FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 71
novembre 2025

Famiglie

 

CAMMINARE CON EMILY, VERSO L’ORO DELLA VITA
In un romanzo di Flaminia Colella le poesie di Dickinson
accompagnano il cammino di madre e figlia, anche nel dopo

di Marco Testi



Chi non avrà trovato il Paradiso – su questa terra –
Non lo troverà lassù –
Vedi, gli Angeli dimorano accanto alla nostra casa,
Ovunque essa sia –

Emily Dickinson


La vita attraverso l’amore tra madre e figlia, ma anche grazie al dono del cuore, non una casa, una macchina, una proprietà tangibile materialmente: un libro di poesie di Emily Dickinson. Quando Delia se ne va dopo aver ricevuto e restituito lo splendore aureo del cielo, dell’orizzonte e del tutto, la figlia sa che quell’andarsene significa altro.

Le parole della poetessa solitaria attraversano questo racconto di una madre pure lei solitaria, ma anche artista, che ha incontrato fin da ragazzina la malattia curata da chi diverrà poi il suo compagno di viaggio. Tira una brezza sottile di assertiva visione di un tutto in perenne trasformazione in questo Figlie dell’oro, di Flaminia Colella, un tutto che non è spiegabile con le determinazioni di panismo, panteismo, olismo, ma che va molto oltre. Attraversa la fede, una fede però non conclamata né affermata dogmaticamente, immersa in un sì alla vita e al tutto che richiama se mai gli elementi orientali del nuovo incontro con la grande madre e il sì di Francesco al ritorno all’essere oltre le apparenze.

Le poesie di Emily sono il breviario di questo cammino in cui i tempi si incrociano tra un presente e un passato mai segmentati, ma fluidi e interagenti nell’amore materno e filiale, o in unioni che non nascondono nulla della fatica di vivere insieme quando i propri fantasmi interiori a volte sembrano prendere il sopravvento. Ma sono anche aiuto, presenza-assenza, quando anche il non esserci significa aiuto abissale.

L’arte, non solo la poesia, diventa la mano che accompagna in questo cammino, segmento di un tutto senza confini, anche grazie a chi, come Gabriella, accoglie e guida Giada, la madre del racconto che da sempre lotta con il male, nella strada della rappresentazione nell’opera concreta. Una concretezza che è una delle forme molteplici di una sostanza che va oltre le classificazioni, e che vede in ogni parte del racconto “la vestale della lirica d’occidente”, come genialmente viene qui chiamata Dickinson, scandire i passi dell’incontro con le radici di quel tutto: i fiori, i rami, gli uccelli, la presenza magica dell’altro, a patto che si sappia ascoltare in silenzio quella presenza che ci fa dono di quel “poco di aria gratis” che spesso noi non sappiamo cogliere, tesi come siamo all’affermazione del nostro particulare.

Una storia che aiuta tangibilmente nel percorso dopo e durante le ferite e i colpi del destino, alla ricerca comune di quello spazio magico in cui si possa convivere con le nostre ferite “senza diventare portatore di dolore”. Che ci aiuti, come accade alla protagonista, nell’ andare incontro all’oggi “con tutta la grazia e l’oro negli occhi”.

Il soffio della speranza ci insegna, in questo racconto, cose inaspettatamente del tutto pratiche e che avevamo dimenticato, nonostante gli ammaestramenti platonici, stoici, cristiani o orientali, come il rischio abissale, che questa società mercantile ha rimosso nella sua individualità tesa solo al soddisfacimento, della sazietà, del piacere fine e sé stesso che portano allo spleen parigino e alla noia esistenzialista. E al suicidio sociale. E non si tratta solo di letteratura.


Flaminia Colella, Figlie dell’oro, La Lepre Edizioni, 2024, 16 euro.


testimarco14@gmail.com