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CONTRO IL PASSATO
La donna in camice bianco sparì
sotto gli archi rampanti
lasciando appeso in aria
il suo sorriso: e fu così che rimanemmo
soli sulla terra.
Una finestra
grondava luce sull’altro marciapiede
a ricordo dei giorni lontani in cui
ci inondava il benessere.
Ora, davanti al reticolo di strade,
ogni scelta è per negare
un segmento precedente del percorso,
ogni incontro fortuito
per dissolvere un rapporto
sviluppatosi organicamente.
Su un suolo interamente refrattario
all’inchiostro del passato
ogni bettola avrà cambiato nome
al momento esatto
del nostro prossimo passaggio.
RELATIVITÀ
A bordo il tempo si sdoppiava:
un pozzo d’aria aveva risucchiato
la pallina da ping pong
a metà di una schiacciata,
mio padre apparve a poppa in tre versioni
tutte sfuocate
e le onde radio diffondevano
il tuo necrologio mentre ancora
si scherzava sulla sbobba dell’albergo
a Sant’Elpidio a Mare.
Dietro le porte stagne
discrepano i quadranti, ma non tanto
da sovvertire i ritmi di corvée.
Anzi, stanotte
ho dormito a pancia in giù
come facevo da bambino: nel sogno
ero tornato a casa
a revocare con un marchingegno
un voto stipulato da una coppia
sul tavolo della cucina
prima che nascessi.
STATION BLUE
Arrivò in jeans e dolcevita
da sbarbatello della porta accanto
ma in realtà sapeva
muovere fatti e sentimenti
come un santo
usando la tastiera del telefono.
I pochi immuni al giubilo
si incisero sul pollice gli estremi
del loro anniversario.
Ogni notte nel corridoio tranquillo
della cupola
una donna incappucciata
si affaccia al finestrone:
oltre il cristallo
il guscio avorio di un albergo
lungo il binario morto
e colline digradanti verso il nulla.
Era finita così
con una sottrazione collettiva
nell’aria calda della sera.
OSSIGENO
Nell’ora che sul pianeta madre
annuncia il crepuscolo
sei venuto a informarmi di un nuovo
razionamento di ossigeno,
decisione presa solo in seguito
a “lunghe e tormentate riflessioni…”
Almeno il bar ha ripreso a funzionare
e lì nessuno accondiscende
alla pompa lineare degli eventi.
Fuori, i miei argomenti ad avancarica
non reggono il confronto
con il maxischermo: un docudramma
sulla Terra, che ai bambini
s’insegna ad amare a priori
con versi assegnati a memoria
per difetto d’immaginazione.
LA VECCHIA AMBASCIATA
Spendo il mattino sulla rupe
in meditazione forzata,
ma i dubbi penetrano ai fianchi
e a fronte delle scelte meno oneste
prima o poi raggiungono il bersaglio.
Appoggiati al recinto graffito
di esoterismi urbani
si avverte il bisogno di un gesto galante:
il mercante eritreo mi offre una Winston
e insieme mandiamo in fumo
gli ultimi cent’anni.
Quest’ambasciata terrazzata,
ex rifugio di spie,
fu brevemente il bunker
di un magnate delle mandorle.
Come la corda di un sitar
vibra qualcosa negli uffici:
forse la vecchia intenzione di insorgere?
Soltanto un cuore esperto
saprebbe distinguerla
dal semplice disturbo gravimetrico
che affligge i luoghi abbandonati.
PROXIMA CENTAURI
Il serpentone incede
lento come i grandi addii.
Tu aggrappata al filo transustanzi il fiele
in nettare,
sigillata a imbuto per non sciogliere
le lacrime.
E quando penso
a quel ritegno,
dei chiodi come degli incantamenti
mi vergogno:
consacrati ai nostri zaini
fino a proxima centauri,
non ti abbiamo mai promesso
fedeltà.
UTOPIA
Nella calma intergalattica
della buona stagione
piantonata da arcigne polene
un pronto ritorno era fuori discorso.
Per confondere la nostra vedovanza
girammo i tacchi verso il dancing
a picco sul Lago Maggiore
lungo una strada estesa a mantice
su e giù per il versante.
Serpentino tra viandanti e giovinette
color lacca di garanza
il virus di Moroder diede inizio
alle sue moltiplicazioni
con Utopia, o forse Baby Blue.
Dietro la curva il braccio stroboscopico
messe le vele alla notte
ci reclutava uno ad uno
nel suo equipaggio fantasma.
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