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Tempi difficili per le famiglie dei nostri piccoli paesi. Sono gli anni Trenta, e la storia è sempre la stessa: da una parte i “possidenti”, dall’altra chi fatica duramente tutto il giorno, tutti i giorni. Da noi, nella valle del fiume Giovenzano, si tagliano i boschi, ci si spacca la schiena nella piana umida, si sale in montagna per pascolare e accudire le mandrie e le greggi.
Ma la sorte ha voluto disegnare un’altra distinzione, perché ci sono i poveri e quelli ancora più poveri, i nullatenenti. I primi mangiavano la pizza mmaleleveta, mezza aringa, le patate e ciò che ricavavano dal loro piccolo appezzamento; i secondi la pizza di granturco, la polenta, gli avanzi di un’aringa e le bucce di fave e piselli.
Anatolia e Francesco non hanno bestie, non hanno terra, solo un misero orto. Lui è sciancato e lavora quando non sta male, lei va a servizio in casa della famiglia più ricca del paese, che la paga col cibo che avanza dalla loro mensa e 50 lire mensili.
Anatolia e Francesco hanno cinque figli, nati uno dopo l’altro. Sono tutti magri, ossuti, hanno la stessa faccia un po’ conigliesca, non ridono mai, giocano e non chiedono niente, come se non avessero neppure la forza di domandare perché vestono come straccioni e sono sempre sporchi.
Il più grande, che si chiama Michele, ha iniziato a capire qualcosa. Un giorno ha sentito il padre dire queste parole: “Lavurimo, ci arrangimo, ma quanno si natu poveregliu ogni giorno è un patimintu”.
Michele ha capito pure che a Natale e a Pasqua accade qualcosa di diverso. Il fatto strano è che in quei giorni di festa le cose cambiano per loro più di quanto succeda a famiglie meno povere. La mensa di casa non sembra più la loro; la tavola si riempie di cibi di ogni genere e che compaiono solo in quei giorni.
“Che miracolo!” ha esclamato una volta Michele, rivolto alla madre. Anatolia, annuendo, ha risposto che c’è sempre una ricompensa quando lavori e ti comporti bene, che la Provvidenza esiste, e che pure i ricconi hanno un cuore, e sanno a chi donarne un pezzo.
Sì, per fortuna due volte all’anno arrivano le grandi feste, e Anatolia ritorna con una sporta piena di pasta, pane bianco, uova, lardo, frutta, olio, zucchero, ciambellette e strani dolci scuri avvolti in carta pane. Sempre così; Michele e gli altri figli lo sanno bene: per Natale e Pasqua si mangerà meglio di altri poveri, quasi come nelle famiglie da cui quelle cose provengono, perché i veri signori sanno riconoscere i meriti delle persone.
Fra poco è Pasqua, e il miracolo sta per ripetersi. Ma quest’anno Anatolia non sta bene, e per la prima volta a fare il giro dei signori manda suo marito.
“Che tenco da fa’?” domanda lui.
“Gnente, tu bussa alle porte de chigli che te dico, e quanno te rropranu digli ‘Bongiorno e bona Pasqua’”.
“Sulu chesto?”
“Sulu chesto”.
Francesco fa come gli è stato detto. S’incammina per le strade del paese, bussa alle porte dei signori indicati dalla moglie, e quando gli aprono si sforza di essere quanto più cordiale possibile. Al suo saluto, tutti, mostrando all’inizio un po’ di sorpresa, rispondono allo stesso modo: “Buongiorno Francesco, e buona Pasqua pure a te e famiglia”.
Quando l’uomo fa ritorno a casa, la moglie lo guarda di sottecchi: “Ma non t’hau datu gnente?”
“Ennò, hau respostu e basta”.
“Esso, je lo sapea, non si bonu a fa’ gnente. Me cci vaio da sola”.
Anatolia va a cambiarsi, dà una rassettata ai capelli e, sforzandosi, esce di casa con passo fermo. Torna dopo un paio d’ore, e quando entra in cucina rovescia sul tavolo ogni ben di Dio.
“Lo vidi comme se fa?”, dice al marito. “Mancu mezza jornata, che c’è vulutu? Mo però me rappuso”.
Si muove lentamente verso il camino, si siede e allarga un po’ le gambe.
Francesco annuisce, e va a sedersi vicino a lei. Vorrebbe piangere, ma non può, non ci riesce. Si volta verso la moglie. “Sta’ a rassuccà la ricevuta? Tell’hau palonta be’, evvé?” (*)
Anatolia non muta espressione, e continua a guardare il fuoco: “Quanno si poveregliu te tocca a fa’ tuttu. Imu vulutu cinque figli, o no?”
Francesco sospira: Natό, so’ tutti mei?”
“So’ tutti tei, embè. Sénti, oggi m’ahu data tanta robba, più dell’are vote. Minu male, dimà ne respartiscio un po’ a soroma. È Pasqua puru pe’ jessa”.
(*) “Stai asciugando la ricevuta? Te l’hanno unta per bene, non è vero?”
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