|
FINTI AFFETTI
Je n’arrivais jamais à me sentir totalement
innocent des malheurs qui arrivaient.
LOUIS FERDINAND CÉLINE
Non ci giurerei sono sincera
non ci giurerei ma era l’alba
e non so chi parlasse nella stanza
per il chiasso del Rodano
il vaso dei fiori qualcuno lo aveva spostato
di questo sono certa
il profumo si allontanava
aveva riempito meravigliosamente il mio angolo
in precedenza.
Ora le ombre si muovevano piano
una soltanto si avvicinò
farfugliandomi qualcosa vicino all’orecchio
senza toccarmi.
Smisi di respirare
come in uno strano dormire
allora la voce si fece nitida:
regalami un fiore
ti mostro il mare.
E io in bilico sulla finestra.
STANZE
Una stanza del più e del meno
per i padri
che ci guardano nel sonno
da lontane città.
Tamburellano con le dita
ai tavoli dei caffè.
Hanno l’aria triste
e comica insieme
dei chanteurs fantaisistes.
C’è un treno notturno
da dove potrebbero spuntare, volendo.
Ci chiederebbero ti piace viaggiare?
regalandoci un biglietto per la giostra
e un pesce rosso
col mangime.
SETE
Una sete leggera.
Con le dita sollevi la maschera.
Mezzogiorno steso sulle palpebre.
Lungo fremito del salice
come un gigante che cerca la via
senza nulla spostare.
Scampolo dei fiori. Stridio di ghiaia.
Il chiodo.
Appendersi.
Scagliarvici il cuore.
PICCOLO INGANNO
Nell’unica foto che possiedo di te
sei ritratta che guardi una foto di me.
Nelle foto c’è come un inganno,
dicesti quel giorno
oscurando lo sguardo.
Infatti non ti riconosco
oggi
in quel fissare l’immagine mia
nel silenzio d’erba alta
con occhi gravi, gravissimi,
già forieri d’altro destino.
FLASH
Le ciel demeure clos sur nous comme une mère JACQUES RÉDA
La neve dei segreti
scivola dal tetto.
Rimango là sotto
a creare Madri di Natale
senz’armi
che mi dicono sorridi e mi fotografano
come si fotografa
la Figlia delle Nevi nella grotta
che dondola e ancora dondola
poi si ferma un istante
un pochino (appena appena)
nel sorriso congelata.
PADRE NELLA STRADA DELLE SIEPI VIVE
Da quando vai nel mondo
come un re a cavallo di lupi
dimentichi qualcosa.
Anch’io dimentico le cose
e imito il tuo imitarmi.
Perfetta somiglianza
ci fa tornare indietro
a quando il calore del sole
si fece un giorno vino
unendosi al succo della vite.
Se trovo nacchere e sonagliere
nei crateri balleremo
o sotto la luna al settimo mese di gravidanza
finché i talloni diventeranno cornei.
A patto che c’incontriamo.
CIÒ CHE NASCE E CHE BRUCIA
(a mia sorella – in memoriam)
Cade in la selva, e non l’è parte scelta DANTE ALIGHIERI
Domande sedute
nel gelo del fiume.
L’orizzonte ha disegnato
la sua linea
oltre il campo assonnato degli essiccatoi.
Quella era la scelta.
Hai smesso di cantare
passando dal cuore
imparando l’afasia ostinatamente.
Come pensare che tante fiamme
(appena esiliata la loro presenza)
lascino così lievi tracce:
un fuoco di legna
slabbrature di senso
nell’alchimia della brina.
MADRE CON GATTO
Così ci comprendiamo
quando erompe l’incendio.
Di quale anima nera stai parlando?
Sono una bambina con il buio
appoggiato alle tempie
che mai dimentica il tuo compleanno.
Di un libro si tratta dove sto precipitando
con la stupidità sdraiata sul piatto d’argento.
Non vi sono corsi di crescita creativa
se vuoi chiacchieriamo solo di ricette
come donne antiche o di concetti semplici,
sempre che abbiano senso le semplificazioni.
Com’è che il mio non essere ti sfiora appena?
Bevo la vulneraria per riprendere voce
e al suo riapparire cantando
scivolo e volo sulla cera d’api.
Ridammi la vita se credi
radice sulle radici.
Preferisci il gatto? Eppure ti sfugge:
ha saliva d’uomo digiuno
sotto la corazza,
appendilo al chiodo con i suoi artigli.
Mappe impiccate all’albero
– imparo a memoria –
perché le fughe allentano i nervi
e scacciano nenie affollate nel cranio.
Nell’amalgama
del DNA vi sono fenomeni perfetti:
che cosa pullula in questa perfezione?
Ora che cade la sera,
se credi, interriamo l’enigma
con la sola vanga che ci fu assegnata.
VIE DEL SONNO
È illudersi.
Il sonno
non uccide le voci.
E si battono come gladiatori.
D’ARANCIO, I FIORI
Non vede un simil par d’amanti il sole PETRARCA
Che fanno le spose dell’abito
usato una volta soltanto;
lo abbandonano nell’armadio sul ripiano più alto
o lo fanno a brandelli spaccandosi l’unghie?
Amare è un male così vasto
che prende il sentiero della mano sinistra
attinge l’anima
e la interpella con parole riciclate?
Perché mai alterarla
nelle sue abitudini fino al midollo?
Da grande, mater, se scenderà
l’amore in malo modo
se beceri gli eventi
pregherò l’angelo del Gustave Doré
che attira la luce con eroica cantica.
ACUTO
Casualmente
mi hai trovata
impigliata a una tremula radice.
E ora che facciamo?
Sono incidenti di percorso
imperdonabili.
Dovevamo zittire la parola prima – isolarla –
accecare sul nascere il miraggio del sole!
Ho freddo alle natiche
a furia di star seduta
sulla mia stessa pietra tombale
di purificarmi nel lavacro
chiedendoti l’ora e il giorno
della rinascita.
Un tempo, toccai grumi di troppe domande;
faticoso fu risalire il fiume.
Oggi, mi specchio con estrema cura
nelle sue acque trasparenti
e la gioia, sovente, soccorre il grigiore.
FUGHE
Vorresti seguire
quei circhi di campagna
così poco attraenti,
che portano in giro
sogni modesti
quattro scimmie spelacchiate
leoni da macello.
Ami quel baccano
nelle sere d’agosto
dedicato a dieci bimbi
col cono di gelato e le teste
da poeti voltate
dalla parte sbagliata.
Potresti fare il clown
col tuo viso da clown
e la tua etichetta d’ironica.
Che smorfie con la placenta in bocca
pronta ad esplodere con un botto
per niente
oh per niente onirico.
ALLA MAESTRA CHE CORREGGE I DISEGNI DEI BAMBINI
Quei faggi viola
attorno alle case, i tetti
segreti del dormiveglia
un pescecane nella fontana.
Più alti dei comignoli,
i papaveri azzurri.
A sinistra per chi guarda.
La mano colora (nel suo linguaggio)
la briciola nello spazio del tempo.
I semi cadono nei setacci.
NUOVE NASCITE
Mi sveglio nel fuoco
danzo tra proiettili che peraltro
non temo.
Quell’istante dove la tenda
muove a luna accesa tra misteri!
Il nascituro piange
tutto circondato dall’amore, tutto.
Il gatto indenne
sul letto come un re esitante.
Tu saltelli
in fervida preparazione di coperte
per niente, preventivamente.
Colpi d’ala
per recidere il bianco.
Entro, esco dalla notte.
INCESTI AL PASSATO REMOTO
Sono i fiori, la mia famiglia JEAN GENET
Tutto in fumo,
in fumo bianco
aprire il cranio
ciò che conta?
Saltare nel mondo,
dentro al mondo.
Il punto finale
è il finta di niente
o non entrare
nel gioco sporco
nascondersi sotto una pioggia
di tiepido disprezzo.
È estate.
Il fatto di non dire,
non so, non so.
A volte un grido come i porci,
dimenticare la dimenticanza
o forse no.
È estate, le zampe del corvo
neve sull’infanzia.
|