llamamos verde,
oscuridad,
mitos de casas de los árboles;
al polvo de la tierra, humo.
Decimos nervaduras
a las venas quebradas de las hojas,
sangre al color de la respiración.
Llamamos mar
a la deriva persistente del agua.
Llamamos a lo que no habla
con este miedo.


*

Attenuiamo la bellezza coi nomi,
Come se ci facesse star male.
Il folto dei boschi
lo chiamiamo verde,
oscurità,
miti delle case degli alberi;
alla polvere della terra, fumo.
Diciamo nervature
alle vene spezzate delle foglie,
sangue al colore del respiro.
Chiamiamo mare
la deriva persistente dell’acqua.
Chiamiamo ciò che non parla
con questa paura.


*

Una isla
donde no haya más
que la sal necesaria,
el sol con sus ciclos,
la noche para rezar
la plegaria compuesta
con los restos
de todo lo que ha quedado
cerca de mí.
Un hilván teñido de demora
que me apuro a tensar
mientras preparo el viaje,
mientras dispongo el cuerpo
y urdo aparte un pulso
que lo respire.
Nada definitivo se hunde.
Tengo que trabajar
para que exista esa isla.


*

Un’isola
dove non ci sia più
che il sale necessario,
il sole con i suoi cicli,
la notte per recitare
la preghiera composta
coi resti
di tutto quello che è rimasto
accanto a me.
Un’imbastitura tinta di ritardo
che mi preoccupo di stendere
mentre preparo il viaggio,
mentre dispongo il corpo
e a parte ordisco un battito
che lo respiri.
Nulla di definitivo affonda.
Devo lavorare affinché
esista quest’isola.


Traduzione dallo spagnolo di Alessio Brandolini




Julieta Lopérgolo
è nata a Rosario (Argentina) nel 1973 e attualmente vive a Montevideo (Uruguay). È laureata in Lettere e in Psicologia. Il suo primo libro di poesia è Affinché esista quest’isola (2018, Para que exista esa isla) seguito da Más lento que la noche (2019, Più lento della notte).
Nel 2019 ha vinto il terzo premio del concorso di Poesia del Fondo del Fondo Nacional de las Artes con il libro inedito Pero en el aire (Ma nell’aria), che verrà pubblicato entro il 2020.


alexbrando@libero.it