FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 72
marzo 2026

Ombre

 

CARA OMBRA

di Viviane Ciampi




*

ti avvicini quando mi copro il volto
con la giacca. La luce passa oltre
resto in piedi nell’allegria artificiale.

Quest’anno è cominciato a fuochi e fumi
con stelle menzognere sulle teste dei festanti
lacrime innevate
‒ il senso passato per piccole devianze ‒
ciò che conta resta nel rifugio opaco
in una zona non illuminata di proposito.

Vero è che non parliamo con le parole,
ma dentro, al centro, nel nucleo delle stesse parole.


*

Ci si addestra a una forma di insubordinazione silenziosa.
Non il gesto plateale,
ma l’equilibrio instabile.
Un camminare sul bordo dove vivono i sassi
dove ogni passo trattiene la caduta.


*

E allora, in questo bianco imprevedibile
che si spaccia per ordine,
chi avrà davvero il controllo?
Chi resterà in piedi
quando perfino l’inferno
avrà smesso di bruciare
e avrà imparato la strategia del freddo?


*

Scopri di poter camminare
sulla tua neve interna.
Vi ci puoi cantare saltare.
Vi ci puoi star seduta e reinventare le tenebre.


*

Il tappeto non si muove
nemmeno quando tutto trema.
Qualcosa tiene fermo ciò che resta,
mentre il mondo, fuori,
continua a credere che cadere sia
l’unica direzione possibile.


*

Quello, solo quello,
lo spazio che ti è rimasto
è un autoritratto
finché non saprai dire notte o silenzio!
Prima balbetti, poi capisci
che alcune parole arrivano solo
quando smetti di chiamarle.


*

Ti chiedi perché partire un’altra volta,
quando tutto è già in equilibrio precario,
quando anche restare è una forma di viaggio.

In prima fila la gioia, sì,
ostinata, sì, quasi fuori luogo.
E dietro i campi senza farsi notare
i girasoli insistono
continuano a voltarsi
verso ciò che non promette niente.
Ma si reggono in piedi.


*

La vita è un’ambiguità sintattica:
il soggetto cambia a metà frase
e nessuno avvisa.

Si impara allora
l’arte del non piangere,
non è freddezza
ma economia del gesto.

Ed ora contempliamo cotanto lirismo morale,
con la distanza necessaria
a non restarne invischiati.

La retorica dell’appoggio, del salvataggio
si offre sempre come soluzione,
mai come problema.


*

Ah grazie ci sono ‒ sì ‒ le solitudini
le abitudini le infinitudini
ma anche occhi che l’aria fa brillare.
La settimana degli esempi
scorre in città occasionali,
tra i pozzi dell’infanzia ormai a secco.
La lombalgia
la nevrosi
l’emicrania
misurano le distanze,
riportano il corpo a antiche ostilità
mai negoziate.
Qui, invece,
siamo giàdall’altra parte.


*

Qualche frammento di specchio
trattiene il volto
mentre passa.

Di cosa perduta nel perdurare
resta una sostanza minima,
quasi sonno.

Non fare che accada:
è così che lo stupore
si conserva.


*

Il biancore
non illumina dove non sei più.
Però un bacio e ci tocchiamo.


*

Ti perdi,
ci perdiamo.
Ma non eravamo già perduti?

Le cose della mezzanotte
l’odore della mezzanotte
si dispongono attorno.
E noi, assai recitanti
appariamo anonimi nella città
delle scatole da scarpe.


*

Le durevoli verità
non differiscono affatto
dal sonno che le ospita.

È propriamente umano
‒ umanamente umano ‒
questo andare a vuoto
senza smettere di dire.


*

Qui lo specchio non riflette.
Lasciando segni ‒ anche ferite ‒
di enigmatico splendore,
bersaglio senza centro.
Non per scelta ma per attrito.
Tutto un programma d’indocilità
che dura fino all’alba.
Quando la forma insiste,
quando abbraccia il coerente
troppa perfezione
può destare sospetto.


*

Ti muovi con parsimonia.
L’imperfezione
seduta sulla negligenza
non fa il suo lavoro.
Le conclusioni drastiche
sono l’esatto della neve.
Ciò che si perde
si perde per davvero.


*

Il buio fa spazio tra una cosa e l’altra,
non per separare,
ma per permettere che qualcosa resti
senza essere subito respinto.
Capita che, parlando del più e del meno,
ti afferri il vestito,
non per fermarti
ma per ricordarti che sei ancora lì.
Nel buio le cose non hanno fretta di mostrarsi,
restano in attesa,
come un canto gregoriano
che non chiede di essere seguito
ma solo ascoltato.

C’è sempre il gatto più nero
che attraversa la stanza
senza fare rumore.
Le parole, quando c’è buio,
rallentano il passo,
ed è allora che nasce il desiderio
di dare il nome a ciò che
resiste senza volto,
a un solco,
o a più solchi
che attraversano il tempo
senza chiedere spiegazioni.
L’io resta,
ma senza dominare,
come il demonio sulla porta,
che non entra e non se ne va.
Tieniti forte,
perché nel cuore dell’inverno
anche ciò che tace
ha peso.
Il buio non spegne la luce,
la lascia arretrare,
e in quello spazio sospeso,
tra ciò che è detto
e ciò che manca,
qualcosa continua a respirare.


*

Nel semibuio
le cose non chiedono consenso,
stanno in fila
come pensieri riciclati
che hanno perso lo scandalo dell’inizio.

Oh,
capita che l’umore cambi
senza avviso,
una forza minima
che spinge a sprofondare.

C’è sempre un testimone,
non di ciò che accade
ma di ciò che resta in sospeso,
un taglio aperto
che rimane perfettibile
anche dopo il compleanno delle promesse.

Tu, con quel faccino,
ti volti a metà,
come se dovessi spendere un pensiero
ma non ora,
non qui.

E scendi prossima
a ciò che non ha nome,
senza dare il nome a,
perché poi lo sai,
i nomi invecchiano in fretta
e tornano indietro
riciclati.

Nel semibuio
la forza non fa rumore,
l’umore non si giustifica,
lo scandalo passa
senza lasciare traccia.

Resta la fila,
resta il testimone,
resta quel modo di sprofondare
senza cadere
del tutto.


*

Inutile mentire:
l’ombra è la neve.
Cade senza rumore,
copre senza scegliere,
fa sembrare uguali
le distanze.

Sbriciolarsi allora
diventa un modo di restare,
di attraversare il cielo allucinato
senza chiedere prove.

È accaduto,
di sicuro è accaduto,
e ora,
in altre parole,
non serve più
dirlo meglio.


*

Finalmente vedremo
senza muovere le palpebre
come si vede quando
non c’è posto per
le prove.

Era l’ora della copula,
non dei corpi
ma dei sensi che si toccano
senza dichiararsi,
una congiunzione lenta
che non discolora.

Finalmente vedremo
ciò che resta in piedi
quando già si è detto tutto
e non c’è posto per
altre versioni.

Senza muovere le labbra
passa un accordo minimo,
un sì d’amore che non fa rumore.


*

Nel bel nero della giornata
si cammina nei margini
con una precisione che non chiede conferme.

Le ore fanno il loro mestiere,
una dopo l’altra,
inermi e ostinate,
come se il tempo avesse deciso
di non spiegarsi più.

Qualcosa passa,
non si annuncia,
non lascia segni riconoscibili,
ma cambia l’aria
intorno ai gesti più semplici.

Nel bel nero della giornata
resta solo ciò che regge
senza essere visto,
una continuità silenziosa
che non cerca salvezza
né applausi.

E si va avanti così,

tra stati provvisori sorprendenti
con una calma che non è pace,
con una forza che non fa rumore,
sapendo che questo
‒ proprio questo ‒
basta.



Qui c’è gente, vita mia,
non turbarla
meglio non parlare del morire.


Foto di Lino Cannizzaro


vivianeciampi.poetry@gmail.com