Due raccolte poetiche divenute un solo libro, a testimonianza della fascinazione del qui, del fuoco, della purezza, della carne, dello spirito. E non come elementi separati, ma richiamo di un antico accordo, fatto di molte note, ma uno nella sua fisica contemporaneità sonora e nel suo partecipare alla unità dell’opera, o della semplice canzone. Già dal titolo di questa nuova silloge di Jeannette L. Clariond uscita ora in Italia e finalista al Premio Internazionale Camaiore, scrittrice messicana tra le più importanti d’oggi e traduttrice e curatrice di autori come Charles Wright, Alda Merini, Elizabeth Bishop, Primo Levi, Nel sogno brucia la neve, emerge questa aspirazione all’unità del e nel molteplice, perché fin dal titolo è affermazione della complementarietà di dimensioni, con quella onirica che torna, oltre la stagione dei Calderon de la Barca e degli Shakespeare, ad affermare la sua appartenenza al qui e all’ora.
Le Edizioni Fili d’Aquilone tengono ferma questa fondamentale cifra della letteratura, in grado di richiamare alla complessità umana generazioni che rischiano di perdersi nella appropriazione materica del prodotto, della merce, del luogo da vedere a tutti i costi, della scansione esclusivamente cronologica di ciò che chiamiamo vita.
Perché l’edizione di questo volume di Clariond ci mette di fronte al miracolo di una presunta complessità che diviene unione nella constatazione magica – e il realismo magico, letterario e artistico ne è una importante tappa – che il nostro essere nel mondo è un dono anceps, ma pur sempre offerta divina che invita alla contemplazione del bene che vi è nascosto: il solo atto di riscoprire le radici fisiche di una pianta richiama fonti ben più profonde, che suggono linfa da una lunga strada che anche qui sembra dire qualcosa che riporta a una comunione perduta e che però manda inquieti bagliori dalla quotidianità dello sguardo sulle minime cose che ci circondano.
Clariond sembra suggerire qui che anima mundi è anche sprofondamento nell’essenza delle cose, che può essere accolta attraverso quello che ci è dato: i sensi.
Abbiamo parlato, e forse talvolta lo facciamo ancora in dimensioni abbandonate che chiamiamo poesia, musica, arte, una lingua di innocenza che significa la povertà, non quella esecrata come condanna, ma come ritorno alla radice, all’essenziale, quel ritorno celebrato non solo nelle parole da Thoreau o da Rimbaud, da Hölderlin come da Chlebnikov. Ecco perché le contraddizioni cantate qui sono tali solo in apparenza, ossimori non retorici ma frutto di un cammino nuovo, nei piedi come negli occhi:
Si schiude un bosco e il suo verde
è permanenza
di quegli occhi che ho amato.
La neve brucia e accende
la dolcezza dell’autunno.
(“La neve brucia”)
In alcune di queste liriche emerge il rischio radicale di questa riappropriazione: l’identificazione assoluta, che solo poche voci, questa di Clariond come quella di La vegetariana di Han Kang hanno avuto il coraggio di far emergere. Basta leggere la lirica dal titolo esplicativo di Fame per intuire come il passaggio umano lasci tracce contraddittorie e apparentemente inesplicabili: “Senti ribrezzo, confondi fame e digiuno, i tuoi occhi cullano quelle viscere”.
E Clariond ha il coraggio anche di proporre ciò che sembra frutto del tempo, e perciò destinato all’estinzione civile ed esistenziale, in un’epifania familiare perturbante per la sua consapevole apparente, voluta inattualità:
Oggi è lunedì.
Se fosse
domenica saremmo al centro della creazione riuniti in
famiglia con
un tempo per la lingua, lì dove tutti credevamo di parlare,
ascoltarci.
Quel “un tempo per la lingua” è epifania straziante e insieme àugure dello spazio-tempo non solo e non tanto di memorie precise, ma di un desiderio archetipo: tornare al futuro di adesso, parlando nella condivisione della tavola. Semplicemente. E utopicamente, visti i tempi dello sguardo non orizzontale sull’altro, ma chinato sull’artificio in apparenza perfetto, antica memoria di un noi perduto.
È questa di Clariond la poesia – già dall’etimo un fare – del ritorno futuro alla grande casa donataci un tempo incalcolabile e perciò ritenuto non vero, attraverso una prima riappropriazione, quella dell’occhio che diviene parola e celebrazione di un’altra, diversa saggezza:
L’albero è la casa.
L’albero è non sapere.
Jeannette L. Clariond, Nel sogno brucia la neve, a cura di Alessio Brandolini, Edizioni Fili d’Aquilone, 2026, 140 pagine, 15 euro.
POESIE DI JEANNETTE L. CLARIOND da Nel sogno brucia la neve 2025, Edizioni Fili d’Aquilone
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Soles occidere et redire possunt: nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda.
Il sole può tramontare e tornare, ma noi, quand’è tramontata la nostra breve luce, dobbiamo dormire una sola notte, perpetua. CATULLO, CARME 5
*
Davanti a muti specchi provammo a saperne di più sul dolore,
l’invisibile, l’esilio: tagli sottili che rivelano i segreti dell’ulivo,
pagine lacerate dalle dune di sabbia che un giorno splenderanno.
Con i volti rivolti al cielo, i pantaloni rimboccati,
contemplavamo i fulmini abbattersi sulle pozzanghere
e l’ingresso. Le lucertole diverrebbero viola al sorgere del sole.
Negli archi d’acqua ascoltavamo soffi di cielo. Quel giorno
dolcemente scuro ricordai, mi palpai il volto e ripresi a sognare.
La pioggia fu bufera sulla cicatrice, senza sciogliere l’inchiostro.
*
Ero ansiosa di una nevicata di verità sul grano nel cortile,
un fugace mormorio del Cosmo dettato dalla viscosità del limo.
Ma la verità di ieri è sorda all’inchiostro stanco della mia penna.
Crescono le ombre del rio, quella sponda dove bagnai i miei piedi
oggi sprofonda. Vino di vite, vino della vita, vino della veggenza,
finge il riflesso che trasporta tranquilli sentieri verso la palude.
*
Fermati, disse vedendomi fuggire; dormi una notte accanto
alle capre. Capirai qualcosa d’innocente nel sonno profondo.
Quando ti alzerai accostati a guardare se hanno le zampe legate,
le palpebre legnose, la pelle opaca come scorza di melone
o come l’arido gelsomino alla tua finestra. Mi prese l’insonnia.
Ebbi paura di guardare. Il mio spirito aveva penetrato la Parola.
*
Ci sono parole il cui destino è quello di non essere mai dette.
TRINITÀ DEI MONTI
Quando il peso della vita stanca il tuo corpo, quando il tuo cuore si indebolisce come una foglia di coriandolo, quando perfino i tuoi capelli si disfano come fibre di mais, quando hai bisogno che qualcuno ti asciughi le gocce di sangue sui piedi, quando il tuo volto deve ancora essere sostenuto dalla mano di tua madre e l’eco delle ingiurie si ascolta in ogni scheggia della tua croce, allora mi chiedo come mai, davanti al freddo del mondo, non sia possibile osservare il rosso dell’anguria, non percepire l’armoniosa circonferenza della mela, non ascoltare la canzone del coro che ospita l’originaria deposizione del tuo dolore.
Roma, 21 giugno 2019
LA NEVE BRUCIA
1
Se dico bello non parlo di te, ma della lingua.
Nemmeno dell’elfo blu.
Se dico bello parlo della tua luce
che fluttua sul lago, del cigno nero quando nomina
le solitudini.
Parlo dell’amore che nella stanza risplende,
perché il tempo tocca ciò che si invoca,
perché il tempo fa parlare in noi le ombre.
2
Si schiude un bosco e il suo verde
è permanenza
di quegli occhi che ho amato.
La neve brucia e accende
la dolcezza dell’autunno.
3
Ho perso l’abitudine di vergognarmi:
mi inchino verso la venatura,
verso il presagio del ghiaccio,
un rumore di tronchi nel blu cobalto.
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Traduzione dallo spagnolo di Alessio Brandolini
Jeannette L. Clariond (1949, Messico) laureata in filosofia e specializzata in letteratura spagnola e metodologia della scienza. Traduce dall’italiano e dall’inglese. Tra i suoi recenti libri di poesia: Ante un cuerpo desnudo (2019, Spagna - Premio Internacional de Poesía “San Juan de la Cruz”, pubblicato in Italia nel 2021 da Edizioni Fili d’Aquilone: Davanti a un corpo nudo); The Goddesses of Water: Las diosas del agua (2021); Cuerpo de mi sangre (2022, Premio Pilar Fernández Labrador); Las lágrimas de las cosas (2024, Premio Nacional de Poesía Enriqueta Ochoa) e Nel sogno brucia la neve (2026, Edizioni Fili d’Aquilone – Finalista Premio Internazionale Camaiore). Numerosi i riconoscimenti e i premi letterari ricevuti, suoi libri sono stati tradotti e pubblicati all’estero. Tra gli autori da lei tradotti: Anne Carson, Alda Merini, Charles Wright, Primo Levi, Elizabeth Bishop.
testimarco14@gmail.com
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