FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 22
aprile/giugno 2011

Miti & Leggende

 

OSTIE DE TRA
(Ostie di terra)

di Fabio Franzin



Passerete attraverso la terra, e diventerete terra1

(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dellOpitergino-Mottense)


Dedica

Lo save, s, che e A e ira tea
forma dee fjie, e O tee jozhe
dea piova coe casca te laqua
de fossi e cani; voci da missir

aa Me del mar e dee montagne
cesti che fa onde e diagrami, l
in fonde, aa Re dee rame e dee
roe, dee rose p rosse, s, lo save.


    Dedica

    Lo sapevo, s, che le A erano nella
    forma delle foglie, le O nelle gocce
    di pioggia quando cade nellacqua
    di fossi e canali; vocali da mischiare

    alle M del mare e delle montagne
    azzurre a comporre onde e diagrammi, l
    in fondo, alla R dei rami e dei
    rovi, delle rose pi rosse, s, lo sapevo.



Mota, mtera

El paese ndo che vive deve l s nome aa tra e a laqua; Motta: mucio, cointa de tra, e Livenza: el fiume a bissabboea. Mota in talin vl dir anca paltn: missit de tra e aqua, a materia che Dio ne modhe. Ma Motha, al tenp dei Paleoveneti, iera na mtera trdha su come altr e postazhin alta, tea pianura, tore prima dei casti, tenpio, ligo sacro de riti e sacrifizhi. A un pochi de chimetri da qua, a Colfrancui, ghin ncora una; drento a s tra i cat el schetro de un cavl, scjie de ceramica coeordha, fbue de bronzo. Chel cavl, che co i s zhcoi l ranp a tra tel seo sangiut del gaepo, l un dono ai Dei; i o copa senza spnder sangue, neg te laqua de un fiume. Forse prpio tea Livenza, o tel Montegn, che l passa par l prima de brazhr a Livenza, farse un sol corso, qua a Mota. Calcssa de sacro l sost te sti lighi; fra paltn e tra, aqua e ossi se form na statua del ben che ln desmenteg. Psse ste m pare prete tornr portr qua un deo de chea statua, come misura de verit, psse chel deo mostrarne na stradha, un trdho scont dae roe dei scoi, pa tornr indro, da nontri


      Dosso di terra

      Il paese dove vivo deve il suo nome alla terra e allacqua. Motta: cumulo, dosso di terra, e Livenza: il fiume dalle cento anse. Mota in italiano anche fango: pastone di terra e acqua, la materia con cui Dio ci modell. Ma Motha, allepoca dei Paleoveneti, era un terrapieno, una collina artificiale innalzata come altare e osservatorio, sulla pianura, torre prima dei castelli, tempio, luogo sacro di riti e sacrifici. A pochi chilometri da qui, a Colfrancui, ne ancora conservata una; al suo interno, fra la terra, si sono rinvenuti lo scheletro di un cavallo, schegge di ceramica colorata, fibule di bronzo. Quel cavallo, che coi suoi zoccoli ha fatto presa sul terreno, nel volo singhiozzato del galoppo, un dono agli Dei; lo sacrificavano senza spargimento di sangue, annegato nellacqua di un fiume. Forse proprio nella Livenza, o nel Monticano, che scorre in quei paraggi prima di abbracciarla, confluire nella Livenza, qui a Motta. Qualcosa di sacro ha sostato in questi luoghi; con fango e terra, acqua e ossa si composta una statua del bene che luomo ha dimenticato. Possano queste mie umili parole disseppellire un dito di quella statua, quale misura della verit, possa quel dito indicarci una via, un sentiero celato dai rovi dei secoli, per ritornare a noi.


*

Tornr tea tra, tel paltn;
nover paura de sporcarse
e scarpe, de stonfr pare

e pensieri s.cick fra zhope
e buse de aqua trbia, fra roe
e cane. Tornr sora lrzene,

de matna bonra, drio cani
romi ribandondhi a vardr
el salt del luzh, el sighesag

dea bissa ranra, spetr che
a piova sbuse laqua in banda
ai aguzhi; po sbregr coa

panzha l gaso invisbie pont
su te laria dal ragno, come
el coridr primo, a larvo.


    Ritornare alla terra, nel fango;
    non aver paura di sporcarsi
    le scarpe, di inzuppare parole

    e pensieri s.ciock fra zolle
    e pozzanghere lerce, fra rovi
    e canne palustri. Ritornare sopra largine,

    di buonora, lungo canali
    ormai abbandonati a spiare
    il salto del luccio, il zigzagho

    della biscia nera, attendere che
    la pioggia buchi lacqua accanto
    alle erbacce, poi rompere con lo

    stomaco il filo invisibile imbastito
    nellaria dal ragno, come
    il corridore primo, al traguardo.


*

Dae zhope, dal paltn taji a fete
dal vassr, i vedha ciapr forma
na figura, e no ira paura, che l,
tea bonra che missia luna e sol
nassa un dio de fun e caivra fra cel

e pianura, na man de fjie e rame
lvarse dae scune, drio e cane,
batidhrli col s aguzh. E cuss,
slevdhi daa tra, i capa a rgoea
sana: che a pira uga a lama opra

la sbolda, che al sazh cress strt
a volte no basta nianca un pal lig
in banda. I sava che a ira mare
e sora, e l rispto che a comanda.
Radse sol un past pa lori e e bestie.


    Dalle zolle, dal fango aperto a fette
    dallaratro, vedevano prender forma
    una figura, e non cera paura, che l,
    nellalba che miscela luna e sole
    sorgeva un dio di fumo e di foschia fra il cielo

    e la pianura, una mano di fronde e rami
    protendersi dai fossi, fra il canneto,
    a battezzarli con la guazza. E cos,
    allevati dalla terra, comprendevano la legge
    naturale: che la pietra affila la lama oppure

    la incrina, che al salice cresciuto storto
    a volte non basta neppure un palo
    di sostegno. Sapevano che era ad essi madre
    e sorella, e il rispetto che esigeva.
    Radici solo un pasto per loro e per le bestie.


*

      Lodate lerba e le bestie che accanto a voi vivono e muoiono!2

Lori e e bestie parlr a stessa
lengua, fradhi tea fadhga e sot
a piova, compagni tel montr
a mas.cia calda in mdho lerba
o tel morr da si col sol tii ci.

Zhate tel paltn fonde ai dhenci,
che l sforzo fea zhate anca dee
ganbe, inpreste a far cavi senza
pistoni, tee peste che resta buse
e crateri. Col vent de tramontana

stordha a spagna, al slser jazh
dee pce, i fghi sventoer tel mar
dea canpagna fa neme ramnghe
o fa bubne fra l zhigo dee zhute
e l bair dei cani, el frr dee fjie

seche ninenne, a lana da fir
intnt che un canto soa col fun
e coe ssinte lava dai morti, i chi
restr bianchi anca tii schiti, pare
assdhe star nude drento i s nidi.


    Essi e le bestie parlare la stessa
    lingua, fratelli nella fatica e sotto
    la pioggia, simili nel montare
    la femmina calda in mezzo allerba
    o nel morire da soli col sole agli occhi.

    Zampe nel pantano fonde ai ginocchi,
    che lo sforzo mutava in zampe anche le
    gambe, cavalli a far potenza senza
    pistoni, nelle orme che restavano buche
    e crateri. Quando il vento di tramontana

    piegava il foraggio, al luccichio dacciaio
    nelle pozze, i fuochi sventolanti nelloceano
    della campagna come anime raminghe
    o come abbagli fra il grido delle civette
    e labbaiare dei cani, il fruscio delle foglie

    secche ninnananne, la lana allarcolaio
    mentre un canto volava con il fumo
    e le faville verso i morti, le oche
    sempre bianche anche nel guano, parole
    lasciate quiete dentro i nidi.


*

Tuti sti aironi e garzte bianchi
e grisi gobi coi s ci, i s bechi
longhi e dreti, che par i sie l,
fermi come sentine fra e zhope
brune, fra e cane dei fossi,
intant che passe paa strada strenta
che mena al mar; nomi da fiaba
arcana i borghi: Isiata, Ca Turcata,
Ponte Crepaldo, Cortezzo. Che

i me varda, e par squasi i vpie
dirme un calcssa coa s bezha
de statue africane: forse che sen
ncora in tenpo pa salvarse? Che
a verit se ponde fra tra e aqua?


    Tutti questi aironi e garzette bianchi
    e grigi gobbi coi loro colli, i loro becchi
    lunghi e dritti, che pare siano l,
    immobili come sentinelle fra le zolle
    brune, nel canneto dei fossati,
    mentre passo per la stradina
    che conduce al mare; nomi da fiaba
    arcana i borghi: Isiata, Ca Turcata,
    Ponte Crepaldo, Cortellazzo. Che

    mi osservano, e sembra quasi intendano
    comunicarmi qualcosa con la loro bellezza
    di statue africane: forse che siamo
    ancora in tempo per salvarci? Che
    la verit depone le sue uova sempre fra la terra e lacqua?


*

I crpi tea tra arsa i par
cortedhe seche, senza
sangue, ferdhe che e se
slarga senpre p, sbrghi
vrti a strapr radse fine
e ciare, cavi de piantine
morte, tee rive dee sfese.

I crpi tea tra arsa par
che i disegne na mapa
de curame pae formghe,
el sol scolpsse el sieo,
e tajio dopo tajio a s se
scrive da sea, el tapo
dea tra mostra e s majie.


    Le crepe nella terra arsa paiono
    coltellate secche, senza
    sangue, ferite che si
    allargano sempre pi, squarci
    aperti a strappare radici sottili
    e chiare, crine di piantine
    morte, nelle pareti delle fenditure.

    Le crepe nella terra arsa sembrano
    comporre una mappa
    di pellame per le formiche,
    il sole scolpisce il suolo,
    e taglio dopo taglio la sete si
    scrive da s, il tappeto
    della terra mostra le sue placche.


*

Cavrla via lerba, coe man,
bricrlo tut intiro l ciuff, l
vardrse, l trar fra daa tra

vene e nervi, rame de sinzhi
suti, che core zo, l, tel scuro,
in zherca de laqua, dea vose

che li persi, un d, drio laria.
Cavr erba, cuzhdhi, l mistir
che ne mostra come che sen fati

drento, fra e zhope dea carne.
I dhenci che se maca tii sassi:
un fi castigo, un fi preghiera.


    Estirpare erba, con le mani,
    afferrarlo tutto intiero il cespo,
    guardarsi, estrarre dalla terra

    vene e nervi, esili ramificazioni
    di silenzi penetrati l, nelloscurit,
    in cerca dellacqua, della voce

    che li ha persi, un giorno, lungo laria.
    Estirpare erba, accucciati, mestiere
    che ci mostra come siamo fatti

    dentro, fra le zolle della carne.
    Le ginocchia ammaccate dai sassi:
    un po espiazione, un po preghiera.


*

          La terra appartiene
          a chi lha abbandonata
          3
Zhope de tra tel sfalto, mena
de paltn fresco tea stradha,
moedhe zo da un tratr ndat
a arr te ste canpagne senpre
p ce, senpre p perse via fra
capanni e centri comercii.

Zhope che dise un pass voss
desmentegr, che fa incazhr
i ex contadini che dss i passa
coa Mercedes pena lavdha,
rdhe lustre, zhercioni che slusa
verso a s fabricheta de cornise.

Seo valtre, zhope, el vostro dispt
strassin drio fin ndo che brut
da vder, seo valtre el diato? Eo
ste trazhe de tra come e frgoe
de Hansel e Gretel, de Bepi e dea
Catina, che ne tornar portr casa?


    Zolle di terra sullasfalto, molliche
    di fango fresco sulla strada,
    sparse da un trattore di ritorno
    dallaratura in queste campagne sempre
    pi esigue, sempre pi perse fra
    capannoni e centri commerciali.

    Zolle che riportano un passato voluto
    dimenticare, che fa incazzare
    gli ex contadini che ora passano
    con la Mercedes appena lavata,
    pneumatici lindi, cerchioni luccicanti
    diretti verso la fabbrichetta di cornici.

    Siete voi, zolle, il vostro dispetto
    trascinato fin dove indecenza,
    siete voi il dialetto? Sono
    queste tracce di terra come le briciole
    di Hansel e Gretel, di Giuseppe e della
    Caterina, che ci ricondurranno al sentiero perduto?


*

Chii pri resti de bestiea,
chii quatro ossti sbiancdhi
dal sol che inco cat l,
fra lerba alta e zaea sora
lrzene; stdhi past lontn
de calche martorl o falcht

segni crudi dee lji dea natura,
una e cheltra sacre creature
che ne insegna come che a sie
sempre te un cabrio precario
sta vita, drio l fil che passa

bass fra pase e vienza, fra fame
e denti. Trazhe che dise l lanp
de un aguto, dea lta za persa,
lagona de zhatne che raspa
te sta tra che se ferma dss,
octi sbardhi a laqua che tase.


    Questi poveri resti di bestiola,
    questi quattro ossicini sbiancati
    dal sole che oggi ho intravisto l,
    fra lerba alta e giallastra sul colmo
    dellargine; stati lontano pasto
    di qualche rapace

    segni crudeli di una delle leggi della natura,
    una e laltra sacre creature
    che ci insegnano come sia
    sempre in un precario equilibrio
    questa vita, lungo il crinale che passa

    basso fra quiete e violenza, fra fame
    e denti. Tracce che ci dicono il guizzo
    dellagguato, della lotta gi decisa,
    lagonia di zampe che raspano
    terriccio immobile ormai,
    occhietti sbigottiti allacqua che tace.


Tonba 49

      (scheletro di uno stallone dellepoca Paleoveneta, museo Bellis, Oderzo)
Bianco, tel bianco a grani dea sabita, l l,
distir te un fianco, el muso bass, e zhate
piegdhe come se l fusse ncora drio crer,
gaeopr vece fra i pradhi infindhi de Reithia.

Ossi, coste che par frece o siboe, ostensori
o s.ciati, vertebre come be de poistireo
pa i pescadhori de Caorle, i piati spassi dee
anche, pire lisse sbusdhe, lavadhri assdhi

drio l Montegn da tose e fmene in amr.
Cori, cori ncora, cavl sacro, salta de
de ste zhise fisse fra i leoni dei canci,
i t ossi porta scrit na storia p crudhe,

forse, ma i conta de quando che ln sava
star coe bestie, le rispeta, le voa l co l,
tea tra, pa far insieme anca el salt p longo,
su, verso l sol, te un cel fiss de e, de neme.


    Tomba 49

    Bianco, nei grani della sabbia candida, l,
    disteso su un fianco, il muso basso, le zampe
    piegate come se stesse ancora correndo,
    galoppando veloce fra i prati infiniti

    di Reithia. Ossi, coste che paiono frecce o sciabole, ostensori
    o festuche, vertebre come boe di polistirolo
    per i pescatori di Caorle, i piatti piani delle anche,
    pietre lisce bucate, lavatoi lasciati

    lungo il Monticano da giovani donne innamorate.
    Corri, corri ancora, cavallo sacro, scavalca
    queste fitte siepi fra i leoni delle cancellate,
    il tuo scheletro porta inscritta una storia pi crudele,

    forse, ma racconta di quando luomo sapeva
    condividere il mondo con le bestie, le rispettava, le voleva accanto
    nella terra, per compiere assieme anche il salto pi lungo,
    su, verso il sole, in un cielo fitto dali, di anime.



1Emanuele Tonon, da Il nemico, Isbn, Milano, 2009.

2Bertholt Brecht, Poesie, Torino, Einaudi, 1992, nella traduzione di Roberto Fertonani.

3Milo De Angelis, da Quellandarsene nel buio dei cortili, Mondatori, 2010.


La silloge inedita qui proposta fa parte di un pi ampio lavoro sul tema della terra, di una terra sempre pi abbandonata, sempre meno parte delluomo.

Su Fabio Franzin vedi sul numero 21 larticolo di Anna Elisa De Gregorio sulla raccolta Fabrica.



fabiofranzin@libero.it