FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 71
novembre 2025

Famiglie

 

JUGARLO TODO EN LA BATALLA
In memoria di Daniel Samoilovich

di Francesco Tarquini




Tengo que darte una noticia muy triste / muy inesperada y triste”. Cominciava così lo scarno, sgomento messaggio che ho dovuto rileggere più volte, impiegando giorni per accettare la realtà dell’evento di cui do annuncio con le stesse acri e secche parole attraverso le quali l’ho appreso. Il 13 ottobre, in un ospedale di Città del Messico, all’età di 76 anni, in modo inatteso e crudele, il poeta argentino Daniel Samoilovich è morto.

Dal 2011 in cui sulle pagine di “Fili d’aquilone” apparve a mia cura una silloge in italiano da Molestando a los demonios, sono stato il traduttore di Daniel, alla cui opera mi aveva introdotto Edgardo Dobry, poeta e saggista di rara profondità di cui avevo tradotto vari testi. Fu dunque così che in breve tempo anche lui, Samoilo, entrò a far parte di quella piccola “famiglia argentina” che era -ed è- un mio vitale punto di riferimento intellettuale e affettivo.

Da quell’inizio, - grazie ad Alessio Brandolini che aveva ben compreso l’alta qualità della sua poesia - “Fili d’aquilone” fu la rivista e la casa editrice italiana di Daniel. Nello stesso anno 2011 Molestando a los demonios apparve infatti in volume col titolo Molestando i dèmoni; nel 2018 pubblicammo su “Fili” vari frammenti di un poema di più di duemila versi, Las Encantadas, che uscì in volume nel 2019 e sul quale pubblicai successivamente un ampio scritto critico su “Letterature d’America”.

Tradurre poesia da una lingua amata è per me innanzi tutto un’avventura amorosa. E Daniel lo sapeva. Era nato fra noi negli anni, all’ombra di un’amicizia fatta di affinità e confidenza, di sintonia intellettuale e insieme di familiare dimestichezza, il progetto di una collaborazione destinata a durare lungamente. Dedicai così l’estate del 2024 a una traduzione per la rivista di numerosi passaggi del suo più recente libro: ancora un poema, Berisso 1928, un possente intreccio di voci rievocanti un lungo tratto della storia industriale argentina dello scorso secolo con le sue vicende di sfruttamento e persecuzione di generazioni di immigrati e militanti sindacali. Anche in questo caso si progettava la pubblicazione dell’intero testo. Ma se questo accadrà, Daniel non potrà vederlo.
E io sarò solo. Finito quel dialogare fitto, quel confronto su questo o quell’aspetto del mio tradurre, quella comunicazione complice, a distanza più spesso che de visu, per mezzo della posta elettronica fra un incontro e l’altro a Barcellona, a Buenos Aires, a Roma così intensamente amata.

Ho sfogliato in questi giorni l’ultimo libro di Samoilo, Estética del error; e quella misteriosa lucidità che nei momenti di maggior esaltazione affettiva esalta la nostra capacità d’intuizione mi ha guidato su alcune righe che qui traduco: “L’unica cosa certa è la morte, e la relativa inquietudine nasce dall’ignorare il modo in cui ci si imbatterà in lei, e cosa si farà nel frattempo, lungo o breve che sia. Allo stesso modo il testo poetico si strappa dal silenzio sapendo che dovrà avere un finale; è banale dirlo, ma la questione non è durare, è invece giocarsela tutta sul campo di battaglia, usare il solo tiro di cui si dispone per far qualcosa che valga la pena”.

“Jugarlo todo en la batalla”. Mi è parso di captare un messaggio, un’esortazione a spostare in avanti lo sguardo in nome di qualcosa che trascende il dramma della fine. Avverto questa esortazione come l’ultimo dono di Samoilo al suo traduttore; e per questo le parole dell’addio che sto qui pronunciando segnano al tempo stesso un impegno di continuità: anche perché la mia lingua nativa urge e preme per il completamento della traduzione di Berisso 1928, così che questo poema da me particolarmente amato raggiunga la piena integralità della sua vita.

Nella pesante coscienza del vuoto mi consola l’aver passato quasi dieci giorni con Daniel, a Roma, in casa mia, nello scorso mese di maggio. “Musica fatta di parole” era intitolato l’incontro nel quale insieme abbiamo letto e illustrato, in spagnolo e in italiano, un’ampia scelta della sua opera poetica, nella sede - come in un ripetersi del tempo - di quella stessa Associazione culturale TraleVolte dove anni prima avevamo felicemente presentato Las Encantadas.

Per questo nostro ultimo incontro Daniel mi aveva portato in dono una copia di Estética del error: credo sia stato un misterioso disegno, e non il caso, a farmi trovare in essa solo in questi giorni, dopo la morte del mio amico, quelle parole, che suonano più che mai come un paradigma di vita.

* * *

Fra il 1980 e il 1982 Daniel Samoilovich scrisse undici poesie raccolte sotto il titolo “Cuaderno del Tigre”, successivamente più volte riscritte quasi seguendo l’eracliteo ritmo fluviale dal quale erano nate: quello del Tigre, ampia distesa di isolette avvolte in una spessa vegetazione che formano il delta del Paraná prima che questo sfoci nel Río de la Plata, e il cui toponimo risale ai tempi in cui al fiume venivano affidati grandi carichi di legname destinati a Buenos Aires, e che spesso servivano da zattera alle “tigri”, cioè ai numerosi giaguari che abitavano le selve. Qui prosperava una primitiva industria del legno e del vimini, accanto a coltivazioni di fiori e agrumi destinati ai mercati della capitale. E qui sorsero, fra il XIX secolo e la metà del XX, piccole case di stile vagamente inglese, villette coloniali, capanne di legno, immerse in una natura lussureggiante, affacciate sull’acqua e innalzate su palafitte per resistere alle periodiche inondazioni.

Oggi poco sussiste di tutto ciò, distrutto da opere stradali che spostarono l’approvvigionamento di frutta e legname in zone meno soggette a inondazioni; le casette di palude si spopolarono, e ammassi di canne e fiori selvatici invasero gli scheletri dei cantieri abbandonati. Raggiungibile con una comoda e veloce linea ferroviaria, il Tigre è meta ormai di un turismo di massa attratto dai locali alla moda, e il Delta appare relegato nel passato mitologico di Buenos Aires. Nella sua parte più profonda si respira tuttavia ancora l’aria d’un tempo, l’aria del melanconico e incantato paesaggio tropicale evocato da Samoilovich, che nei primi anni ’80 su una delle isole possedeva una casa.

In estremo omaggio all’autore, le pubblichiamo qui nella mia traduzione.




CUADERNO DEL TIGRE


La casa del Tigre

Tenemos una casa en Sudamérica.
Aquí están los perros sin dueño,
el río, las palmeras, el verano,
el arbolito enmarañado
de las rosas silvestres,
las luces diagonales en otoño.
Acá vino a parar la ropa vieja, el silencio
los vasos desparejos,
los miembros más longevos
de razas diferentes, hermanados
por el azar, por un descuido de la muerte.


La casa sul Tigre

Possediamo una casa in Sudamerica.
Qui dimorano cani solitari,
qui stanno il fiume, le palme, l’estate,
l’aggrovigliato arbusto
delle rose selvatiche,
le luci inclinate dell’autunno.
Qui son finiti gli abiti dismessi, il silenzio,
i bicchieri spaiati,
i più longevi appartenenti
a differenti razze, affratellati
dal caso, da una distrazione della morte.


Navegando hacia la casa inundada

El charlatán del embarcadero promete,
alzando la voz sobre los loros enjaulados,
la bajamar dentro de diez segundos.
Pero en las islas —dice el patrón del barco—
no existen los milagros,
va a bajar muy despacio, todavía
está soplando viento del sudeste.
Somos pocos, vamos serios
en un paisaje dado vuelta. A proa
humea la pava: para distraernos
de nuestras certidumbres bastaron
una lluvia más fuerte que lo usual
y unas rachas de viento en la boca del río.
La ola bifurcada tras el barco
toca las casas y huyen
metálicas las garzas del juncal.
Con la fijeza maniática
que algunas cosas adquieren en los sueños
brilla en medio del agua la azalea, los recodos
familiares se volvieron fantásticas lagunas.
Como el que gana, de golpe, un millón,
el agua se da gustos caprichosos, se divierte,
hace planes para el futuro: el río
bien podría quedarse así, por qué
habrían de importarle nuestros pies,
nuestras cosas flotando a la deriva.
Si no baja no sé qué hará hoy
el sordo que arrastra cada tarde
una silla hasta el muelle y pone
su radio a retumbar entre las casuarinas.


Navigando verso la casa inondata

Strilla più forte dei pappagalli in gabbia
l’imbonitore dell’imbarcadero, garantendo
che entro dieci secondi scende la marea.
Sennonché –avverte il padrone della barca- sulle isole
non si danno miracoli,
scenderà molto lenta, perché ancora
sta soffiando il vento di sudest.
In quei pochi che siamo, attraversiamo assorti
un paesaggio sconvolto. Fuma
a prua il bollitore: a distoglierci
dalle nostre certezze son bastate
una pioggia più violenta del solito
e raffiche di vento all’imbocco del fiume.
L’onda che s’apre in due dietro la barca
sfiora le case, metallici
volano via gli aironi del giuncheto.
Con quella stralunata fissità
che certe cose assumono nei sogni
rifulge in mezzo all’acqua l’azalea, i meandri
familiari trasformati in fantastiche lagune.
Come colui che vince un milione inaspettato
l’acqua si sbizzarrisce, si sollazza,
pianifica il futuro: potrebbe certo
rimanere così, il fiume, perché mai
dovrebbero importargli i nostri piedi,
le nostre cose galleggianti alla deriva.
Se non scende non so come farà
quest’oggi il sordo che tutti i pomeriggi
trascina la sua sedia sul molo e sistema
la radio a strepitare fra le casuarine.


La hora de encender las lámparas

La primera en llegar es la hora
de los colores, cuando la rosa
arde, deseosa y fija,
sobre el verde acerado, y la tierra
se tiñe del color de tus párpados.
Es breve ese suspenso, final temblor del día.
Detrás viene la hora de encender las lámparas.
¿Por qué tan de repente se va la luz y el aire
se llena de mosquitos? Nos pican, derramamos
el kerosén mientras miran lo que hacemos
las tulipas, dispuestas
de dos en dos en la escalera.
Es ya ritual esta sorpresa
cuando llega la hora de encender las lámparas.
Una coquetería rara hace que finjamos,
ella y nosotros, que desconocemos
el hilo riguroso que la trae
y simulemos todos que pasaba
por aquí cuando quiso visitarnos.
Llegó la hora, decimos, de encender las lámparas:
y el aire ya está negro de mosquitos.


L’ora di accendere le lampade

Giunge per prima l’ora
dei colori, quando vogliosa
e sicura arde la rosa
contro il verde compatto e si colora
del colore delle tue palpebre la terra.
Breve tregua, ultimo fremito del giorno.
E dopo è ora di accendere le lampade.
Perché la luce va via così di colpo e l’aria
è piena di zanzare? Ci pungono, rovesciamo
il cherosene mentre ogni nostro gesto vedono
i gerani, collocati
a due a due lungo le scale.
Sorprenderci di questo è divenuto un rito
quando è ora di accendere le lampade.
Ci induce a fingere una civetteria speciale
condivisa da lei, che ignoriamo
la rigorosa trama che la guida,
e simuliamo insieme che passava
di qui quando ha deciso di venirci a trovare.
È giunta l’ora, diciamo, di accendere le lampade:
e l’aria è già piena di zanzare.


Contemplativa

Sentada allí, bajo el naranjo.
No estás escribiendo ni leyendo.
Sólo estás allí, la flor te corona
y las abejas te bordan un traje incesante.


Contemplativa

Là sotto l’arancio seduta
non scrivi, non leggi.
Te ne stai solamente, ti è il fiore corona
van tessendo le api per te un diuturno vestito.


Cada día

Cada día es más ruidoso
el cerco de guerra que las ranas montan
en torno de la casa. Si no tuviéramos
ninguna otra manera
de medir el tiempo, este anillo
sonoro bastaría: por él desposa
el jardín una enemiga primavera.


Ogni giorno

Ogni giorno si fa più rumorosa
la bellicosa cerchia che formano le rane
attorno a casa. Se non avessimo
alcun’altra maniera
per misurare il tempo, sarebbe sufficiente
quest’anello sonoro, col quale prende in sposa
il giardino una nemica primavera.


De los grabados y nosotros

De chico creía que la tensión superficial
era una extravagancia de los líquidos,
un truco para que flotaran las agujas.
Nunca pensé que algo como eso
fuera importante para las arañas.
Los grabados, es cierto, las mostraban
con sus patas azules en el agua;
pero hoy las vi pasar corriendo bajo el muelle
y supe que era en serio.
De los menores caprichos de unas cosas
viven las otras: unos grados de más o de menos
y la tierra sería un páramo de hielo
o de fuego. Por nada, o casi, se nos dio
la chance de acostarnos en el muelle,
mirar las flores del barranco, pálidas,
y las arañas corriendo sobre el río.


Certe immagini e noi

Credevo da bambino che la tensione superficiale
fosse un artificio dei liquidi,
un espediente per farvi galleggiare gli aghi.
Che una simile cosa risultasse
così utile ai ragni non l’avrei mai pensato.
Certo, li figuravano le immagini
sull’acqua con le loro zampe blu;
ma li ho visti correre oggi sotto il molo
e ho capito che davvero è così.
Degli estri minimi di certe cose
altre cose vivono: qualche grado in più o in meno
e sarebbe la terra una landa di ghiaccio
o di fuoco. Ci fu data quasi per nulla
l’occasione di sdraiarci sul molo,
di osservare i pallidi fiori del dirupo,
e i ragni che correvano sul fiume.


Casuarinas

Acostumbradas al rumor de sus ramas,
al aleteo de los pájaros,
al pico que perfora la corteza
persiguiendo un gusano,
las casuarinas no pueden creer
que esa otra bestia, el río, baje silencioso.
Más bien piensan que están un poco sordas
y se inclinan para escuchar mejor:
muchas veces este error las pierde.


Casuarine

Assuefatte al rumore dei loro stessi rami,
al battito d’ali degli uccelli,
al becco che perfora la corteccia
incalzando un verme,
non riescono a credere, le casuarine,
che l’altra bestia, il fiume, se ne scenda in silenzio.
Pensano piuttosto di non sentirci bene
e si sporgono per ascoltare meglio:
molto spesso le perde questo errore.


La inundación

Un oleaje imposible
tiembla en los listones del techo:
es el reflejo del reflejo del agua
que, mientras dormíamos,
inundó los bajos y el jardín.
La casa tintinea cargada de botellas,
en el agua reluce la cimera
de la azalea, la copa del naranjo:
todo está alegre, duplicado,
sólo nosotros estamos perplejos,
los rayos de luz que tocan la escalera
se diría que vienen a buscarnos
como pájaros a lombrices que la tierra
al ablandarse, volvió fácil atrapar.


Inondazione

Inverosimile, un agitarsi d’onda
trema sulle travi del soffitto:
riflesso del riflesso di quell’acqua
che mentre dormivamo
ha allagato pianterreno e giardino.
Tintinna la casa piena di bottiglie,
rifulge in acqua il cimiero
dell’azalea, la cima dell’arancio:
esulta ogni cosa, raddoppiata,
noi soli restiamo qui perplessi,
i raggi luminosi che investono le scale
si direbbe che vengano a cercarci
come uccelli i lombrichi che la terra,
inzuppandosi, ha reso facile acchiappare.


Libélulas

Libélulas, fantasmas del calor,
nacen cuando en los pastos altos
se vuelve sólida la angustia de diciembre.
Es en recuerdo de este origen que de día
baten las alas hasta lo invisible
y se lanzan al fuego por la noche.
Y todo por lo mucho que les pesa
la conciencia de casi no haber sido.


Libellule

Libellule, fantasmi del calore,
nate quando fra le erbe alte
si condensa l’angoscia decembrina.
Ricordando questa origine, di giorno
in un moto invisibile sbattono le ali
e la notte si gettano nel fuoco.
Tutto a causa di quanto le affligge
la coscienza di non aver quasi vissuto.


Es una línea oblicua

Es una línea oblicua a través del otoño
la que une al azahar con la naranja. La flor
que en las noches de enero derrumbaba razones
como el infinito distancias entre estrellas,
llegado julio se deja definir,
redonda y terrenal, como naranja.
Toca al cuchillo descubrir
qué, de aquel ávido soñar,
persiste en ella: qué rasgo,
qué resplandor absorto.


Una linea obliqua

Una linea obliqua che attraversa l’autunno
congiunge zagara e arancia. Il fiore
che le notti di gennaio annientava ogni ragione
come le distanze fra stelle l’infinito,
all’arrivo di luglio si lascia definire,
tonda e terrestre, come arancia.
È al coltello che tocca svelare
di quel sognare avido cosa
in lei perdura: quale aspetto,
quale assorto splendore.


La tortuga

La tierra intoxicada ya no absorbe más agua,
los charcos que quedan, quedan dos días, tres.
El barro que dormía atrás, en la alameda,
fue a parar al piso ajedrezado,
hay una franja grisácea en el ligustro
y pajitas pegadas a las paredes blancas.
No sabemos de dónde salió esta criatura
que abre sus ojos miopes al esplendor del día:
pero gritás a medida que el cuello crece y crece
acercando hacia vos una cabeza chata.
Asomada a este raro regalo del diluvio
sos la primera en volver a la tierra
después de un gran desorden,
y es necesario entonces que le pongas un nombre
a las cosas que hallamos: empecemos ahora:
esto es una tortuga, esto es el diluvio,
y el diluvio es amnesia y amnesia
es el nombre de guerra de la felicidad.


La tartaruga

Intossicata, la terra non assorbe più acqua,
durano due o tre giorni le pozze che ha lasciato.
Il fango dormiente là dietro, sul viale,
è scolato sul pavimento a scacchiera,
appare una striscia grigia sul ligustro
e pagliuzze appiccicate ai muri bianchi.
Ignoriamo da dove sia uscito quest’essere
che gli occhi miopi apre nel giorno luminoso:
gridi, tu, mentre cresce e cresce il suo collo
avvicinando a te una testa piatta.
Davanti a questo dono del diluvio
sei la prima a tornare sulla terra
dopo un grande scompiglio,
dunque bisogna che tu trovi un nome
agli oggetti trovati: e cominciamo, dunque:
questo, è una tartaruga, questo, è il diluvio,
il diluvio è amnesia, amnesia
è il nome di battaglia della felicità.


Per una miglior comprensione dei testi segnalo che l’oggetto che fuma a prua nella poesia “Navigando verso la casa inondata”, è il bollitore del mate, il tradizionale infuso proprio dell’Argentina e dell’Uruguay.
A proposito del moto stagionale cui si fa cenno nella poesia “La linea obliqua”, ricordo che in Argentina gennaio è mese estivo, luglio autunnale.

Traduzione dallo spagnolo di Francesco Tarquini




Daniel Samoilovich
(Buenos Aires 1949, Città del Messico 2025) è stato una figura centrale della poesia argentina degli ultimi trentacinque anni, non solo per la rilevanza della sua vasta produzione poetica ma anche per il ruolo di riflessione e stimolo di rinnovamento svolto dalla rivista “Diario de Poesia”, di cui è stato cofondatore e che ha diretto dal 1986 al 2011. Dopo l’esordio nel 1973 con Párpado, nel 1984 pubblica Il Mago, cui fanno seguito La ansiedad perfecta nel 1991, nel 1996 Superficies iluminadas, Las Encantadas e El carrito de Eneas nel 2003, El despertar de Samoilo nel 2005, Molestando a los demonios nel 2009. Quest’ultimo, tradotto da Francesco Tarquini, è stato pubblicato nel 2011 dalle Edizioni Fili d’Aquilone, che nel 2019 hanno poi dato alle stampe, sempre a cura di Francesco Tarquini, il vasto poema Las Encantadas, uscito nel 2023 anche in traduzione inglese.
Nel 2019 esce una antologia delle sue opere, Una suerte de ojo absoluto, e nel 2022 El libro de las fábulas y otras fabulaciones, in stretta collaborazione con il pittore e illustratore Eduardo Stupía. Nel 2023 viene pubblicato Berisso 1928, il suo ultimo libro di poesia, col sottotitolo La vida futura, e nel 2024 Fili d’aquilone ne pubblica ampi stralci tradotti da Francesco Tarquini.
Una prima antologia dell’opera di Samoilovich è uscita in traduzione francese in Canada nel 2011, col titolo La nuit avant de monter à bord, seguita nel 2007 in Inghilterra da Driven by the wind and drenched to the bone. Nel 2014 Rusia es el tema raccoglie suoi testi dal 1973 al 2008, mentre Siete colinas de jade, del 2015, include anche testi successivi. Accompagna entrambi i volumi una illuminante prefazione della poetessa spagnola Olvido García Valdés.
Autore di vastissima cultura letteraria, Samoilovich è stato anche un eccellente traduttore: da segnalare le sue versioni spagnole di poesie di Katherine Mansfield, di venti odi dal libro III di Orazio, oltre che dell’Enrico IV di Shakespeare, che nel 2003 gli è valso il premio “Teatro del Mundo”.
Su poesia e poetica ha tenuto conferenze e seminari presso la Casa Encendida e la Residencia de Estudiantes di Madrid, oltre che nelle Università delle Ande e di Carabobo (Venezuela), Nazionale (Colombia), Rosario e Buenos Aires (Argentina), São Paulo (Brasile), Santiago (Cile), Puebla (Messico) e Princeton (Stati Uniti).
Al momento della morte si trovava a Città del Messico, dove avrebbe dovuto presentare il suo ultimo libro Estética del error, preziosa raccolta di scritti sull’arte e la poesia.


francescotarquini1940@gmail.com