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Il tuo abbandono è come un monologo
in un teatro vuoto senza eco
il suono che muore nella stanza
dopo che al buio hai lasciato la casa
e io preferirei stare in gabbia
nell’eterno mutismo di chi sbaglia
che aggrappato al rumore spoglio
dell’ultima porta che hai chiuso.
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Aveva lo sguardo sgualcito
di un bimbo invecchiato nell’amore
il signore che raccontava della donna
che lo aveva benedetto a vita
col sacro dei suoi baci – sulla pelle
subito un’accesa nostalgia
a intermittenza, un buio a metà
ogni stanza vuota di quel corpo
una fotografia di vita rimasta
appesa nella polvere che passa
a ripetere il rito dell’attesa.
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Aspetterò con ansia il mio turno
per portare il passo al di là
di questa porta abbozzata a matita
sulla metà rimasta di un muro
salvato della casa che resta.
Forse allora saprò come si fa
a morire nel modo corretto
ma nulla è più giusto se spieghi
a un bimbo come muove il sole
e non lasci che declini con lui
anche gli angoli di luce più stretti
incastrati nei pochi colori
durati ancora per disegnare.
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Il silenzio che porta la pace
arriva di notte e mi spaventa
è la voce della tua assenza
imminente che cambia il tono,
non il ritmo del tuo tornare.
Ora vorrei confondere il mio pianto
fra quei rumori infinitesimi
con cui si scontrano gli atomi
mentre diventano materia ignorata
dei sorrisi che in questa stanza
appesa al niente hai smesso di darmi.
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Sul fianco del letto dove scompari
Quando creo la tua sembianza
c’è un piccolo e ingombrante vuoto
ammassato di vecchie ragnatele
non ho il coraggio di scucirle
spero sempre tu ne faccia
un abito largo da starci in due
e scelga come ospite anche me
rimasto fuori ad abbracciare
lo scheletro finto di un cuscino.
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C’è nelle sere una strana
assenza di progressione, un tempo
duro che non passa da quando
parlo alle poltrone vuote,
resta nelle pieghe invecchiate
l’ultimo aldilà in cui ti cerco
e se dal buio della cucina ritorna
inatteso il sapore di un caffè
so che saranno sogni di notte
che l’incubo della tua assenza
lo vivo solo ad occhi aperti.
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Ora che il divano è vuoto
non mi puoi più insegnare a distinguere
il fumo fra le sigarette e il caffè
lasciato sul bordo, è tutta un’aria
rimasta incastrata da tempo
sulle coperte cucite a fatica
nei giorni in cui pareva più un vento,
quello che oggi per sempre terrà
ferme le pieghe del tuo nome.
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Nel destino delle cose spezzate
c’è un angolo dedicato a me, una scia
incolore che insegue da sempre
gli atomi perfetti degli altri.
Fuori la luce è dei pezzi interi,
ogni mio coccio di buio si avvelena
nell’attesa di essere ricucito
ora che l’ombra trascina il mio peso
nel mondo dei corpi vivi.
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