FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 71
novembre 2025

Famiglie

 

MONDI CHE FLUTTUANO TRA IMMAGINI E COLORI
Sul libro Falso equilibrio di Armando Romero e Floriano Martins

di Marco Benacci



Uno dei nuovi progetti delle Edizioni Fili d’Aquilone per il 2026 è la pubblicazione della traduzione all’italiano del libro Así en la lengua como en la pluma del colombiano Armando Romero, uscito nel 2017 per i tipi di Aurora Boreal (Copenaghen) e successivamente in Spagna per le edizioni etc El Toro Celeste, col. La Cervantina (Málaga, 2024). Il volume, che uscirà con il titolo di Falso equilibrio, è un’antologia di racconti pubblicati tra il 1967 e il 1992 che nell’edizione italiana saranno accompagnati dalla riproduzione di opere del brasiliano Floriano Martins, realizzate in dialogo con i testi di Romero.

I lettori italiani da anni conoscono lo stile unico dell’autore colombiano soprattutto grazie alle sue poesie, ad esempio nel 2022 ha avuta una larga diffusione Poeta di fiume pubblicato proprio dalle Edizioni Fili d’Aquilone, ma la pubblicazione di questo libro è un’occasione unica per far conoscere anche lo stile del Romero narratore, poiché attraverso il racconto possiamo ammirare un’altra forma della sua arte nel maneggiare le parole. Quei mondi che fluttuano tra il superficiale e il profondo, il cui fascino attraversa il quotidiano e il surreale, la distruzione di schemi e il continuo amalgamare l’impasto del discorso, tipici del suo scrivere, vengono arricchiti dalle opere di Martins, che sembrano cogliere perfettamente il senso del libro creando un dialogo interno fatto di colori e immagini, introducendoci perfettamente nell’opera che stiamo per leggere.

Proponiamo in lettura la traduzione del racconto Io non ho visto Linda insieme all’opera che l’accompagna, che chiudono l’antologia.


IO NON HO VISTO LINDA
Racconto di Armando Romero
Illustrazione di Floriano Martins



Io non ho visto Linda, gli disse di aver sentito, in piedi sulla porta di casa sua mentre era appostato, ululare gli autobus. Era sicuro. Quello che non parlava, il nero Argemiro, non l’altro, Rodríguez, impallidì difronte a quelle parole negative, che lasciavano la questione del tutto aperta. Allo stesso modo, dall’alto guscio della sua fronte bruciata dal sole, quella di Rodríguez, uscì un uccello a forma di serpente che chiedeva di nuovo, bramoso. Ci potevano essere diverse risposte alla luce del sole, perché uno dei tre, sebbene ce ne fossero di più, svoltò l’angolo allontanandosi, senza prestare ascolto, seppure udendo. Scomparve, incurante degli autobus. Si perse. Scomparve. Lo dico e lo ripeto. Ma se ti vedo da qui, Beto, non sparire attraverso la porta di quella casa. Scomparve. Per tornare più tardi, puro imbroglio.

Quanti erano allora che non avevano visto Linda e neanche il suono delle sue gonne? Due? Tre?

Se di Linda si trattava, le domande erano poche, forse solo quella. Per esempio, loro sapevano, avendolo visto attraverso i buchi, che la mattina Linda si radeva le ascelle con un rasoio da calzolaio; e così, i peli della sua vagina, tra le gambe, li radeva, lasciando un sentiero lungo le labbra; si depilava perfino le gambe, così come le ciglia. Erano molti i peli che Linda lasciava nel lavandino, sul pavimento del bagno, oltre all’odore di sapone Reuter, oleoso. Dopo un paio di mutandine con ornamenti intrecciati, incastonava gli arti in una tela scura e setosa, il suo petto arieggiava un’ampia camicetta, e sbandierava la gonna fino a ben sopra le ginocchia. Linda camminava per qualche metro fino alla specchiera, e dalla lingua alla matita e dagli occhi all’azzurro, lasciava anche un leggero tocco rosato sulle sue guance, e sul collo, come un cigno sin dalla nascita, applicava la punta delle dita che trasportavano un profumo di essenze invitanti. Poi staccheggiava forte nel corridoio verso la strada.

Lei era l’animale che ogni giorno veniva a svegliare le furie nei capelli arruffati degli uomini dell’isolato. Quindi la domanda e la sua risposta – io non ho visto Linda – erano chiare come il tuono che arriva al galoppo attraverso la pianura, non si sarebbero dovute nemmeno formularle.

Linda aveva preso l’abitudine di non guardarli, di non accorgersi di permanenze o di immanenze. Si strofinava le strade contro il corpo, ma non li guardava né dove né come; andava e veniva poiché lavorava come segretaria del medico assassino di fronte a Plaza de Jesús Obrero, e a loro non lasciava traccia di uno sguardo, né con la coda dell’occhio, né il minimo sorriso con gli angoli della bocca, né il gesto di un orecchio in movimento per togliersi i capelli dal viso. Loro erano allora fantasmi contro il muro, sia che stessero oliando le biciclette, suonando la chitarra o un’armonica, che divorando a pezzettini una conversazione sfrenata. Le dicevano: “bambina, mi mangio il tuo cibo e anche il bruciaticcio”, “mi piace più il tuo corpo che il mio pallone”, “sono pazzo come un tamburo per te”, e tutto nel nulla; poveri ragazzi, dicevano le vecchie. Linda non dava niente di sé che la rendesse permanente; era crudele quanto fugace.

La donna di un altro no, o dimostrarlo era impossibile perché come ho detto avevano un occhio aperto fino dentro le interiora della sua camera da letto e del suo bagno, sapevano tutto del suo corpo, ma non di compagnie né presenze. Sì, si facevano commenti su misfatti indicibili con il medico assassino, di sotterranei fino alla farmacia, di un tavolo da dissezione, di barelle disposte a forbice, di alti specchi da chirurgo, ma nessuno aveva portato delle prove o qualcosa di simile, soprattutto perché il medico assassino non lasciava tempo per altro che non fosse il furto di denaro, l’infinita lista di farmaci e la bara imbottita. Anche su questo si dice qualcosa, ma questo aveva già un piede tra i vampiri e il vociferare rabbrividiva, non sia mai che la verità ci dissanguasse.

“Voci, erano solo voci e bugie”, cantava l’uomo nero con il suo serpente che fuoriusciva dalla testa, Argemiro, o quell’altro che era scomparso, per riapparire dopo la non risposta, Beto, dietro l’angolo, anche se qui in piedi, non l’altro, quanti erano?, non l’aveva vista nemmeno lui, Rodríguez.

Quindi diciamo che quel giorno decisero di indagare loro sull’assenza di Linda e su cosa fosse successo. E anche di cosa fosse successo in strada con la sua assenza.

Un autobus della linea gialla, il giorno prima, aveva lasciato un rivolo di persone da queste parti, e ora queste vagavano, smarrite, in attesa di un altro autobus, senza sapere quale, che le portasse via dall’incubo blu del nostro quartiere. Uno di loro ci provava con le ragazze finché una non lo aveva schiacciato definitivamente con una ciabattata; un altro aveva immerso le sue gambe da mosca nella pozza sciropposa del bar e lì restava fino all’esaurimento delle scorte; un altro ancora languiva come un poeta addosso a un lampione, aspettando che si accendesse la lampadina; e ancora di un altro si poteva scommettere sulla direzione del fumo delle sigarette; dopo uno, l’altro, e così via.

Ma tutta questa confusione non aveva messo sulla strada giusta per trovare Linda; al contrario, ostacolava una visione diretta, caricandola della vana esplosione della casualità, del sorprendente. Dov’era, tra tutti quei volti, quello mancante di Linda? E la risposta non arrivava.

Nessuno di loro aveva un capello sulla testa che non mirasse all’orrore nel pensiero e nel dire, senza esprimere spavento, che si sarebbe potuto mettere al corrente le autorità, la polizia. Gli sbirri mescolati nella salsa del quartiere, venuti per il nome di lei, come realtà era impossibile. Cosicché, dopo aver scacciato quella nube, scesi da essa, a loro non rimase altro che l’impresa personale, acuta e silenziosa.

Dopo aver verificato perfino l’oscurità dei buchi nei muri e nelle finestre della sua casa, che Linda decisamente non pernottava nei deliziosi nevai del suo letto o del suo bagno, iniziarono a cercarla con domande frammentate e segrete nei vicoli nascosti, ad aspettarla senza successo fino a vedere il medico assassino scomparire nella sua berlina, leggere le stelle nella notte in cerca di quel tremolante staccheggiamento. Niente di niente, confusione pura, fratello. Era Argemiro con il colpo in fronte.

Ricorsero al cordone ombelicale dell’obitorio, degli ospedali, delle prigioni, della sfilza di prostitute lungo la Calle Quince o la Carrera Diez, perfino dell’idea di una fuga con il contrabbandiere dai denti gialli, o della possibilità di una strada verso la droga tra i meandri della piazza del mercato, della lotta dei galli. Discretamente chiesero informazioni ai vagabondi, ai rivenditori, ai briganti, ai ricettatori, agli informatori. Stabilirono un solido contatto con la serie di bar e taverne di proprietà di “El Gallo”, uomo tenace della legalità oscura, come era opportunamente chiamato da quelle parti. Lessero due volte, anche tre, ogni graffito indecifrabile, enigmatico o crucigrammatico sui muri e sui gabinetti. Andavano a letto con il sogno di una rivelazione divina: angelo contro il muro in fiamme, un messaggio dall’aldilà. E niente, tantomeno.

Era troppa frustrazione per così poca pazienza, e cambiarono di nuovo i freni alle bici. Era troppo oblio, tanto, che non gli importava più che gli abbandonati dall’autobus si fossero piazzati nel quartiere, blu di pura paura, ora invidia, domani gioia. Tuttavia, quel giorno, il poeta dalla sua lampadina infestata di versi cantò la poesia del maestro Daniel Santos che riportiamo di seguito:

      Io non ho visto Linda
      sembra incredibile

Lo presero per il collo anche se non aveva né papillon né gemelli ai polsi, e senza una vera pedata se non una spinta decisa, lo portarono in un vicolo, a recitare i suoi versi o la sua prosa, come preferiva, ma che sganciasse come mai il verso, il maestro, e da dove venivano l’intuizione, la conoscenza, la metafora, e di quando lui stava lì mentre loro cercavano, e perché mai li aveva sfidati quel giorno, e come l’aveva scoperto, e che altro sapeva. E il poeta cantò che persino l’amava, che era stato lui e nessun altro a mettere lo zucchero nella benzina nel motore dell’autobus affinché rimanesse lì per sempre. Raccontò una storia d’amore dai finestrini dell’autobus; alla fine della sua salmodia, disse di averla vista entrare in casa per non uscirne mai, e da allora lui era stato illuminato dalla speranza del lampione d’angolo, solo e solamente così.

Si avventarono con una risata malata e limpida proprio in faccia allo sfortunato poeta dal verso libero e l’immaginazione condannata all’amore, poiché è incredibile che ora ripeta all’infinito ciò che sapevano a pancia in giù o in su, al rovescio, dalla testa ai piedi fino al tetto, o l’esatto opposto. Non può essere, entrare se non è uscita, e non può uscire senza entrare, e con questo vuoi confonderci, maledetto poeta. Non ti permetteremo questo labirinto né il modo di prendere la tazza per il manico, e ancora una volta si scompisciarono dalle risate fino allo sfinimento. Lo lasciarono in pace, ma con un tarlo e tutto, rimase impressa l’idea nella loro mente, soprattutto a Beto, che conosceva l’altro lato della strada, scomparso visto dietro l’angolo; e Rodríguez disse quasi con grazia, e se fosse dentro, figlio di puttana di un poeta, e Argemiro, ancora più nero che mai, ora con la fronte inarcata in un dubbio metodico, rimase a rimuginare, quella specie di dolce appiccicoso tra le dita in un pomeriggio senza acqua sulla strada piena di sole e polvere.

Ma vacillarono nel vuoto del come è possibile, non può essere, per tutto il tempo necessario a sostituire un’altra volta i freni della bicicletta, raddrizzare i cerchioni o lucidare il manubrio. Allora si dissero di seguire quella traccia lasciata dal poeta, che ora, tra le altre cose, si era sostituito al lampione d’angolo e illuminava come una lampadina. Consumato dall’ispirazione fino ai calzini.

Dovevano smontare la casa di Linda senza che nessuno si rendesse conto della ricerca e rimontarla, a poco a poco, sul terreno vuoto dall’altra parte, fu l’idea che venne a Beto, e Rodríguez e Argemiro applaudirono, anche se ci sarebbero voluti anni, affermò. Ciò nonostante, subito andarono in piena notte, dall’altra parte, sempre al lavoro, prima le porte, le finestre, le pareti, i mobili del soggiorno e quella parte del tetto. E sebbene in seguito tutto diventasse molto lento e minuzioso, ben oliati continuarono a lavorare allo smontaggio e alla ricostruzione, proprio come avrebbero fatto con i cuscinetti delle biciclette, che pochi, se non nessuno, dei vicini notò quel gioco di specchi girevoli in pieno quartiere.

Fu un ottimo lavoro, non si può negare, perché smontarono al millimetro la sala da pranzo, la camera da letto, le sedie, la specchiera, e con quale delizia sulle spalle portarono come se volassero il letto, la vasca da bagno, i tappeti, l’armadio e gli utensili da cucina lungo la strada. L’intero tetto era già dall’altra parte, sopra le pareti.

Ed ecco l’immagine finale:

Non avevano trovato nulla; il maledetto poeta, a causa o malgrado fosse stato inghiottito dall’ispirazione fino all’ultimo dei suoi filamenti, aveva mentito, c’era da aspettarselo, nella linea segreta dei suoi versi, perché ora tutto ciò che rimaneva fuori dallo specchio che consentiva il trasferimento era la scatola bianca del frigorifero, sola contro lo spazio deserto di quello che ora era il lato opposto quasi vuoto. E timorosi della strana visibilità o modalità dell’ineluttabile, fu una decisione a tre voci di trasportare il frigorifero in piena luce del giorno nella sua nuova realtà dall’altra parte, per renderlo invisibile come accade a ciò che è ovvio: tre uomini che trasportano un frigorifero sulla schiena e con esso attraversare la strada.

Rodríguez aprì la porta della casa, che avevano già finito di ricostruire, e fu Argemiro a dare la spinta finale al frigorifero fino all’altro angolo della cucina. E tutto era in pace, con la foschia di una delusione persistente, quando Argemiro stesso, tutto sudato poveretto, aprì il frigorifero in cerca del contatto freddo di una bibita, e vide che Linda era dentro, congelata, che masticava ancora lo stesso mango, sembra incredibile.


Traduzione dallo spagnolo di Marco Benacci

marco.benacci@live.com