FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 23
luglio/settembre 2011

Vulcani

 

ASCOLTARE
una rubrica per le orecchie

di Federico Platania



Tutto qui? Cinque amori non scoccati e un lieto fine


Sarà capitato anche a voi. Sentite a lungo parlare bene di un disco, ne leggete meraviglie sul web o sulle riviste specializzate. Poi lo ascoltate e… niente. L’alchimia non scatta. Se così tanti – e titolati – ne parlano bene, il problema probabilmente è vostro. Eppure non riuscite a convincervi. Cosa ci trovano tutti di così sublime?
Le storie, con la musica, sono spesso misteriose. Al pari di quanto accade nella vita, capita di doversi vergognare per infatuazioni nei confronti di persone mediocri e poi dover ammettere la propria freddezza di fronte a chi invece è tenuto in considerazione da tutti. È così, c’è poco da fare.
Di seguito ho voluto elencare cinque tra i più clamorosi amori mancati nei confronti di altrettanti dischi considerati capolavori. Così, per attirarmi qualche accidente da parte dei fan più incalliti oppure, magari, per far sentire meno solo qualcuno che, là fuori, la pensa come me.


Astral Weeks, Van Morrison

Opera di sublime profondità compositiva, testi che riecheggiano la prosa di Joyce, uno dei vertici più alti della produzione del cantautore irlandese. Questo dice la critica. Una lagna tombale, dico io. Nell’apnea di noia in cui ci si trova a navigare per circa tre quarti d’ora l’unico fiato si tira quando parte The Way Young Lovers Do. Che di per sé sarebbe solo un canzone dignitosa, ma messa in mezzo a quella palude sembra il finale del Guglielmo Tell.


Born To Run, Bruce Springsteen

Qui rischio davvero che i fan del boss mi aspettino sotto casa per conciarmi per le feste, ma io non riesco ad arrivare alla fine del disco. Il brano che dà il titolo all’album, considerato un inno rock da pelle d’oca, a me non smuove nulla (e poi: ma quanto suoneranno datati, ormai, quegli arrangiamenti così anni Ottanta? *). Per quanto mi riguarda: rendo mezza discografia di Springsteen in cambio di una canzone, a caso, dei Creedence.


La cosiddetta “trilogia berlinese” di David Bowie.

Cioè Low, Heroes e Lodger. Volete sapere qual è la cosa divertente? Che l’ultimo titolo, considerato dai fan il meno riuscito, è invece quello che a me piace di più. È inutile, non ci siamo presi fin dal primo momento. Ma non mi dispero: ci sono così tanti (veri) capolavori nella discografia del duca bianco (Hunky Dory, Ziggy Stardust, Station To Station, questa sì che è una trilogia) che saltare questi tre non è un problema.


Kind Of Blue, Miles Davis

Prendete una qualunque storia del jazz e scoprirete che questo titolo è indicato come il disco jazz per antonomasia. Di più, è considerato il disco jazz che piace anche a chi il jazz non lo sopporta (che già dovrebbe insospettire, secondo me. In ogni caso, io non riesco a credere che un ascoltatore digiuno di jazz possa davvero appassionarsi agli undici minuti di All Blues). Ma resto convinto che Davis e Coltrane, sia insieme che ognuno per proprio conto, abbiano fatto molto di meglio.


Hats, Blue Nile

Forse questo non l’avete mai sentito nominare, perché la band è di nicchia, ma tra gli addetti ai lavori è considerato un capolavoro degno di ammirazione e rispetto. Morbidi tappeti di tastiere elettroniche, un cantato caldo che fa da contrappunto alle piovigginose atmosfere notturne. Io credo di averlo ascoltato integralmente con umiltà e attenzione per cinque o sei volte. Poi l’ho rivenduto al negozio di dischi usati vicino casa.


Vi avevo promesso un lieto fine, ed eccolo qui:


Rock Bottom, Robert Wyatt

Fino a qualche anno fa questo disco sarebbe stato al primo posto della triste classifica fin qui percorsa. Invece, a un certo punto, è scattato l’amore e oggi faccio parte anche io dei molti che lo ascoltano in estasi. Melodie saturnine, arrangiamenti perfetti, atmosfere sinistre e dolcissime, uno scenario sonoro che dà i brividi. Sì, un capolavoro.


* Con buona pace di Clarence Clemons che ora suona il Grande Sax al cospetto degli angeli.


federico.platania@samuelbeckett.it