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Che riverberi e risuoni, e non cada nell’oblio, cos¡ da realizzare con gli amici un territorio condiviso del suo ritratto e affinché sappiano di lui coloro che non lo conoscevano, scriviamo una parola quando un amico muore. Perché conosciamo la sua unicità, e sappiamo che non potrà ripetersi, che non sarà più presente e ci mancherà.
Allora enumeriamo l’impossibile, e che resti: un buon amico, generoso, divertente, sempre pronto ad aiutarti nella pubblicazione di un libro, persino con un lavoro in tempi di difficoltà economiche, a dirti una parola gentile, ad ascoltarti.
Daniel, l’amico che ti invitava a prendere un caffè o a pranzo; l’amico che chiedeva un calice di vino per condividere la gioia di una chiacchierata; l’amico che ti diceva di passare al suo studio per prendere la copia che ti mancava del suo Diario di Poesia, rivista che con altri aveva fondato e di cui è stato direttore per quasi venticinque anni, una pubblicazione che ha segnato l’orientamento e le discussioni sulla poesia argentina e latinoamericana dal 1986 fino al 2012, con traduzioni, saggi, testi poetici di autori nazionali e stranieri, del passato e contemporanei.
Daniel che ti invitava a mandargli le tue poesie, o una breve recensione di un libro, che ti metteva in contatto con traduttori o organizzatori di festival. Daniel che aveva sempre la risata a portata di mano: per una frase ironica su qualcuno che era stato poco gentile con un altro, davanti a un sorriso incantato per una sua geniale battuta, per la grazia di un aneddoto e, soprattutto, amava festeggiare l’arguzia dei giochi di parole.
Eccellente traduttore, gli piaceva molto anche la tradizione della poesia umoristica, collezionava oggetti, edizioni di disegni relativi ad Alice nel paese delle meraviglie, e aveva realizzato un libro perfetto su Edward Lear, con traduzioni di poesie, saggi, analisi varie, note biografiche.
La sottigliezza era il suo elemento, conosceva una quantità enorme di vocaboli dello spagnolo. Poteva dilungarsi a lungo su singole sfumature e modi, e si divertiva a parlare o a scrivere come se lui fosse di un altro secolo, eliminando a volte termini castigliani per sostituirli con espressioni gergali rioplatense. Con lui dialogavi di poesia, cinema, lingua, scrittori, animali, Shakespeare. E non l’ho mai sentito parlare male dei colleghi poeti, letterati.
Non era rancoroso, ma aveva delle uscite da perfetto e arguto battutista che, con il suo tono di voce rauco e una sorta di delicata risata, lasciava cadere durante la conversazione. Parlava sempre dei suoi figli. Gli piaceva molto stare in compagnia. Aveva qualcosa del cavaliere d’altri tempi e accompagnava il suo modo di essere con bevande alcoliche, anch’esse d’altri tempi ma di ottima qualità, e da sigari cubani.
Daniel Samoilovich, Samoilo come lo chiamavamo, ha scritto libri di poesia, di saggistica, uno di favole brevi dal tono burlesco. Gli piaceva, come amava sottolineare, “molestare i dèmoni”, non per irritare ma come quando si fa un leggero solletico per far sì che accada qualcosa, o perché esplodi la risata, o la vita stessa. Sì, lui era soprattutto una persona molto vitale, amava questo mondo, e lo mostrava. Forse è questo, nella sua poesia, nelle sue conversazioni, nella sua compagnia, che ci mancherà di più. Daniel, per favore, non smettere mai di infastidire i nostri dèmoni.
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