FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 33
gennaio/marzo 2014

Perdóno?

 

ADDIO ÁLVARO MUTIS
(senza possibile conforto)

di Martha Canfield



Il 22 settembre scorso Álvaro Mutis se n’è andato. Aveva compiuto da poco 90 anni, e aveva festeggiato questa speciale ricorrenza con la moglie Carmen, sua costante e fedele compagna, e con alcuni cari amici, tra cui l’immancabile Gabo, cioè García Márquez. Era sereno e contento. Ma forse, anzi sicuramente, molto stanco. Era ormai qualche anno che non scriveva più. E questo, se da una parte gli dava una certa tranquillità interiore, dall’altra lo faceva sentire – anche senza volere – in attesa del ritorno benvoluto della parola. Mutis apparteneva a quel tipo di scrittori per i quali il dettato della voce interiore è fondamentale e perfino assoluto. Scriveva dietro uno stimolo imprevedibile e involontario. Correggeva pochissimo, quasi niente. E quando la voce taceva lui era incapace di costruire attorno ai dettati precedenti. Non era uno scrittore metodico o di mestiere. Era un illuminato. L’idea di avere un orario, un sistema, un ordine, non gli era congeniale. Quello che riusciva tanto bene al suo carissimo amico Gabo, per lui non funzionava. Lui doveva avere il raptus iniziale e poi seguire la voce interiore. Ecco perché potevano capitare periodi di silenzio, e ci sono stati di durate lunghissime, anche di anni. Ecco perché anche in questi periodi di allontanamento dalla scrittura poteva sentire una particolare forma di estraniamento dalla sua stessa creazione letteraria. Maqroll si allontanava. E l’altra sua voce – che si era già manifestata ed espressa intensamente – rimaneva in silenzio. Gli veniva quindi a mancare lo strumento di comunicazione con il mondo altro.

Cos’era questo “mondo altro” per lui? Era senz’altro la letteratura, ossia il linguaggio che oltrepassa l’immediato e aspira a una sfera più alta, magari a quella della trascendenza e dell’assoluto. Mutis aspirava a enunciarlo. E anche se l’aspirazione era più un’utopia che un sogno realizzabile, la certezza che non era né la sua volontà né la sua ragione a guidarlo, ma un’energia interiore “accolta” dalla sua coscienza, gli davano uno stimolo e una fede. Questo era Mutis: uno scrittore guidato dall’alto, un visionario, un saggio malgrado se stesso, un ispirato. Ecco perché era privo di narcisismo, era aperto a tutti, generoso e vitale. Ecco perché, anche se la sua voce non ci lascerà mai – anzi le due voci con cui ci ha parlato, quella sua e quella di Maqroll –, la sua assenza pesa tanto. La sua eredità è enorme. La sua mancanza altrettanto.




INTERVISTA AD ÁLVARO MUTIS
(Firenze, 10 ottobre 1994)


Durante uno dei suoi tanti soggiorni a Firenze, Álvaro Mutis, con la sua solita generosità, si prestò a discorrere con me sui molteplici aspetti della sua attività letteraria, della sua concezione poetica e storica, e a volte perfino ad analizzare minuziosamente, una per una, le poesie dei suoi numerosi libri. Quelle conversazioni furono registrate, poi parzialmente trascritte e solo in minima parte pubblicate. Ciò che proponiamo adesso è contenuto nella cassetta II, su un totale di dodici, corrispondenti a 22 ore di registrazione, distribuite in sei giornate di lavoro; e le poesie qui analizzate fanno parte della raccolta poetica Los elementos del desastre (1953), titolo che avremmo scelto più tardi per l’antologia poetica pubblicata da Le Lettere nel 1997, Gli elementi del disastro (2ª ed. 2014).



Hastío de los peces (Fastidio dei pesci)

Parliamo di una poesia del tuo primo periodo di formazione poetica, Fastidio dei pesci, nella quale, sebbene il soggetto poetico non viene menzionato come Maqroll, ha tutti i tratti di Maqroll: è un custode di transatlantici in un nascosto e miserabile porto dei Caraibi.

Da qui in poi troverai, ne Gli elementi del disastro e ovviamente ne Gli ospedali d’oltremare, e poi ne Le opere perdute, molti passi in cui compare una prima persona che è evidentemente Maqroll benché io non lo dica. Ma non è qualcosa che mi sono proposto, che ho voluto fare consapevolmente. Mi sono reso conto dopo che, in effetti, si trattava di Maqroll. Rispetto a Fastidio dei pesci, fui colpito dal fatto che prima non l’avevo mai letto in pubblico, e lo stesso la Preghiera di Maqroll, ma quando la lessi ad alta voce vi ritrovai il “Tramp Steamer”, questa presenza allucinante di un tramp steamer, cioè di una nave da carico sconquassata, orfana, ormai prossima a crollare, per me molto rappresentativa delle navi in cui si viaggiava dall’Europa alla Colombia, vecchie imbarcazioni tedesche, soprattutto, e altre inglesi.

Ricordi qualcuna di queste navi in particolare?

Sì, ricordo il “Murla” della Roland-Line, il “Bremen” della Nord Deutsche Bloyd Bremen, e l’imponente Hamburg-Amerika Linie; ricordo anche il “Virgilio” della Transatlantica Italiana.

E somigliavano davvero a un tramp steamer?

Il “Murla” rievocava abbastanza i poveri scalcinati “tramp steamer”. Ma ricorda che la loro caratteristica è di non appartenere a nessuna compagnia di navigazione e che se la sbrigano da soli, “tramp” deriva da quello.

È come se la scrittura poetica ti avesse condotto in un recinto interiore, non so, dove ti stava aspettando Maqroll.

Ah, sì, certamente. A questo si devono i miei molti dubbi rispetto alla prima interpretazione che io detti di Maqroll come un alter ego in poesia e poi come un personaggio emancipatosi da molte delle mie caratteristiche personali nella narrazione. Non è così. È evidente che la presenza di Maqroll si dà fin dall’inizio, con caratteristiche molto marcate.

Diresti che questo soggetto poetico, che non ha ancora un nome – perché la Preghiera di Maqroll la scrivesti dopo, Fastidio dei pesci è precedente, e perciò non ha ancora un nome, si definisce come carattere con molta precisione ma non ha un nome – diresti che questo soggetto si presenta già come una creatura sacra, in qualche maniera?

Dunque, è un essere marginale, questo è piuttosto evidente, nel senso che non accetta né segue le regole della società, della vita comunitaria, anche se nella Preghiera dice a Dio di tenere in conto che lui ha rispettato le leggi del gregge. La parola “gregge” mostra di per sé il suo disprezzo per la società e per il consorzio umano organizzato. È un essere marginale e un essere itinerante. È un essere dalla salute cagionevole e senza dubbio un trasgressore.

Si tratta di una poesia in cui il soggetto non dice di essere Maqroll eppure si fa riconoscere e parla in prima persona. Dice «Appoggiato alla ringhiera di poppa, ho potuto osservare una sera la morte di un collezionista di fianchi per mano di un’anziana venditrice di tabacco». Puoi spiegarmi cos’è un «collezionista di fianchi»?

Bah, se potessi spiegarlo… Dunque, è un’immagine erotica, no? È un uomo che colleziona nella memoria i fianchi delle donne che ha conosciuto e che ha un’ossessione per i fianchi delle donne. Ma questo non dice niente. È un tocco di violenza erotica, perché lì c’è una morte…

Sì, muore per mano di un’anziana venditrice di tabacco e lui, Maqroll, si limita a seppellire il cadavere. Mi sembra un tratto che definisce già molto bene la personalità di Maqroll.

Assolutamente.

Lui non giudica ma c’è in lui un sentimento di pietà per il prossimo.

Una certa solidarietà con il prossimo, soprattutto nelle situazioni estreme.

Un’altra cosa: più avanti dice di essere stato accompagnato in un pellegrinaggio sulle Terre Alte, «dove dimorano i conciliatori dei Quaranta Elementi».

Questo non significa niente. È semplicemente una presunta organizzazione segreta. È un tocco di esoterismo…

… che accompagna sempre Maqroll.

Ah, sì, certamente.

Lo accompagnerà sempre. Passa da peregrinazioni per terre reali e immediate a peregrinazioni di tipo mistico.

Sì, di tipo mistico ed esoterico.

E poi finisce dicendo: «In un’altra opportunità dirò della mia vergognosa fuga e della mia conseguente punizione». Mi sembra quasi un annuncio di quelle che saranno le storie incatenate…

Questo è impressionante. In quel punto apro la porta a molte delle prose che sarebbero venute dopo e naturalmente ai romanzi, senza rendermene conto.

Sì, perché qui è già presente una narrazione che lascia sciolti dei fili che riprenderai in seguito.

Guarda, è inutile dirlo a te, ma niente di tutto questo era cosciente mentre lo scrivevo.


Oración de Maqroll (Preghiera di Maqroll)

Passiamo alla Preghiera di Maqroll. È in questa poesia che è nato il nome di Maqroll?

Sì.

Altre volte hai già raccontato come è nato questo nome; ma potresti ripeterlo?

Il nome di Maqroll è nato in questa poesia. La cosa è molto semplice. Cercavo un nome che non avesse alcuna connotazione geografica, né di nazionalità né di razza. Per questo misi quella “q” senza la “u”, che trascrive un suono arabo, che si pronuncia in fondo alla gola, una “q” palatale, e come vellutata, come ad esempio in “qasam”. Questa scelta mi ha causato diversi problemi: per prima cosa il fatto che spesso mi correggano mettendoci una “g” perché pensano si tratti di un errore, visto che manca la “u”. Poi mi accorsi, molti anni dopo, che nella pronuncia, non nella grafia, avrebbe potuto essere un nome scozzese. Ma in quel momento non me ne ero reso conto.

E la doppia elle finale potrebbe essere catalana?

La doppia elle… Sì, potrebbe essere catalana.

E la successione vocalica a-o non potrebbe riecheggiare il nome di un personaggio di Conrad, cioè Marlow?

Ma! Forse no..., non ci ho mai pensato. Però può darsi. Qualcuno ne ha tirato fuori, più o meno, l’anagramma del nome di mia madre, Carolina.

Mmm.

Ariel Castillo, un colombiano che sta scrivendo la sua tesi su di me al Colegio de México, ha tirato fuori questa teoria. Ma io non potrei assicurarlo.

Infatti sarebbe un anagramma oltremodo imperfetto, in cui la “n” di Carolina si trasforma in “m” e la “i” si perde per strada. Non mi convince. Vorrei sapere: avevi scritto altre poesie in cui era presente Maqroll, poesie che dopo hai scartato?

No. Avevo scritto una poesia intitolata Lili Marlen, che non so se lì ci sia, non credo, è in un altro libro, avevo scritto un paio d’altre poesie, ma niente di più.

L’epigrafe di questa poesia, fatto con un verso di René Crevel, «Tu as marché par les rues de chair», mi è sempre sembrata come la definizione del destino di Maqroll: un pellegrino per i sentieri della carne. Un pellegrino che cerca se stesso attraverso le donne che frequenta.

Sì, senza dubbio. E che le ha sempre avute – questo è molto importante – come complici, prima che come donne nel senso di una relazione in cui l’essenziale è l’erotismo. C’è qualcosa che va oltre l’erotismo, la complicità nella costante trasgressione delle leggi e dell’ordine sociale.

Anche qui, come in altri testi, siamo di fronte a un frammento perché la Preghiera è incompleta. Il gusto del frammento, molto tipico della nostra epoca, è un tuo tratto distintivo.

A questo punto vale la pena osservare, anche se non calza proprio a pennello, una cosa che va tenuta bene in conto. Si è tanto parlato delle influenze di Conrad e di Melville e nessuno ha notato, nonostante io lo abbia detto diverse volte, anche nei due libri pubblicati, che questa forma narrativa, e al tempo stesso i dubbi sull’efficienza e la completezza che può essere raggiunta dalla narrazione, deriva da Aloysius Bertrand, dal suo Gaspard de la Nuit, il libro che mi ha segnato, obbligandomi a sedermi e a mettermi a scrivere.

Questa Preghiera di Maqroll si propone come antidoto contro la miscredenza e la gioia immotivata.

Questo è molto tipico di me. Dopo ritorna detto in altri modi. Voglio dire, io sono sempre stato credente, in una trascendenza che non posso né voglio definire, ma che sento che esiste e che è presente, insieme a noi. Un mondo che ci trascende, un essere che ci trascende. E non crederci lo trovo un fatto grave. Soprattutto nei momenti di dubbio, è qualcosa che mi turba molto. E poi la gioia immotivata, sin da bambino mi ha perseguitato in questo senso: ci sono di quei momenti in cui, soprattutto da piccoli, ci si sente felici senza sapere perché.

E questo è grave.

Sì, bisogna sapere. Più tardi, ormai da grandi, da adulti, si dice “ecco perché, è perché ho risolto quella cosa, o perché esiste un insieme di cose gradite, e infine la somma di tutte queste cose mi dà questa specie di gioia che m’inonda il petto. Ma, non so, credo che in quel punto Maqroll, che ha già vissuto a lungo, dica “bisogna sapere, bisogna sapere”, perché le felicità gratuite traggono in inganno e sono pericolose, e ti comunicano una sicurezza di te stesso che non è reale. Tu sei sempre l’essere debole e in balia di cose che non riesci a controllare.

E affidarsi a una gioia immotivata in qualche modo è un sacrilegio. È non riconoscere che c’è qualcosa al di sopra di te dalla quale tu dipendi, no?

Sì, esattamente.

Essere ignari della propria felicità è qualcosa di grave.

Soprattutto perché dopo lo dovrai pagare. C’è un momento in cui ti rendi conto e dici “ma perché sono così felice, no, se non c’è ragione”.

E a me sembra che ignari della propria felicità possano esserlo gli animali o Adamo ed Eva prima dell’intervento del demonio.

Certo, gli esseri adamitici. Ma l’uomo non più.

L’intera Preghiera mi sembra una ricerca della purezza, come se il valore massimo fosse la purezza. Saresti d’accordo?

…La purezza nel senso di …?

Di innocenza.

Allora sì. Questo sì. Far ritorno a un mondo innocente.

C’è un momento in cui dice: «oh, fecondissimo!, presiedi alla benedizione nelle piscine pubbliche e al conseguente bagno degli adolescenti senza peccato», come una ricerca di innocenza. Tutte le immagini portano verso una forma d’innocenza. E Maqroll si concepisce quasi come uno strumento della giustizia del Signore. Ne convieni? Lui dice: «Fa’ in modo che tutti concepiscano il mio corpo come fonte inesauribile della tua infamia». È quasi un paradosso.

Sì, sì. Dunque, io non lo sento così, perché dopo non ricompare più questa condizione di Maqroll. Cioè si nota che ho voluto fare a meno di quest’aspetto. C’è sì la convinzione che siamo creature di Dio e che siamo una testimonianza della presenza di Dio. E quindi siamo anche uno strumento, niente è gratuito, questo sì Maqroll lo dice spesso. Niente è gratuito. Non esistono né il caso né le coincidenze. Questa è una convinzione che ho avuto sin da quando ero molto piccolo. Non ho mai creduto nel caso. È sufficiente fermarsi un istante a esaminare qualunque casualità o qualunque coincidenza e si capisce immediatamente che essa è il risultato di una organizzazione e di una serie incatenata di fatti nella quale trova la propria giustificazione. Questo sì, sarà una costante di Maqroll.

Come la convinzione di poter essere illuminato attraverso l’immersione nel peccato.

Ah, certo. Sì, certo, certo.

E quando lui dice (questo te l’avevo domandato anche a Madrid): «Ricorda Signore che il tuo servo ha osservato pazientemente le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto», tu dicesti allora che da una parte «branco» ha il senso del disprezzo per la massa.

Sta dicendo a Dio: «Vedi, alla fine l’ho accettato l’ordine degli uomini. Non mi rompere, allora». [Ride] Ma nel dire «branco», certo, questo mi viene in mente adesso, c’è qualcosa del gregge e del disprezzo per queste regole sociali.

Ma al tempo stesso in lui si è data l’accettazione delle leggi superiori.

Ah, sì, questo di sicuro. E allora viene fuori la mia posizione di monarchico. In altre parole, non accetto leggi, regolamenti, decreti, imposti dagli uomini ad altri uomini. Se quelle leggi, regolamenti, decreti avessero un tocco sacro e fossero stati unti da un eletto, allora accetterei il gioco.

La «barba da assiro» e le «callose mani» di questa divinità, possono essere immagini suggerite dalla poesia Babilonia di Crevel?

No. No. Torna a comparire in seguito nella poesia a Marcel Proust. «Con la tua barba da assiro» somiglia a qualcosa che dico a Proust, ora non ricordo…

Sarà «astuto cacciatore babilonese?

Esatto: «i tuoi tratti da astuto cacciatore babilonese». Ma in realtà adesso mi rendo conto che non esiste nessuna somiglianza; ci sono quasi vent’anni di differenza tra un’immagine e l’altra. Quella di Proust mi è stata ispirata dalla foto che Man Ray gli fece sul letto di morte e che tengo sempre di fronte a me, sulla scrivania. L’immagine della Preghiera, non saprei, è come un’immagine tradizionale e convenzionale di Dio, no?

Direi di sì…

E le mani callose non so perché le ho inserite. Ricorda che le prime poesie, tutte, e questo è importante, sono molto segnate dalle mie letture del surrealismo. Perciò vengono fuori queste immagini gratuite, che cadono, e che alla fine non sono gratuite.


Los elementos del desastre (Gli elementi del disastro)

Passiamo alla poesia Gli elementi del disastro. C’è una parola che usi molto, il «domo» delle piantagioni di caffè. Questa parola, è una parola comune per riferirsi a questo tipo di vegetazione o è una parola tua?

È mia, e lì ci sta Coello. Tu hai visto le piante del caffè, che sono come ombrelli, e dentro ci si può nascondere. Io mi ci nascondevo per accarezzare le raccoglitrici di caffè. Perché lì non ti vede nessuno. Oppure se ti vedono comunque sei il signorino, il figlio della padrona, e allora non dicono nulla [ride]. C’è qualcosa di cerimoniale in tutto ciò…

La parola «domo» dà l’idea di un recinto quasi sacro. E la parola è tua, certo, non l’ho mai trovata altrove e tu invece la usi molto, in questo contesto, la ripeti. È come un tuo segno.

Sì, sì, è mia.

Ci sono molte cose interessanti in questo componimento in prosa, anche proprio il fatto che qui tu abbia preferito la prosa. Ma non mi ci voglio soffermare.


Una palabra (Una parola)

Passiamo a un altro testo: Una parola. In questa poesia («nel mezzo della vita giunge una parola mai pronunciata prima») vi è come un’iniziazione poetica. È la magia dell’iniziazione poetica, mi pare. È così?

Sì, adesso la vedo così, sì.

Ma al tempo stesso la magia dell’iniziazione poetica è associata alla magia dell’iniziazione erotica. È associata alla donna.

Sì, certamente.

E non solo. Negli ultimi versi: «E se una donna aspetta con le sue bianche e sode cosce aperte […] allora la poesia giunge a termine, non ha più senso il suo monotono lamento», sembra che ci sia una sovrapposizione della vita.

Sì, esatto. È inutile la poesia a quel punto. E più tardi si vedrà ne Le opere perdute, in cui vi è un ars poetica più concreta.


El miedo (La paura)

Nella poesia La paura, che tu consideri molto importante, no?

Sì, questa è una poesia molto intima, che ha origine nei lunghi pomeriggi sull’amaca, a Coello, in mezzo al caldo, in un mondo che va disfacendosi e nei fiumi che corrono ed è come il trascorrere della vita, e al tempo stesso in certe presenze ossessionanti, che ha molto a che vedere con la morte, con un’autorità che non riconosco più e che cerco di violare, che cerco di trasgredire, e tutto questo infonde una certa paura, un senso di colpa. Laggiù, allora. Oggi sarebbe difficile…

Abbiamo distinto un soggetto poetico che è più vicino a te e uno che è Maqroll. Il soggetto di questa poesia è il più vicino a te, non è Maqroll.

Lì non c’è affatto Maqroll. Quello sono io. Ma… sono sicuro che sforzandosi un po’ si vedrà che Maqroll ha vissuto quelle…

L’impiccato di Cocora, l’anziano minatore morto di fame sulla spiaggia, gli ossi di donna ritrovati nella Valle dell’Orsa. Credo che questi potrebbero essere anche ricordi di Maqroll.

No, sono ricordi miei concreti… Però sì potrebbero essere di Maqroll. Quando si trovava nella Neve dell’Ammiraglio. Sai, la Neve dell’Ammiraglio esiste, è un piccolo caffè, lassù in cima a La línea, la parte più alta della strada tra Ibagué e Armenia, sono più di quattromila metri, è un altipiano desertico infernale, ci si fermavano i camionisti per prendere un caffè, e quindi ci ho messo Maqroll.

Mi domando se questa paura sia un sentimento che può definire anche la personalità di Maqroll, vero? Che ne pensi?

Certo che sì, è la paura di esistere, perché esistere vuol dire consumarsi, e tutto ci cade addosso, allora…

Mi domando se possa anche essere messo in relazione con la tendenza a cercare di decifrare tutto. Al mondo ci sono molte cose che, osservate superficialmente, possono sembrare unite per caso. Guardando più in profondità non esiste il caso, come dicevi prima. Ma a volte questo senso completo non si rivela. Mi domando se la mancanza di senso non generi anche sconforto.

Certo. Sì, perfetto, buona considerazione. E la ricerca progressiva e il non trovare una risposta razionale, ordinata, dà, causa l’ansia, l’angoscia di esistere. Non bisogna essere un esistenzialista per…

Al tempo stesso mi domando se non sia anche da lì che per te nasce la poesia, la creazione letteraria.

Certamente. Perché con la poesia, come dire, com’è quella parola?…

Si trasforma…

No, la trasformi, la… Hai capito di che si tratta?

Ho capito perché usi una frase per me molto significativa, che è «la fertile miseria»: la poesia nasce da lì.

Certo, certo.

La miseria di non capire, di essere perduti, che tuttavia può trasformarsi.

Come si dice quando un santo o simile frena l’azione del demonio su una persona?

Ah, un esorcismo!

Esatto!

La poesia è un esorcismo.

La poesia condivide la condizione dell’esorcista. Una volta che il mistero è stato pronunciato e che abbiamo detto: «qui c’è un mistero», il mistero cessa, non ti viene più addosso [e ride, compiaciuto].




ÁLVARO MUTIS - POESIE


HASTÍO DE LOS PECES

Desde dónde iniciar nuevamente la historia es cosa que no debe preocuparnos. Partamos, por ejemplo, de cuando era celador de trasatlánticos en un escondido y mísero puerto del Caribe. Mi nueva profesión, nada insólita y muy aburrida por épocas, me dejaba pingües ganancias en ciertos frutos de cuya nuez salía por las tardes un perfume muy semejante al de poleo.

La voz de este relato mana de ciertos rincones a donde no puedo llevaros, pese a mi buena voluntad y en donde, de todas maneras, no sería mucho lo que podría verse.

Los buques han necesitado siempre de un celador. Cuando se quedan solos, cuando los abandona desde el capitán hasta su último fogonero y los turistas desembarcan para dar una vuelta y desentumecer las piernas, en tales ocasiones necesitan de una persona que permanezca en ellos y cuide de que el agua dulce no se enturbie ni el alcohol de los termómetros se evapore en la sal de la tarde.

Con plena conciencia de mis responsabilidades, recorría todos los sitios en donde pudiera esconderse el albatros vaticinador del hambre y la pelagra o la mariposa de oscuras alas lanosas, propiciadora de la más vasta miseria. Los capitanes me confiaban los planos de blancos veleros o de veloces yates destinados a la orgía de ancianos sin dientes y yo interpretaba los signos que en tales cartas indicaban sitios sospechosos o nidos de terror.

Con la savia de los cocoteros, arena recogida en la playa a la madrugada del Viernes Santo, la camisa de un viejo marino muerto en el Malecón del Sur en una epidemia de tifo y otros elementos que ya no recuerdo, realizaba la limpieza de los ojos de buey turbios de miel y sacrificios y de las torres de radio adornadas con vistosas banderolas.

Mi jornada nunca sobrepasó las cinco horas y jamás dejé ver mi cara a los turistas que regresaban con hondas ojeras de desgano.

Recostado en la barandilla de popa, pude presenciar una tarde la muerte de un coleccionista de caderas, a manos de una anciana vendedora de tabaco. La cabeza le quedó colgando de unas tiras pálidas y le bailaba sobre el pecho como una calabaza iluminada por resplandores de cumbia. Una última sombra le cubrió los ojos y tuve que encargarme de enterrar el cadáver. Lo cobijé con algas gigantes y nunca percibí fetidez alguna.

Muchos años serví en el puerto a que me vengo refiriendo. Tantos, que olvidé los rasgos sobresalientes de las bestias que luego me acompañaron en mi peregrinaje por las Tierras Altas, donde moran los conciliadores de los Cuarenta Elementos.

Entre los buques que cuidé con mayor esmero y cariño se cuenta uno con matrícula de Dublín, de sucio aspecto y de forma poco esbelta, pero lleno de plantas salutíferas y huellas de hermosísimas mujeres.

Mis noches transcurrían en ese ambiente pesado que dejan los fardos de lana en las bodegas o el exceso de comida en los mineros. Uno que otro sol me halló tendido en la playa. Las estrellas nunca aparecieron por esas latitudes. Siempre me han repugnado los planetas. El arribo de un barco era anunciado al alba con el vuelo de enormes cacatúas de grises párpados soñolientos, que gemían desoladas su estéril concupiscencia. Jamás faltaron a su cita esos pájaros portentosos. Mi criado venía a despertarme cuando el buque tocaba el muelle y yo partía embotado aún por el sueño, arreglándome presuroso las ropas con que había dormido. Esto lo digo para mi descargo, pues hubo quienes pretendieron acusarme de incumplimiento, con la manifiesta intención de perjudicar mis labores, tan ricas en el trato de criaturas superiores, de seres singulares estancados en el placer de un viaje interminable.

En otra oportunidad relataré mi vergonzosa huida y mi subsecuente castigo.


FASTIDIO DEI PESCI

Da dove ricominciare la storia è cosa che non deve preoccuparmi. Partiamo, ad esempio, da quando ero custode di transatlantici in un nascosto e miserabile porto dei Caraibi. La mia nuova professione, per niente insolita e molto noiosa a periodi, mi lasciava lauti guadagni sotto forma di un frutto il cui nocciolo esalava nella sera un profumo simile alla menta.

La voce di questo racconto scaturisce da certi angoli dove non posso portarvi, malgrado la mia buona volontà e dove, comunque, non ci sarebbe granché da vedere.

Le navi hanno sempre avuto bisogno di un custode. Nel rimanere sole, quando vengono abbandonate dal capitano e perfino dall’ultimo fuochista delle macchine e i turisti sbarcano per fare un giro e sgranchirsi le gambe, in tali occasioni, hanno bisogno di qualcuno che vi rimanga e controlli l’acqua dolce che non si intorbidi e l’alcol dei termometri che non evapori nel sale della sera.

Con piena consapevolezza delle mie responsabilità, percorrevo tutti i luoghi dove magari si sarebbe nascosto l’albatro aruspice della fame e della pellagra o la farfalla di lanose ali oscure, propiziatrice della miseria più diffusa. I capitani mi affidavano le mappe dei velieri bianchi o dei veloci panfili destinati alle orge di vecchi sdentati e io decifravo i segni che in quelle carte indicavano posti sospetti o nidi del terrore.

Con la linfa delle palme da cocco, un po’ di sabbia raccolta sulla spiaggia all’alba del Venerdì Santo, la camicia di un vecchio marinaio morto sul Molo Sud in un epidemia di tifo e con altri elementi che non ricordo più, effettuavo la pulizia degli oblò torbidi di miele e sacrifici e delle torri delle radio ornate con appariscenti bandierine.

La mia giornata non superò mai le cinque ore e mai permisi che il mio viso fosse visto dai turisti che tornavano con profonde occhiaie di disgusto.

Appoggiato alla ringhiera di poppa, ho potuto osservare una sera la morte di un collezionista di fianchi per mano di un’anziana venditrice di tabacco. La testa gli rimase a penzolare da una striscia pallida e gli dondolava davanti al petto come una zucca illuminata da bagliori di cumbia.{1} Un’ultima ombra gli coprì gli occhi e dovetti occuparmi di seppellire il cadavere. Lo avvolsi con alghe giganti senza percepire nessun fetore.

Per molti anni sono stato in servizio presso il porto di cui parlo. Tanti che ho dimenticato i tratti principali delle bestie che più tardi vennero con me in pellegrinaggio sulle Terre Alte, dove dimorano i conciliatori dei Quaranta Elementi.

Fra le navi che ho curato con più impegno e affetto ve n’è una immatricolata a Dublino, di aspetto sudicio e forma poco aggraziata, ma piena di piante salutari e di orme di donne bellissime.{2}

Le mie notti trascorrevano in quell’aria pesante che lasciano le balle di lana nelle cantine o il cibo di troppo dei minatori. Qualche volta il sole mi trovò disteso sulla spiaggia. Le stelle non si fecero mai vedere in quelle latitudini. I pianeti mi hanno sempre ripugnato. L’arrivo di una nave veniva annunziato all’alba dal volo di enormi pappagalli dalle grigie palpebre assonnate, che desolati gemevano la loro sterile lussuria. Mai mancarono all’appuntamento quegli uccelli portentosi. Il mio attendente veniva a svegliarmi quando la nave toccava il molo e io partivo ancora intontito dal sonno, rassettandomi in fretta i vestiti con cui avevo dormito. Questo lo dico per scagionarmi, perché qualcuno ha voluto accusarmi di incuria, con l’’evidente intenzione di ostacolare le mie mansioni, così preziose nella frequentazione di creature superiori, di esseri singolari trattenuti nel godimento di un viaggio interminabile.

In un’altra opportunità dirò della mia vergognosa fuga e della mia conseguente punizione.{3}


ORACIÓN DE MAQROLL

Tu as marché par les rues de chair.
Babylone - René Crevel

No está aquí completa la oración de Maqroll el Gaviero.

Hemos reunido sólo algunas de sus partes más salientes, cuyo uso cotidiano recomendamos a nuestros amigos como antídoto eficaz contra la incredulidad y la dicha inmotivada.

Decía Maqroll el Gaviero:

¡Señor, persigue a los adoradores de la blanda serpiente!

Haz que todos conciban mi cuerpo como una fuente inagotable de tu infamia.

Señor, seca los pozos que hay en mitad del mar donde los peces copulan sin lograr reproducirse.

Lava los patios de los cuarteles y vigila los negros pecados del centinela. Engendra, Señor, en los caballos la ira de tus palabras y el dolor de viejas mujeres sin piedad.

Desarticula las muñecas.

Ilumina el dormitorio del payaso, ¡oh Señor!

¿Por qué infundes esa impúdica sonrisa de placer a la esfinge de trapo que predica en las salas de espera?

¿Por qué quitaste a los ciegos su bastón con el cual rasgaban la densa felpa de deseo que los acosa y sorprende en las tinieblas?

¿Por qué impides a la selva entrar en los parques y devorar los caminos de arena transitados por los incestuosos, los rezagados amantes, en las tardes de fiesta?

Con tu barba de asirio y tus callosas manos, preside ¡oh fecundísimo! la bendición de las piscinas públicas y el subsecuente baño de los adolescentes sin pecado.

¡Oh Señor! recibe las preces de este avizor suplicante y concédele la gracia de morir envuelto en el polvo de las ciudades, recostado en las graderías de una casa infame e iluminado por todas las estrellas del firmamento.

Recuerda Señor que tu siervo ha observado pacientemente las leyes de la manada. No olvides su rostro.

Amén.


PREGHIERA DI MAQROLL

Tu hai camminato per le vie della carne.
Babylone - René Crevel

Non è qui completa la preghiera di Maqroll il Gabbiere.{4}

Abbiamo riunito soltanto alcune delle parti più notevoli e ne raccomandiamo ai nostri amici l’uso quotidiano come antidoto efficace contro la miscredenza e la gioia immotivata.

Diceva Maqroll il Gabbiere:

Signore, perseguita gli adoratori del morbido serpente!

Fa’ in modo che tutti concepiscano il mio corpo come fonte inesauribile della tua infamia.

Signore, prosciuga i pozzi che si trovano in mezzo al mare dove i pesci si accoppiano senza riuscire a riprodursi.

Lava i cortili delle caserme e sorveglia i neri peccati della sentinella. Genera, Signore, nei cavalli l’ira delle tue parole e il dolore delle vecchie donne senza compassione.

Disarticola le bambole.{5}

Illumina la stanza da letto del pagliaccio, oh Signore!

Perché infondi quello spudorato sorriso di piacere alla sfinge di pezza che fa le prediche nelle sale d’aspetto?

Perché hai tolto ai ciechi i loro bastoni con i quali laceravano la fitta trama del desiderio che li assilla e li sorprende nelle tenebre?

Perché impedisci alla selva di entrare nei parchi e divorare i sentieri di sabbia percorsi dagli incestuosi tardivi amanti, nei pomeriggi di festa?

Con la tua barba da assiro e le tue callose mani, oh fecondissimo!, presiedi alla benedizione nelle piscine pubbliche e al conseguente bagno degli adolescenti senza peccato.

Oh Signore! ricevi gli onori di questo scrutatore supplice e concedigli la grazia di morire coperto dalla polvere delle città, appoggiato alla scala di una casa infame e illuminato da tutte le stelle del firmamento.

Ricorda Signore che il tuo servo ha osservato pazientemente le leggi del branco. Non dimenticare il suo volto.

Amen.


NOCTURNO

La fiebre atrae el canto de un pájaro andrógino
y abre caminos a un placer insaciable
que se ramifica y cruza el cuerpo de la tierra.
¡Oh el infructuoso navegar alrededor de las islas
donde las mujeres ofrecen al viajero
la fresca balanza de sus senos
y una extensión de terror en las caderas!
La piel pálida y tersa del día
cae como la cáscara de un fruto infame.
La fiebre atrae el canto de los resumideros
donde el agua atropella los desperdicios.


NOTTURNO

La febbre attira il canto di un uccello androgino
e apre la strada a un piacere insaziabile
che si dirama e che attraversa il corpo della terra.
Oh l’infruttuosa navigazione attorno a isole
dove le donne offrono al viaggiatore
la bilancia fresca dei seni
e il vasto terrore racchiuso tra i fianchi!
La pelle liscia e pallida del giorno
cade come la buccia di un infame frutto.
La febbre attira il canto delle fogne
dove l’acqua travolge la mondiglia.


UNA PALABRA

Cuando de repente en mitad de la vida llega una palabra jamás antes pronunciada,

una densa marea nos recoge en sus brazos y comienza el largo viaje entre la magia recién iniciada,

que se levanta como un grito en un inmenso hangar abandonado donde el musgo cobija las paredes,

entre el óxido de olvidadas criaturas que habitan un mundo en ruinas, una palabra basta,

una palabra y se inicia la danza pausada que nos lleva por entre un espeso polvo de ciudades,

hasta los vitrales de una oscura casa de salud, a patios donde florece el hollín y anidan densas sombras,

húmedas sombras, que dan vida a cansadas mujeres.

Ninguna verdad reside en estos rincones y, sin embargo, allí sorprende el mudo pavor

que llena la vida con su aliento de vinagre-rancio vinagre que corre por la mojada despensa de una humilde casa de placer.

Y tampoco es esto todo.

Hay también las conquistas de calurosas regiones, donde los insectos vigilan la copulación de los guardianes del sembrado que pierden la voz entre los cañaduzales sin límite surcados por rápidas acequias

y opacos reptiles de blanca y rica piel.

¡Oh el desvelo de los vigilantes que golpean sin descanso sonoras latas de petróleo

para espantar los acuciosos insectos que envía la noche como una promesa de vigilia!

Camino del mar pronto se olvidan estas cosas.

Y si una mujer espera con sus blancos y espesos muslos abiertos como las ramas de un florido písamo centenario,

entonces el poema llega a su fin, no tiene ya sentido su monótono treno

de fuente turbia y siempre renovada por el cansado cuerpo de viciosos gimnastas.

Sólo una palabra.

Una palabra y se inicia la danza

de una fértil miseria.


UNA PAROLA

Quando ad un tratto nel mezzo della vita arriva una parola mai prima pronunciata,

una densa marea ci accoglie tra le braccia e comincia il lungo viaggio in mezzo alla magia appena iniziata,

che si solleva come un grido in un enorme hangar abbandonato dove il muschio ricopre le pareti,

tra l’ossido di creature dimenticate abitanti di un mondo in disfacimento, una parola basta,

una parola e inizia la lenta danza che ci conduce attraverso una fitta polvere cittadina,

fino alle vetrate di una scura casa di salute, fino a un patio dove fiorisce la fuliggine e s’annidano dense ombre,

umide ombre, che danno vita a donne stanche.

Nessuna verità risiede in questi angoli e, nonostante, lì sorprende la muta paura

che riempie la vita con il suo alito di aceto-rancido aceto che scorre lungo la bagnata dispensa di una modesta casa di piacere.

E neppure questo è tutto.

Ci sono anche le conquiste di calde regioni, dove gli insetti sorvegliano la copulazione delle guardie del seminato che perdono la voce tra le sconfinate piantagioni di canna da zucchero solcate da rogge veloci

e foschi rettili dalla preziosa e bianca pelle.

Ah l’insonnia dei sorveglianti che battono senza sosta sonore latte di petrolio

per spaventare i diligenti insetti inviati dalla notte come una promessa di veglia!

Andando verso il mare si dimenticano presto queste cose.

E se una donna attende con le sue bianche e grosse cosce aperte come i rami di un centenario albero delle bombacaceae{6} in fiore,

allora la poesia arriva alla sua fine, non ha più senso il suo monotono threnos

dall’origine torbida e sempre rinnovata dall’affaticato corpo dei viziosi ginnasti.

Soltanto una parola.

Una parola e inizia la danza

di una fertile miseria.


EL MIEDO

Bandera de ahorcados, contraseña de barriles, capitana del desespero, bedel de sodomía, oscura sandalia que al caer la tarde llega hasta mi hamaca.

Es entonces cuando el miedo hace su entrada.

Paso a paso la noche va enfriando los tejados de cinc, las cascadas, las correas de las máquinas, los fondos agrios de miel empobrecida.

Todo, en fin, queda bajo su astuto dominio. Hasta la terraza sube el olor marchito del día.

Enorme pluma que se evade y visita otras comarcas.

El frío recorre los más recónditos aposentos.

El miedo inicia su danza. Se oye el lejano y manso zumbido de las lámparas de arco, ronroneo de planetas.

Un dios olvidado mira crecer la hierba.

El sentido de algunos recuerdos que me invaden se me escapa dolorosamente:

playas de tibia ceniza, vastos aeródromos a la madrugada, despedidas interminables.

La sombra levanta ebrias columnas de pavor. Se inquietan los písamos.

Sólo entiendo algunas voces.

La del ahorcado de Cocora, la del anciano minero que murió de hambre en la playa cubierto inexplicablemente por brillantes hojas de plátano; la de los huesos de mujer hallados en la cañada de La Osa; la del fantasma que vive en el horno del trapiche.

Me sigue una columna de humo, árbol espeso de ardientes raíces.

Vivo ciudades solitarias en donde los sapos mueren de sed. Me inicio en misterios sencillos elaborados con palabras transparentes.

Y giro eternamente alrededor del difunto capitán de cabellos de acero. Mías son todas estas regiones, mías son las agotadas familias del sueño. De la casa de los hombres no sale una voz de ayuda que alivie el dolor de todos mis partidarios.

Su dolor diseminado como el espeso aroma de los zapotes maduros.

El despertar viene de repente y sin sentido. El miedo se desliza vertiginosamente

para tornar luego con nuevas y abrumadoras energías.

La vida sufrida a sorbos, amargos tragos que lastiman hondamente, nos toma de nuevo por sorpresa.

La mañana se llena de voces:

Voces que vienen de los trenes

de los buses de colegio

de los tranvías de barriada

de las tibias frazadas tendidas al sol

de las goletas

de los triciclos

de los muñequeros de vírgenes infames

del cuarto piso de los seminarios

de los parques públicos

de algunas piezas de pensión

y de otras muchas moradas diurnas del miedo.


LA PAURA

Bandiera degli impiccati, contromarca di barili, capitana della disperazione, guardia della sodomia, oscuro sandalo che all’imbrunire arriva fino alla mia amaca.

È allora che la paura realizza il suo ingresso.

A poco a poco la notte raffredda i tetti di zinco, le cascate, le cinghie dei macchinari, gli acerbi fondi di miele impoverito.

Tutto, infine, resta sotto la sua astuta dominazione. Fino al terrazzo sale l’odore marcio del giorno.

Piuma enorme che sfugge e visita altre regioni.

Il freddo percorre le camere più nascoste.

La paura inizia la sua danza. Si ascolta il lontano e mansueto ronzio delle lampade ad arco, il ronfare dei pianeti.

Un dio dimenticato guarda crescere l’erba.{7}

Il senso di certi ricordi che m’invadono mi sfugge dolorosamente:

spiagge di tiepida cenere, vasti aerodromi all’alba, addii interminabili.

L’ombra solleva ebbre colonne di paura. S’innervosiscono gli alberi delle bombacacee.

Capisco soltanto alcune voci.

Quella dell’impiccato di Cocora, quella del vecchio minatore che morì di fame sulla spiaggia inspiegabilmente coperto di scintillanti foglie di banano; quella degli ossi di donna trovati sul torrentello de La Osa, quella del fantasma che vive nel forno del frantoio.

Mi insegue una colonna di fumo, albero denso dalle ardenti radici.

Vivo in città solitarie dove i rospi muoiono di sete. Mi inizio nei misteri semplici elaborati con parole trasparenti.

E giro eternamente attorno al defunto capitano dai capelli di acciaio. Sono mie tutte queste province, sono mie le esauste famiglie del sonno. Dalla casa degli uomini non esce una voce d’aiuto che dia sollievo al dolore di tutti i miei sostenitori.

Il suo dolore disseminato come il denso profumo delle sapotiglie mature.

Il risveglio avviene all’improvviso e senza senso. La paura slitta vertiginosamente

per tornare dopo con nuove e opprimenti energie.

La vita subita a sorsi, amare bevute che feriscono profondamente, ci prende di nuovo impreparati.

La mattina si riempie di voci:

Voci che vengono dai treni

dalle navette delle scuole

dai tranvai dei quartieri

dalle tiepide coperte distese al sole

dalle golette

dai tricicli

dagli scafali per vergini infamanti

dal quarto piano dei seminari

dai parchi pubblici

da certe stanze di pensione

e da molte altre diurne dimore della paura.




Àlvaro Mutis, il fotografo fiorentino Maurizio Berlincioni e Martha Canfield
(foto di Leo Matiz, 1997)




{1}Ballo popolare tradizionale della costa caraibica della Colombia, in cui la donna porta in mano un cero acceso, da cui i “bagliori”.

{2}Qui si trova un inconsapevole anticipo del “tramp steamer”, che diverrà molti anni più tardi motivo centrale del romanzo L’ultimo scalo del Tramp Steamer (1988). Mutis ha detto spesso che i suoi romanzi sono sviluppi di temi, episodi, immagini che si trovano già nella sua poesia. I “tramp steamer”, vecchie navi da carico indipendenti, che non appartenevano a nessuna compagnia di navigazione, le ultime delle quali continuarono a navigare anche in avanzato stato di degrado, hanno per Mutis un grande valore affettivo perché associate alle navi in cui viaggiava da bambino dal Belgio alla Colombia per trascorrere le vacanze estive.

{3}Qui, senza saperlo, l’autore stava annunciando le storie, prose e romanzi su Maqroll che sarebbero venuti più tardi. La tendenza dell’autore a indicare la sua incertezza sul fatto che il testo sia terminato o meno ha una fonte diretta nel Gaspard de la nuit (1842) di Aloysius Bertrand.

{4}È questo un esempio della costante preferenza, molto novecentesca, di Mutis, per il frammento e per l’incompiuto, particolarmente nella poesia. Con la narrativa invece cercherà di ordinare e di dare un senso compiuto alla sua opera, trovando un posto per ogni tassello e nuovi tasselli per i vuoti della storia.

{5}Nel verso c’è un ricordo infantile del poeta: «mia sorella Rosario», dice, «a forza di vestire e svestire le sue bambole, finiva per smontarle».

{6}Písamo è un albero del genere erythrina, specie poeppigiana, molto grande, particolarmente bello, che dà fiori di intenso colore rosso e che cresce in Colombia, Venezuela e in genere nella zona intertropicale americana. Viene chiamato anche cámbulo o cachimbo. Ho scelto di tradurlo con una formula più descrittiva: “albero delle bombacaceae”.

{7}Questo verso, secondo quanto ha raccontato lo stesso Mutis, è stato quello che gli ha dato la certezza della sua vocazione alla scrittura. Salvato quasi miracolosamente da una prima distruzione, lo recuperò in seguito per inserirlo in questo testo poetico.

Traduzione e note di Martha Canfield




BIBLIOGRAFIA DI ÁLVARO MUTIS

Si citano le prime edizioni di tutte le opere di Álvaro Mutis e si fa una scelta fra le molte seconde edizioni e antologie.

  • La balanza, con Carlos Patiño [poesie, 200 copie numerate e firmate dagli autori], Bogotá, 1948.
  • Los elementos del desastre [poesia], Losada, Buenos Aires, 1953.
  • Memoria de los Hospitales de Ultramar, estratto della Rivista «Mito» (Bogotá), n° 26, 1959 [poesia, nel titolo la parola Memoria è refuso per Reseña].
  • Diario de Lecumberri [narrativa], Universidad Veracruzana, México, 1960.
  • Los trabajos perdidos, Era, México, 1965 [poesia, include Reseña de los Hospitales de Ultramar].
  • Summa de Maqroll el Gaviero (Poesía 1948-1970), con una prefazione di J.G. Cobo Borda, Barral, Barcelona, 1973.
  • La mansión de Araucaíma. Relato gótico de tierra caliente [narrativa], Sudamericana, Buenos Aires, 1973.
  • Caravansary [poesia], Fondo de Cultura Económica, México, 1981.
  • Poesía y prosa [opera completa fino al 1981, contiene prime poesie non riunite in volume e articoli giornalistici sull’opera di Mutis], a cura di Santiago Mutis Durán, Colcultura, Bogotá, 1981.
  • La verdadera historia del flautista de Hamelin [racconti], Penélope, México, 1982.
  • Los emisarios [poesia], Fondo de Cultura Económica, México, 1984.
  • Crónica regia y alabanza del reino [poesia], Cátedra, Madrid, 1985.
  • Crónica regia [poesia], Papeles Privados, México, 1985.
  • Obra literaria – Tomo I – Poesía, a cura di Santiago Mutis Durán, Procultura, Bogotá, 1985.
  • Obra literaria – Tomo II – Prosa, a cura di Santiago Mutis Durán, Procultura, Bogotá, 1985.
  • La nieve del almirante [romanzo], Alianza, Madrid, 1986.
  • Un homenaje y siete nocturnos [poesia], Ed. del Equilibrista, México, 1987.
  • Ilona llega con la lluvia [romanzo], Mondadori, Madrid, 1988.
  • La última escala del Tramp Steamer [romanzo], Ed. del Equilibrista, México, 1988.
  • Un bel morir [romanzo], Mondadori, Madrid, 1989.
  • Amírbar [romanzo], Norma, Bogotá, 1990.
  • Summa de Maqroll el Gaviero. Poesía 1948-1988, Fondo de Cultura Económica, México, 1990 [include Crónica regia, Un homenaje y siete nocturnos e saggi di Octavio Paz e di Ernesto Volkening].
  • La muerte del estratega. Narraciones, prosas y ensayos, Fondo de Cultura Económica, México, 1990.
  • El último rostro, Siruela, Madrid, 1990 [contiene i racconti La muerte del estratega, El último rostro, Antes de que cante el gallo e Sharaya, scorporati dall’edizione originale di Diario de Lecumberri].
  • Abdul Bashur, soñador de navíos [romanzo], Norma, Bogotá, 1991.
  • La mansión de Araucaíma y Cuadernos del Palacio Negro, Siruela, Madrid, 1992 [contiene il romanzo del ’73 e Diario de Lecumberri sotto nuovo titolo].
  • Tríptico de mar y tierra [romanzo], Norma, Bogotá, 1993.
  • Antología personal [poesia], prefazione di Octavio Paz, Argonauta, Buenos Aires, 1995.
  • Empresas y tribulaciones de Maqroll el Gaviero, Alfaguara, Bogotá, 1995 [contiene i sette romanzi maqrolliani].
  • La Balanza, El Navegante Editores, Bogotá, 1997 [edizione facsimilare di quella del 1948].
  • Contextos para Maqroll, a cura di Ricardo Cano Gaviria, Igitur, Tarragona, 1997 [raccoglie saggi e testi critici sparsi in giornali e riviste].
  • Empresas y tribulaciones de Maqroll el Gaviero, Siruela, Madrid, 1997
  • De lecturas y algo del mundo (1943-1997), a cura di Santiago Mutis Durán, Seix Barral, Barcelona, 1999 [contiene recensioni, articoli, prefazioni].
  • Caminos y encuentros de Maqroll el Gaviero. Escritos de y sobre Álvaro Mutis, a cura di Javier Ruiz Portella, Áltera, Barcelona, 2001.
  • Summa de Maqroll el Gaviero. Poesía reunida, Ediciones de la Universidad de Alcalá de Henares/Fondo de Cultura Económica, Madrid, 2002.
  • Desde el solar. 50 textos, a cura di Santiago Mutis, Ministerio de Cultura/Universidad Nacional de Colombia, Bogotá, 2002 [contiene 50 articoli giornalistici e testi sparsi].


Traduzioni in italiano

  • La neve dell’ammiraglio, a cura di Ernesto Franco, Einaudi, Torino, 1990.
  • Ilona arriva con la pioggia, tr. Fulvia Bardelli e Ernesto Franco, Einaudi, Torino, 1991.
  • L’ultimo scalo del Tramp Steamer, tr. Gabriella Bonetta, Adelphi, Milano, 1991.
  • Un bel morir, tr. Fulvia Bardelli, Einaudi, Torino, 1992.
  • Summa di Maqroll il Gabbiere. Antologia poetica 1949-1988, tr. Fabio Rodríguez Amaya, Einaudi, Torino, 1993.
  • Amirbar, tr. Fulvia Bardelli, Einaudi, Torino, 1994.
  • Abdul Bashur, sognatore di navi, tr. Fulvia Bardelli, Einaudi, Torino, 1996.
  • Trittico di mare e terra, tr. Fulvia Bardelli, Einaudi, Torino, 1997.
  • Gli elementi del disastro, a cura di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 1997.
  • La casa di Araucaíma, tr. Carlo Brera, Adelphi, Milano, 1997 [contiene inoltre i racconti Prima che il gallo canti, L’ultimo volto, Sharaya, La morte dello Stratega e Diario di Lecumberri].
  • Disperanza del Gabbiere. Antologia poetica, selezione e prefazione di Gaetano Longo e Mary Barbara Tolusso, tr. Martha Canfield, FPE Edizioni, Trieste, 2000.
  • Storie della disperanza, a cura di Gaetano Longo, Einaudi, Torino, 2003 [contiene Un Re Mago a Pollensa, La morte dello Stratega, Diario di Lecumberri, I testi di Alvar de Mattos, Intermezzi].
  • Da Barnabooth a Maqroll. Riflessioni su libri, eventi e personaggi del nostro tempo, a cura di Martha L. Canfield, Le Lettere, Firenze, 2002.
  • Le opere perdute, a cura di Martha Canfield, Ponte Sisto, Roma, 2009.


Premi

  • Premio Nazionale di Letteratura, Colombia, 1974;
  • Premio Xavier Villaurrutia, Messico, 1988;
  • Premio Medicis al miglior libro straniero, Francia, 1989
  • Premio Internazionale Nonino, Italia, 1991
  • Premio dell'Istituto Italo-latinoamericano, Roma, Italia, 1992
  • Premio Príncipe de Asturias de las Letras, 1997
  • Premio Reina Sofia, 1997
  • Premio Grinzane Cavour, Italia, 1997
  • Premio Internazionale di Trieste di Poesia, Italia, 2000
  • Premio Cervantes, Spagna, 2001



Una foto dell'ultimo compleanno. A sinistra, accanto a Mutis,
la moglie Carmen (in piedi) e Gabriel García Márquez (seduto)


mcanfield@alice.it




Su Àlvaro Mutis vedi anche, sul numero 13,
Le opere perdute
di Matha Canfield