FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia
Numero 5
gennaio/marzo 2007

Alterazioni climatiche

LA POESIA DI RODOLFO ALONSO

a cura di Sara Pagnini


La questione è che se decade il linguaggio umano, decade la condizione umana. Perchè non usiamo il linguaggio, insisto, siamo linguaggio. E quanto meno linguaggio siamo, siamo meno umani, meno uomini.

(Da La voz sin amo, 2006)

Con queste parole, lucide e appassionate, il poeta argentino Rodolfo Alonso sembra indicarci il cammino spietato e inesorabile intrapreso dalla cultura occidentale, così "gridata" e spettacolarizzata, e per questo, sprofondata in un'afonia di contenuti. Arriva quindi a chiedersi e a chiederci, a cosa serva oggi la poesia. Del resto, Rodolfo Alonso sa bene di cosa sta parlando. Nato a Buenos Aires nel '34, è una delle voci più importanti del panorama culturale argentino: poeta, traduttore e saggista, Alonso fin da giovanissimo ne è stato protagonista, partecipando a quell'avventura che fu la leggendaria rivista avanguardista "Poesía Buenos Aires", pubblicata dal 1950 al 1960.

Da sempre il poeta è colui che più intimamente è connesso alla sfera della nostra realtà, presentendo i cambiamenti e avvertendo i pericoli. Oggi, ci dice Alonso, è proprio la poesia ad essere in pericolo, perché totalmente dissacrata. Tragico destino che la accomuna a molte altre cose del nostro mondo. E qui Alonso si ricollega alla questione ecologica e al movimento ambientalista, in lotta contro i danni recati al nostro pianeta e alla nostra mente dalle varie forme d'inquinamento.

Alonso teme, e a ragione, che non sia stata ancora compresa "l'enormità del danno psichico, culturale, estetico ed essenzialmente umano che abbiamo dovuto subire per adattarci a questo folle meccanismo, il cui unico e delirante obiettivo è fare sempre più soldi, fino all'infinito. Di conseguenza, diviene necessaria anche una lotta ecologica a favore della condizione umana, della qualità della vita umana. C'è un buco nell'ozono ma c'è anche un abisso (se non addirittura un cancro) nel nostro spirito".

Se, quindi ci chiediamo come possa un poeta dar vita a quella "parola necessaria, imprescindibile e unica, quella parola così intima e segreta, ancora umida del silenzio delle origini, che emerge da una riva vergine dell'universo, e allo stesso tempo generale, condivisa, fraterna, solidale, non solo offerta ma anche accettata dagli altri, che quindi la renderebbero loro e le darebbero un destino....", Alonso ci risponde che ciò è possibile "non tradendosi, né tradendo gli altri; e inoltre, non tradendo la propria lingua, il proprio idioma, il suono che si è venuti a portare al mondo".

Le poesie qui tradotte, operazione di scelta non semplice dato il notevole corpus poetico dell'autore, sono tratte dalla raccolta Poesía Junta (1952-2005), edita in Messico nel 2006. Il riferimento più diretto alla natura si fa evidente in poesie come "La canción de las hojas", dove è presente l'idea di una natura che palpita, e nel suo palpitare si fa voce, essenza e memoria dell'umanità, una natura armonizzata con la dimensione umana e in "Pachamama", dove, proprio nel titolo riprende il mito tellurico tipico della tradizione andina che vede nella natura l'incarnazione stessa d'una madre, quindi la visione di una natura carnale e genitrice. In "A la sombra de Malthus", si fa più esplicito il messaggio di critica e condanna di una natura sfruttata, consumata; tragica metafora di un'aridità non solo ambientale bensì anche umana e spirituale.
Ogni poesia di Rodolfo Alonso, oltre a un innegabile piacere formale e stilistico, racchiude in sé un momento di riflessione che talvolta si spinge più in là, alla ricerca di quelle suggestioni che sono parte della nostra intima memoria. Sembrano essere un invito al silenzio, alla riflessione: chiedono di essere lette e "ascoltate".




DIECI POESIE DI RODOLFO ALONSO


CONFABULAR

Es la llanura el hijo perfecto
los que abrimos la mañana con los dientes
viviendo hasta aquí arriba
el vino de mano en mano
el poema de mano en mano
la sangre de mano en mano
sí es verdad
habría que decirlo a todo el mundo.

(de Salud o nada, 1954)


CONFABULARE

È la pianura il figlio perfetto
noi che apriamo il mattino con i denti
vivendo fin quassù
il vino di mano in mano
la poesia di mano in mano
il sangue di mano in mano
sì è vero
bisognerebbe dirlo a tutto il mondo.

    ***
LA VOZ TOMADA

Cuando se quiebre la lengua del amor, nos quedará todavía esta palabra
      ronca.

Cuando no pueda decir, volverá todavía a mi garganta el eco de tu cuerpo.

(de El músico en la máquina, 1958)


LA VOCE PRESA

Quando si romperà la lingua dell'amore, ci rimarrà ancora questa roca
      parola.

Quando non potrò parlare, tornerà ancora nella mia gola l'eco del tuo corpo.

    ***
DÉJÀ VU

Una mujer se desnuda en mi memoria
mientras afuera resplandece la ciudad
o llueve y hace frío

Una mujer lava su pelo negro con el agua de mi infancia
una distancia va formándose

Su piel es lenta y fresca como la mañana que acaricia
su voz se hace lejana

Una mujer me alcanza
el primer seno descubierto
el primer seno acariciado

Mientras adentro resplandece la memoria

(de Hago el amor, 1969)


DÉJÀ VU

Una donna si spoglia nella mia memoria
mentre fuori risplende la città
o piove e fa freddo

Una donna lava i suoi capelli neri con l'acqua della mia infanzia
una distanza va formandosi

La sua pelle è lenta e fresca come il mattino che accarezza
la sua voce si fa lontana

Una donna mi raggiunge
il primo seno scoperto
il primo seno accarezzato

Mentre dentro risplende la memoria

    ***
FLORA Y FAUNA

Dos gatas sufren por amor
de un espléndido modo.
Y la Naturaleza no descansa.

El paraíso es un sueño animal.

(de Señora Vida, 1979)


FLORA E FAUNA

Due gatte soffrono per amore
in uno splendido modo.
E la Natura non riposa.

Il paradiso è un sogno animale.

    ***
COMO DOS ASTROS

Como dos astros errantes
que se han unido por su errar
nuestros errores nos acercan
nuestros errores nos separan

Como dos astros errantes
que se deslizan por amor
nuestras miradas nos atraen
nuestras miradas nos rechazan

Como dos astros errantes
que se separan para ver
la sed el hambre el sol la furia
nuestros caminos encontrados

En lo profundo de los cielos
en el silencio de la luz
como dos astros errantes
morimos renacemos.

(de Señora Vida, 1979)


COME DUE ASTRI

Come due astri erranti
che si sono uniti nel loro errare
i nostri errori ci avvicinano
i nostri errori ci allontanano

Come due astri erranti
che guizzano per amore
i nostri sguardi ci attraggono
i nostri sguardi ci respingono

Come due astri erranti
che si separano per vedere
la sete la fame il sole la furia
i nostri sentieri incontrati

Nel profondo dei cieli
nel silenzio della luce
come due astri erranti
moriamo risorgiamo

    ***
LA CANCIÓN DE LAS HOJAS

Voz del añoso mundo
con que el viento se enciende.
¿Qué me dices, si dices,
para mí, para todos?

Vida que se desvive
por vivir, vida viva,
maravilla sedienta
coronada de ecos.

Cada murmullo late
atento a cada hoja,
silencio suspendido
por una boca eterna.

El cielo se susurra
canciones de festejo,
música a solas, sol,
aire, luz, agua, hierba.

Son que ilumina hondo,
incesante milagro:
yo que me siento oír,
la voz que hace memoria.

El árbol en la tierra,
la canción bajo el sol,
las hojas en el cielo,
el viento entre las hojas.

Colmada de frescura,
mi sangre reconoce
ese freír alado:
no hay más que un universo.

(de Sol o ombra, 1981)


LA CANZONE DELLE FOGLIE

Voce dell'antico mondo
con la quale il vento s'accende.
Che mi dici, se dici,
a me, a tutti?

Vita che si affanna
per vivere, vita viva,
meraviglia assetata
coronata di echi.

Ogni mormorio batte
attento ad ogni foglia,
silenzio sospeso
da una bocca eterna.

Il cielo si sussurra
canzoni di festa,
musica solitaria, sole,
aria, luce, acqua, erba.

Sole che illumina profondo,
incessante miracolo:
io che mi sento ascoltare,
la voce che ricorda.

L'albero nella terra,
la canzone sotto il sole,
le foglie nel cielo,
il vento tra le foglie.

Colmo di frescura,
il mio sangue riconosce
questo friggere alato:
non c'è che un universo.

    ***
PACHAMAMA

Toco la tierra pongo
mi corazón mi mano
sobre la tierra negra
gris roja fértil
reseca zumbadora
marrón de viva carne
color del elemento
material sol sonido
vibraciones caricia

Piso la tierra toco
lo que tengo soy sé
tierra por descubrir
tierra que nutre
madre tierra hasta el fin
tierra que entierra

Sobre la tierra desde
la tierra un paso
una mirada una canción
que celebre el encuentro
de un hombre con su hembra

(de Sol o sombra, 1981)


PACHAMAMA

Tocco la terra metto
il mio cuore la mia mano
sopra la terra nera
grigia rossa fertile
fievole ronzío
marrone di viva carne
colore dell'elemento
materia sole suono
vibrazioni carezza

Calpesto la terra tocco
quel che ho sono so
terra da scoprire
terra che nutre
madre terra fino alla fine
terra che sotterra

Sopra la terra dalla
terra un passo
uno sguardo una canzone
che celebri l'incontro
di un uomo con la sua femmina

    ***
OLOR A LLUVIA

El aire trae de pronto recuerdos del olvido
con sabor a horizonte, hierba húmeda y ausencia.
Color difuso y neto, casi como sin dueño,
máscara o habitante, límpidamente orgánico,
cargadamente etéreo. Espíritus, espíritu;
huellas de una memoria que gira en su vacío
repleto: fuegos, cuerpos, dioses, rastros, palabras.

(de Sol o sombra, 1981)


ODORE DI PIOGGIA

L'aria porta d'improvviso ricordi dall'oblio
dal sapore d'orizzonte, erba umida e assenza.
Colore diffuso e netto, quasi come senza padrone,
maschera o abitante, limpidamente organico,
fortemente etereo. Spiriti, spirito;
orme di una memoria che gira nel suo vuoto
saturo: fuochi, corpi, dei, tracce, parole.

    ***
A LA SOMBRA DE MALTHUS

Sabios anuncian,
con discreta emoción
y sopesando datos,
de manera siniestra,
irreprochables,
que en el Tercer Milenio
más hombres tendrán sed.

(De hacerlo, no serán,
como se ve,
lo suficientemente
originales:
todos los siglos
consiguieron tener
sed de justicia,
libertad y belleza).

Ahora, por fin, parece
-miserable milagro,
cruel consumación,
irrisorio destino
final- , que los humanos
tendrán por suerte
matar muriendo
(cazando lluvias,
en oasis blindados,
cercando ríos,
encerrando el mar)
por una simple, serena,
saludable y letal
sed clarísima de agua.

(de El arte de callar, 2003)


ALL'OMBRA DI MALTHUS

Dei saggi annunciano,
con discreta emozione
e soppesando dati,
in modo sinistro,
irreprensibili,
che nel Terzo Millennio
sempre più uomini avranno sete.

(Al farlo, non saranno,
come si vede,
sufficientemente
originali:
tutti i secoli
ebbero la loro
sete di giustizia,
libertà e bellezza).

Adesso, finalmente, sembra proprio
- miserabile miracolo,
spreco crudele,
irrisorio destino
finale - , che gli umani
avranno la fortuna
di uccidere morendo
(a caccia di piogge,
in oasi blindate,
recintando fiumi,
rinchiudendo il mare)
per una semplice, serena,
salutare e letale
cristallina sete d'acqua.

    ***
EL PESO DE TU PASO

¿Pasas sin darte peso
cuando pasas, belleza,
inquieta certidumbre,
la joven nuca erguida
avanzando en la sombra,
levemente indecisa,
tendido hacia el futuro
el filo de ese cuello
inefable y letal?
¿O pisas, al hacerlo,
temible adolescente,
el peso de tu paso,
el paso de tu cuerpo
gloriosamente incierto
entre niña y muchacha?
¿El tiempo te contiene
o es tiempo lo que luces,
resplandor que se sabe
preso en su resplandor,
madurez inminente
livianamente espléndida
que firme se presagia,
dorado atardecer
todavía en su mañana?
¿Te ves tú como vemos,
o al verte cambiarías?
Arriesgada inocencia,
¿lo que de luz te colma
escondes o te esconde?
¿Sólo al verte no verte
te veremos, belleza?
¿En otros? ¿En nosotros?
¿No es la belleza verte
saber que no te sabes
mediodía inmortal?
¿Y anidas, sin embargo,
tu huevo de serpiente?
¿No temas, todavía,
no es nostalgia o deseo
percibir tu milagro
de presente huidizo,
de futura memoria.
Somos lo que sabemos
ver, lo que nos hace ver,
siendo somos lo sido,
seremos lo que sé,
lo que sé ser: ser sed.

(de El arte de callar, 2003)


IL PESO DEL TUO PASSO

Passi senza darti peso
quando passi, bellezza,
inquieta certezza,
la giovane nuca diritta
avanzando nell'ombra,
lievemente indecisa,
teso verso il futuro
il filo di questo collo
ineffabile e letale?
O calpesti, al farlo,
temibile adoloescente,
il peso del tuo passo,
il peso del tuo corpo
gloriosamente incerto
tra bambina e ragazza?
Il tempo ti contiene
o è tempo quel che ostenti,
splendore di sapersi
prigioniero nel suo splendore,
maturità imminente
delicatamente splendida
che ferma si fa presentire,
dorato imbrunire
ancora nel suo mattino?
Ti vedi tu come vediamo,
o al vederti cambieresti?
Arrischiata innocenza,
quel che di luce ti colma
nascondi o ti nasconde?
Solo al vederti non vederti
ti vedremo, bellezza?
In altri? In noi?
Non è la bellezza vederti
sapere di non saperti
mezzogiorno immortale?
E comunque, covi
il tuo uovo di serpente?
Non temere, ancora,
non è nostalgia o desiderio
percepire il tuo miracolo
di presente sfuggente,
di futura memoria.
Siamo quel che sappiamo
vedere, quel che si fa vedere,
essendo siamo ciò che è stato,
saremo quel che so,
quel che so di essere: essere sete.


Traduzioni di Sara Pagnini




INTERVISTA A RODOLFO ALONSO
a cura di Sara Pagnini


Durante la decade degli anni '50, lei è stato uno dei protagonisti dell'importante rivista avanguardista "Poesía Buenos Aires", che ha pubblicato trenta numeri tra il 1950 e il 1960. Com'era l'ambiente culturale di quel periodo? Quali sono i suoi ricordi personali al riguardo?

Senza essermelo proposto, e superando una timidezza che già allora mi attanagliava, la notte precedente al mio diciasettesimo compleanno (il 3 ottobre del 1951) presi contatto con i giovani riuniti intorno alla leggendaria rivista argentina d'avanguardia Poesía Buenos Aires, diretta da Raúl Gustavo Aguirre (un'amicizia fondamentale per me). E nella cui avventura, senza alcuna avvisaglia, ne divenni l'elemento più giovane. Bisognerebbe aver vissuto nella Buenos Aires dei primi anni cinquanta per rendersi conto di come, senza esserselo proposto, da una pubblicazione assolutamente indipendente e dedicata esclusivamente alla poesia, con una tiratura di soli cinquecento copie, di carattere praticamente artigianale, e che ha mantenuto alla lettera il suo proposito di "non diventare istituzione", siano cambiati i modi di scrivere e di vivere la poesia in Argentina. Per collocare "Poesía Buenos Aires" all'interno di un contesto estetico, conviene ricordare che la prima grande avanguardia argentina è il martinfierrismo (che prende il suo nome dalla rivista "Martín Fierro"), a metà degli anni '20, le cui figure più significative, a mio parere, furono Oliviero Girondo, Xul Solar, Macedonio Fernández e Jacobo Fijman. La seconda avanguardia comincia a intravedersi a metà dagli anni '40 e allo stesso tempo si manifesta nelle arti plastiche, attraverso i pittori concreti (Tomás Maldonado, Alfredo Hilito), e in poesia con il movimento invencionista (Edgar Bayley). Da lì deriva il lignaggio di "Poesía Buenos Aires", che nonostante parta da posizioni di estrema avanguardia, eviterà il dogmatismo come deriva naturale della sua pratica, del suo divenire.
I miei ricordi personali al riguardo si possono riassumere in due parole: fratellanza ed esigenza. Uno poteva essere accolto a braccia aperte, ma la poesia era una cosa seria. E il contatto diretto, vivissimo, quasi quotidiano, con persone generalmente donatesi alla poesia "come una maniera di vivere" (Tristan Tzara), senza alcuna solennità, senza magniloquenza, con un indomabile senso dell'umorismo, ma anche con una necessità di eccellenza autentica. Attraverso di essi, insieme ad essi, che erano perlomeno di sette o otto anni più grandi di me, entro appieno nella grande poesia del mondo. La quale, però, l'abbiamo scoperta tutti insieme. Come esperienza, insisto. Se loro mi hanno mostrato le grandi avanguardie, i grandi francesi, il miglior surrealismo, io ho potuto avvicinarli a Macedonio Férnandez (scoperto in una libreria di libri usati, un altro sconosciuto all'epoca), a Pessoa, a Pavese e a Ungaretti, e ai grandi modernisti brasiliani. Non sarei quel che sono se non avessi conosciuto queste persone. Questa esperienza è talmente legata alla mia adolescenza nel profondo e nella sfera affettiva e intellettuale, che è inimmaginabile staccarsene. Non solo mi ha fatto scoprire la partecipazione nella rivista, bensì anche questa convivenza in un clima di fraternità, alto senso dell'umorismo e dell'autocritica. Mi ha permesso di rendere carne qualcosa che già era in me, che l'estetico è unito all'etico e che, come ho già detto, la poesia è "una maniera di vivere". Ho capito (non solo attraverso la ragione) che la poesia non si proclama bensì si pratica, dato che non è una entelechia ma un'esperienza. Spero, ed è quel che sento, che in buona misura continuiamo a essere gli stessi, e che ancora non siamo storia.

Lei è uno degli studiosi e conoscitori più importanti della letteratura e poesia italiana del suo paese, e questo per noi è motivo di grande orgoglio. Come è nato il suo amore per la nostra cultura? Lei nota delle convergenze tra la poesia italiana e argentina? E, se realmente ve ne sono, quali sarebbero, secondo lei, oltre al vincolo storico che unisce i due paesi?

Sono solito scappare, forse istintivamente, dalle grandi generalizzazioni che mi sembrano, non soltanto rischiose, ma anche pericolose. E, comunque, non posso rifiutare un fatto obiettivo: essendo la nostra una società costituita in gran parte da enormi masse di immigranti, si sa che l'apporto italiano è stato il più copioso da un punto di vista numerico. Ciò significa che vi è quasi una metà di sangue italiano che circola nelle vene argentine. Questo spiega senza dubbio, in un dato periodo, la vivissima presenza del suo idioma, e addirittura dei suoi felici dialetti, nella nostra identità linguistica, soprattutto nell'immensa Buenos Aires ma anche a Rosario, Mar del Plata e tante altre città e ambiti del nostro paese. E logicamente anche la presenza di un lascito, di un tocco, di una matrice italiana nelle nostre maniere di comportamento. Per molto tempo vilipendiando quando non negando, come è accaduto con il cieco rifiuto di altre correnti immigratorie (non solo negli ambienti presumibilmente più altolocati, il che parla abbastanza chiaro dei nostri risultati, bensì in molti dei loro stessi discendenti, ben disposti a dimenticare o negare le proprie origini).
Se non fu la coscienza della sua straordinaria, luminosa storia culturale ed estetica, sempre presente nelle nostre menti più attive e sveglie, perlomeno fu lo straordinario sviluppo politico, sociale ed economico dell'Italia del dopoguerra che modificò senza dubbio favorevolmente questa prospettiva, anche se oggi con la dolorosa evidenza di che non fummo capaci, noi stessi, gli argentini, di accompagnare o emulare come società tale magnifico esempio. Se, come credo, seguendo W.H. Auden, non c'è mai stato un gran momento della poesia colta, per quanto elitaria apparisse, che non fosse misteriosa ma fermamente legata, sebbene per oscuri meandri, con una grande lingua viva parlata da una comunità, da un popolo, mi sembra evidente che questa "italianità", incluso quella dialettale, intrisa nel nostro uso della lingua, nella nostra maniera di impiegare il castellano, non poteva mancare di manifestarsi nella migliore poesia scritta qui. E non solo per un contatto profondo con la grande poesia italiana ma anche, credo di intuire, per quel giacimento vivo, organico, attivo di "italianità" nella nostra lingua parlata, non solo scritta.
Personalmente, non c'è nelle mie vene, per quel che ne so, nessuna goccia di sangue italiano. Ciò nonostante, ho sempre sentito un'istintiva, organica, irresistibile e ineffabile affinità con l'arte e la vita, con la civiltà e l'umanesimo della "bella Italia". Di un modo tale, con un'intensità tale, che mi sono trovato a parlare e a tradurre l'italiano senza averlo mai studiato. Fenomeno di osmosi, se non di possessione, di empatia più che di comprensione, se nulla è arrivato fino a me per strani e tortuosi sentieri da quel Regno delle Due Sicilie dove le due penisole si confusero, immagino solo che fu nell'aria cosmopolita e poliglotta della Buenos Aires che scoprii, come figlio maggiore di immigranti galiziani, che l'italiano era una lingua viva, onnipresente, infusa. E il caso, che è un altro nome degli dei, ha messo sulla mia strada, fin dai primi tratti, alcuni momenti privilegiati. Con Hugo Gola ho condiviso l'abbagliante, appassionata scoperta dell'incancellabile Cesare Pavese, che poco dopo la sua tragica morte si sarebbe concretizzata nella (condivisa) selezione e traduzione dei suoi bellissimi saggi, ai quali mettemmo come titolo El oficio de poeta (1957), e che avrebbe conosciuto numerose riedizioni, prova della sua inusitata ripercussione. L'anno seguente mi affidarono un libro di Gillo Dorfles, Constantes técnicas de las artes (1958). E poco dopo, quasi contemporaneamente, non solo un'ampia antologia di Giuseppe Ungaretti, Poemas escogidos (1962), che mi permise poi di conoscerlo personalmente e ospitarlo nella mia casa (a destra Alonso con Ungaretti), anch'essa varie volte rieditata, e la cui composizione costituì per me, oltre ad una indimenticabile esperienza, un'autentica palestra, la migliore che si possa immaginare, ma anche i due libri che aprono e chiudono l'intensa, tragica vita di Pavese: Trabajar cansa e Vendrá la muerte y tendrá tus ojos, riuniti in uno stesso volume (1961), altra esperienza chiave per la mia formazione (e di quella di molti altri della mia generazione), non solo estetica bensì profondamente umana.
A partire da allora, e per tutta la mia vita, la grande letteratura italiana non avrebbe mai smesso di possedermi. Ricordo, in maniera molto speciale, Campana, Saba, il Montale incancellabile, il Vittorini esemplare, il Pasolini ineludibile. E Guido Cavalcanti, e Cecco Angiolieri. E Biagio Marin. E versi di Leopardi e di Dante che uno porta in sé, già organicamente incorporati. E ultimamente, oltre alla lucida integrità di Claudio Magris, dopo Tomasi di Lampedusa e Sciascia, il contatto coi miei altri amati siciliani: Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo, forse gli ultimi baluardi in Europa della grande letteratura. Ma sono solo alcuni. E una lista di nomi, per quanto amati e insigni risultino, non potrà rivelare questa strana, comprensibile affinità, questa presenza viva che sento in me della bellezza e dell'umanesimo della bella Italia.

Il tema della natura è solito comparire con frequenza nelle sue poesie. La natura che lei descrive è una natura benigna e materna e, secondo la mia opinione, anche vagamente sensuale. Appare evidente, quindi, la correlazione con il tema dell'ecologia. Qual'è la sua opinione al riguardo?

Adesso potrei enumerare aneddoti, o dati. Per esempio: figlio maggiore di immigranti galiziani, come ho già detto, il primo della mia famiglia a nascere a Buenos Aires, la mia infanzia è stata bilingue, ho dovuto affrontare, con i miei propri mezzi, la grande città. Io ero un bambino che scopriva, poco a poco, sondando, la sua condizione di argentino, e pertanto di latino-americano, senza sospettare che qualcos'altro già circolava nel suo sangue. Nello stesso momento in cui, tra spintoni e cadute, intravedevo appena quel che era una metropoli, nella mia vita familiare convivevo con i ricordi e la presenza non meno viva dell'infanzia contadina dei miei genitori (forse è per questo che mi ha toccato così tanto Pavese, o mi sentivo alludere da Ungaretti: "duemil'anni forse / di gente mia campagnola"), ancora sufficientemente giovani per raccontare e ricordare.
Durante la mia infanzia, nelle mattine d'inverno, la carezza del primo sole era come una mano amica per la mia solitudine. Una delle prime percezioni, incancellabile, nel libro di lettura della scuola, furono due versi di un poeta, Rafael Alberto Arrieta: "Sol de la mañana, / gloria del invierno". In qualche modo sentii che lì stava racchiusa, in quelle poche parole, una sensazione simile a quella che io avevo sperimentato. E che questa aveva vita propria, risonanza. Contagiava vita e intiepidiva anche, all'interno, come il mattuttino sole invernale. Essendo ancora quasi un bambino, all'età di tredici o quattordici anni, non so bene come, mi ritrovai ad annotare delle righe in versi, già molto brevi (una caratteristica che non mi avrebbe abbandonato). E questo accadeva soprattutto nei giorni di pioggia. Da che ho memoria la pioggia mi produce una sensazione di protezione, mi crea uno spazio intimo nella città, un rifugio interiore. E mai dimenticherò la prima grandine, il raggio istantaneo del lampo, l'odore della terra bagnata che precedeva le tormente, i cieli delle strade della mia infanzia, alti ed enormi sulle case basse, sfregandosi con la mia testa. Tutto questo aveva, come si può notare, molto a che fare con i fenomeni naturali. Il sole mi acompagnava oppure la pioggia mi dava rifugio con una sensazione di intimità fraterna nella città tantalica, seduttrice e inospitale.
Molto tempo dopo mi resi conto, un giorno, che in Galizia piove permanentemente, di modo che forse ci sono cose in me che sono quasi ancestrali, come questa profoda emozione, questo piacere concreto, palpabile, che mi producono gli spazi verdi urbani, le foglie e i fiori degli alberi, specialmente nei giorni di pioggia e umidità. Da qui alla coscienza ecologica, non c'è solo un passo né i legami sono totalmene diretti. Però, come negarli? Chi percepisce e ama la bellezza di un albero nella sua forma più piena e libera, perchè non potrebbe essere altrettanto capace di comprendere che senza la sua clorofilla non ci sarebbe ossigeo e, pertanto, vita possibile per noi? Però non è solo questo.
Da una prospettiva umanista, la sfida maggiore per gli intellettuali del XXI secolo è continuare ad esserlo. Chi sia capace di riflettere criticamente in mezzo a questo incubo di seduttrice banalità universale risulterà assolutamente imprescindibile. Dall'altro lato intuisco che, non solo nelle congetture intellettuali bensì, in realtà, in qualunque uomo cosciente della sua propria condizione, gli sarà inevitabile confrontarsi con gravissimi problemi di sopravvivenza. I limiti da porre all'irrefrenabile potere economico globalizzato, non saranno più esigenze di giustizia economica, politica o sociale, bensì di elementari ragioni ecologiche: il pianeta non lo sopporterà.
Le gravi coseguenze ecologiche non si limiteranno alla natura, al nostro habitat, bensì stanno già colpendo - e da molto tempo ormai - la condizione umana. Un'autentica prospettiva ecologica non solo dovrà continuare a tenere in conto i danni del pianeta ma, allo stesso tempo, anche il prezzo che tutto questo ha avuto per noi essere umani, come specie. E anche in quanto persone, ovviamente, e nella sfera culturale, psicologica ed estetica.

Nel suo recente libro La voz sin amo (2005), lei parla della possibilità di una "ecologia della condizione umana", sottolineando il ruolo del linguaggio e della poesia. Questi due elementi rappresenterebbero il fondamento di questa ecologia? E come potrebbero riuscire ad esserlo?

Da un punto di vista culturale (ammesso che questo abbia ancora un senso), ciò che sembra essersi imposto sul pianeta, dal cosiddetto Primo Mondo, non è solo la società di consumo ma anche, attraverso gli onnipotenti e seduttori mezzi d'incomunicazione, una civiltà dello spettacolo, una pseudocultura light, dove anche il dolore più intimo o la tragedia più evidente finiscono per diventare uno show.
In questo contesto, che non è solo la nuova religione dello shopping, ma anche quello che vede in auge lo stordimento assordante degli hits audio e video, temo che senza essercene resi conto, si è prodotto di fronte ai nostri occhi, nelle ultime decadi, dapprima lentamente e poi in forma sempre più accelerata, una vera e profonda mutazione culturale: la scomparsa del linguaggio come centro della civiltà. E questa viscerale commozione non si manifesta soltanto negli strati più elevati, dove si annida il potere, che ormai non è più solamente politico-economico bensì direttamente tecno-idolatrico, e dove la pubblicità ha sostituito l'oratore, il videoclip il creatore d'immagini, il marketing l'avventura commerciale, l'ingegneria genetica il miracolo spontaneo della vita. Ha, quindi, raggiunto quella grave mutazione culturale regressiva di cui parlavamo - alle fonti del linguaggio umano che è la fonte stessa dell'umanità. E mi sto riferendo alla svalutazione più deleterea: quella del linguaggio, che è la soglia stessa della condizione umana. Oggigiorno, incluso nelle grandi città del mondo ipersviluppato, sono sempre meno i vocaboli con cui si esprime una persona. E, dall'altro lato, forse come causa o conseguenza, ormai non è più un popolo, una comunità con i suoi usi quotidiani quella che rinnova e dà vita (come dovrebbe essere, come è sempre stato), a un idioma, a una lingua. Se così fosse la situazione, come credo in effetti che sia, la crisi attuale della poesia - che non è solo di consumo o diffusione bensì anche di essenza e di forma -, non potrebbe intendersi con chiarezza e profondità se non in funzione di questa violenza praticamente universale sul linguaggio umano.
Mai, insisto, potrà esserci una grande poesia che non abbia sempre le sue radici, anche se segretamente, attraverso oscuri meandri e senza tracce visibili, in contatto con una lingua viva. Ossia, con un idioma organicamente parlato da un popolo, organicamente impiegato nella sua vita quotidiana da una comunità. La crisi sempre più acutizzata che oggi sta assediando la poesia nei suoi aspetti estetici e socio-culturali, non è (a mio modesto parere) solo il problema di un genere letterario o di un tipo di artista in particolare. Questo è già accaduto altre volte, ci sono già stati momenti di splendore e altri di declino, c'è stata la sparizione di alcune specie e anche ringiovanimenti e addirittura rinascite. Ma non si era mai colpito alla radice, nelle sue stesse origini, il linguaggio umano nel modo in cui lo si sta colpendo in questi tempi.
Per questo non è la prima volta che mi domando: non sarà arrivato il momento di creare anche un'ecologia dello spirito, della condizione umana?
Non sarà proprio come conseguenza dei difetti di questa civiltà cosiddetta occidentale, nella pratica tecnolatrica e consumista, che stiamo mettendo a fuoco i danni ecologici che essa produce solamente nei suoi aspetti geografici, economici, materiali, e non stiamo prendendo in considerazione quanto le costi, che prezzo ha avuto tutto questo meraviglioso, e allo stesso tempo, devastante processo, dove il conflitto non è ovviamente la mera inventiva tecnico-scientifica quanto la sua manipolazione, in relazione allo spirito dell'uomo?
Quale poesia ci può essere, allora, se si seccano le fonti del linguaggio vivo? Quale grande poesia ci può essere se ormai non è più possibile neanche ritrovarsi in quel silenzio necessario, imprescindibile?




Rodolfo Alonso RODOLFO ALONSO

Rodolfo Alonso negli anni cinquanta partecipò, quale membro più giovane, alla rivista avanguardista "Poesía Buenos Aires". È lì che apparvero le sue prime poesie, scritte a partire dal 1952. Dalla prima raccolta poetica, Salud o nada (1954), le sue opere raccoglieranno sempre ampio riconoscimento. Il celebre Istituto Di Tella lo include nella sua unica selezione di Poesía Argentina (1963), insieme a Raúl Gustavo Aguirre, Edgar Bayley, Alberto Girri, Julio Llinás, Francisco Madariaga, Enrique Molina, H.A. Murena, Olga Orozco e Aldo Pellegrini. Sarà inoltre selezionato per l'importante Antología consultada de la joven poesía argentina (1968), dove troveranno il loro riconoscimento Alejandra Pizarnik, María Elena Walsh e Juan Gelman, tra gli altri.
Rodolfo Alonso ha pubblicato più di 25 libri, la maggior parte di poesia ma anche di saggi e narrativa. Oltre a questo, fin da giovanissimo, si è fatto notare per la sua attività di eccellente traduttore dal francese, italiano e portoghese. È sua la prima versione in spagnolo dei quattro eteronimi di Fernando Pessoa (1961) e di recente nuovamente pubblicata. Tra i tanti ha tradotto anche Giuseppe Ungaretti, Marguerite Duras, Cesare Pavese, Éluard, Drummond de Andrade, Eugenio Montale, Prévert, Apollinaire, Murilo Mendes, Pier Paolo Pasolini, Rosalía de Castro, Manuel Bandeira, Baudelaire, Valéry, Mallarmé, Olavo Bilac. Altrettanto immediato è stato il suo riconoscimento all'estero. Antologie della sua opera sono state pubblicate in Belgio, Portogallo, Spagna, Messico, Colombia, Francia, Brasile, Venezuela e Cile. Nel 1997, insieme a Juan Gelman, ha ricevuto il Premio Nacional de Poesía. Nel 2002 ha ricevuto in Venezuela l'Orden Alejo Zuloaga, massimo riconoscimento dell'Università di Carabobo. È stato insignito delle Palmas Académicas dell'Academia Brasileña de Letras nel 2005. Ha vinto il Premio Único de Ensayo Inédito de la Ciudad de Buenos Aires, sempre nel 2005, e il Premio Festival Internacional de Poesía de Medellín nel 2006.

I suoi libri più recenti, di poesia e saggistica, sono: Antología poètica (1996); Defensa de la poesía (1997); Elle, soudain (bilingue, Parigi, 1999); El arte de callar (2003); Antologia pessoal (bilingue, Brasilia, 2003); A favor del viento, (poesia riunita 1952-1956); Canto Hondo (antologia, Venezuela, 2004); La voz sin amo (2005); Poesía Junta (antologia, Messico, 2006); Poemas pendientes (Bogotá, 2006) e República de viento (2007). Traduzioni più recenti: Los demonios del amor, di Guillaume Apollinaire (1998); Estrella de la vida entera, di Manuel Bandeira (2003); Poemas escogidos, di Giuseppe Ungaretti (2003); Mensaje, di Fernando Pessoa (2004); Cartas sobre la poesía, di Stephane Mallarmé (2004); Aforismos y afines, di Fernando Pessoa (2005); Poesía escogida, di Olavo Bilac (2005); Antología poetica, di Fernando Pessoa (2005); Escritos autobiográficos, automáticos y de reflexión personal, di Fernando Pessoa (2005); Antología, di Carlos Drummond de Andrade (2005); No saciada sed, antologia di Charles Baudelaire (2005); Antología poetica, di Sophia de Mello Breyner Andresen (2005); Antología esencial, di Paul Éluard (2006); La región sumergida, di Tabajara Ruas (2006).
Attualmente sta preparando l'antologia: Poetas italianos del siglo XX.

 

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