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In una delle mie vite passate, prima che la paternità giungesse a stuccare la facciata, ho frequentato un professionista che poi, dopo qualche mese, all’improvviso, ha fatto dietrofront, ha cominciato a evitarmi e nell’arco di una settimana si è reso irrintracciabile. Poi, appunto, a me ne sono successe di tutti i colori, Laura è rimasta incinta e ha avuto inizio la mia vita attuale, ancora oggi dipendente da lei, anche se ci siamo lasciati da tre anni, per il solo fatto che abbiamo una figlia in comune.
Sarà per questo che, quando poi il professionista mi ha ricontattato, dopo più di dieci anni di silenzio, raccontandomi della sua via crucis relativa a un affidamento congiunto che si era trasformato in una contesa, io sulle prime ho messo da parte l’orgoglio, pensando che avrei potuto rendermi utile condividendo la mia esperienza personale. Se non fosse che il professionista non aveva bisogno di un supporto psicologico, bensì di un paio di braccia forti per affrontare un trasloco che non voleva affidare a gente balcanica mai vista prima. Gli era infatti da poco morta la madre, con la quale i rapporti si erano incrinati da quando aveva deciso di uscire allo scoperto. Che poi sua madre l’aveva sempre saputo, e non aveva avuto da ridire fintanto che era rimasto un segreto, salvo poi non perdonargli di aver mandato a monte una famiglia normale per diventare un militante di quello che lei considerava un vizietto. Non si erano mai chiariti, e adesso che lei era morta, e la sorella latitante, toccava a lui di svuotarle la casa il prima possibile, e con la maggior cura possibile, non per rispetto nei confronti della madre, quanto per tutte le tracce della sua infanzia che erano rimasti annidate in quell’appartamento, e che il professionista voleva estrapolare, isolare e archiviare. Insomma, fatto sta che gli ho detto comunque di sì, sia perché due braccia forti io le avevo ancora, sia perché ero curioso di chiedergli perché fosse sparito, dieci anni prima. Così un giorno ci siamo visti a casa della madre morta, che appunto era anche la sua casa d’infanzia, e abbiamo cominciato a smontare, rompere, buttare, isolare e archiviare.
Soltanto allora mi sono reso conto di quanto fossi stato stupido, ed egocentrico, a illudermi che un uomo di cinquant’anni che svuota la casa della madre appena morta, a prescindere dal loro rapporto, avesse la testa per cincischiare di un rapporto umano dimenticato. Ho capito che dovevo fare l’unica cosa che mi riesce bene, ovvero essere due braccia forti, un aiuto pratico, un mulo, cosa che d’altronde ero sempre stato per lui, una macchina ben oliata e pronta all’uso. Al contempo, per quanto non ne abbia cavato un ragno dal buco, mi sono preso qualche soddisfazione. Al terzo giorno, infatti, ero lì con lui quando ha ricevuto la comunicazione da parte dell’avvocato: i figli sarebbero rimasti con l’ex compagno. Chiusa la chiamata, lui, il professionista, ha scagliato il cellulare contro una parete, una cosa che solo un professionista si può permettere di fare. Dopodiché, ha spaccato una vetrinetta con una sedia e un’altra con un bastone da passeggio. Quindi mi ha proposto di fare una pausa, di scendere al bar per un bianchino. Lì, al tavolo di un bar gestito da cinesi in una zona a prevalenza magrebina, una zona che fino a vent’anni fa era prestigiosa, e che negli anni ha affrontato un inarrestabile decadimento, con intere aree riassegnate agli indigenti, seduti al bar di questo tavolino, dicevo, sorseggiando un caffè devo dire piuttosto buono, il professionista mi ha raccontato tutta la folle trafila che, soltanto dopo innumerevoli test attitudinali, gli aveva permesso di ottenere l’affidamento di due fratellini sordomuti. Senza dubbio questi bambini erano stati desiderati più di mille altri generati da un momento di foia.
Soltanto che poi, quando erano arrivati, questi bambini si erano trasformati in tutt’altro, nell’elemento che mancava a questa coppia decennale per riuscire a litigare. È stato lì che ho fatto due conti e che ho capito il perché della sua sparizione, dieci anni prima. Fatto sta che questi fratellini erano diventati l’oggetto della contesa, prima in modo affettuoso, tra genitori competitivi, poi in modo belligerante, tra due monarchi che volevano soltanto la demolizione del castello altrui. Ma, al di là dell’amarezza, la cosa che l’aveva sconvolto era il fatto che i giudici avessero preferito l’altro genitore, a prescindere dalla dichiarazione dei redditi. Non faticava, il professionista, a immaginare che l’ex compagno avesse strumentalizzato uno schiaffo ripreso con il cellulare, uno schiaffetto innocuo, più uno scappellotto, che però in quel video, che il suo compagno non aveva voluto cancellare e non gli aveva mai girato, a un occhio estraneo poteva sembrare qualsiasi cosa, figuriamoci agli occhi di un giudice o nelle mani di un legale.
Quel pomeriggio il bianchino ha rotto un po’ il ghiaccio. Da che sembrava che fossimo scesi per parlare dei figli e dell’ex marito, a che il professionista si è messo a ricordare alcuni episodi divertenti della nostra frequentazione, prendendomi in giro per alcune cose a suo dire buffe, cose che ai tempi non mi aveva detto e che a quel punto mi hanno colto di sorpresa. Così, a distanza di dieci anni, ho capito come mi vedeva lui ai tempi, e forse ancora dieci anni dopo, una versione nella quale non mi riconosco, e che ai tempi non avrei mai saputo indovinare. Prima che potessi lamentarmi, abbiamo sentito musica e un vocio. Lui si è alzato, ha pagato, e si è avviato in direzione della musica e del vocio. Io l’ho seguito, finché non ci siamo affacciati sul viale nel quale defluiscono tutte le traversine di questo suo quartiere d’infanzia e abbiamo scoperto che, proprio quel giorno, si teneva un’immensa fiera all’aperto, una sagra piena di piumoni, tappeti, scarpe e vestiti ma anche e soprattutto cibi e leccornie di qualsiasi provenienza, salami, salamini, ciambelle, zucchero filato e popcorn, di tutto e di più, una gioia per gli occhi. E allora lui, quella curiosità che tanto mi aveva incuriosito ai tempi, ha detto «Facciamoci un giro!», e allora ci siamo fatti un giro e mi ha stupito vederlo così sereno, davanti allo stand di un’associazione che si occupa dell’affidamento di furetti domestici. Lui ha insistito per tenere in braccio uno di questi furetti, dicendo che non gli sarebbe dispiaciuto prenderne uno, adesso che a casa sarebbe stato da solo. Al che io ho fatto un’osservazione sugli svantaggi dei roditori, giacché con mia figlia una volta abbiamo azzardato a prendere due gerbilli, e ce ne siamo subito pentiti, ma lui mi ha guardato di nuovo con quel suo sorrisetto sardonico, e ha detto che i furetti sono mustelidi, non roditori, «Tutta un’altra famiglia», ha detto.
Da quel giorno, per un paio di giorni, il professionista mi è sembrato riconciliato con la sua situazione, con il lutto che, come tutti i lutti, non è mai soltanto un lutto ma soprattutto un memento mori, e con l’affidamento dei figli, che quantomeno gli avrebbe permesso di prendere un furetto. Per altri due giorni abbiamo lavorato allo svuotamento della casa materna da metà pomeriggio in poi, trovando un compromesso con i nostri orari lavorativi. Della nostra amicizia non ne abbiamo più parlato, e io dal canto mio avevo perso interesse, avendo avuto la possibilità, in quei giorni, di osservare alcuni suoi atteggiamenti odiosi che ai tempi non avevo colto. Avevamo quasi finito quando gli è arrivata una seconda comunicazione, stavolta del notaio: era un’anticipazione del testamento, da lui stesso richiesta per accontentare la sorella che non era nemmeno venuta al funerale. Nella comunicazione si leggeva che la madre aveva lasciato tutto ai nipoti. Il notaio riportava un frammento della motivazione: «così avranno dove andare, quando non vorranno stare più con nessuno dei due». La nonna non aveva considerato quel passaggio intermedio, prima della maggiore età. Anziché arrabbiarsi, però, stavolta il professionista è scoppiato a ridere, ha detto che non avrebbe preso il furetto, che non ci teneva poi tanto, e che in fondo era contento di aver fatto qualcosa di buono per quei due disgraziati. Quindi mi ha chiesto se ero disponibile anche a dargli una mano per ritinteggiare, ma a quel punto ho inventato una scusa, sono andato via, e quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.
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