FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 26
aprile/giugno 2012

Botteghe

 

AI FUNERALI DELLA PERSONA
Alcune riflessioni, alla luce dei tempi, su
Les nouveaux anarchistes di Piero Pieri

di Marco Testi



Si può discutere di tutto con Piero Pieri, raro esempio di docente universitario disponibile a ogni dialogo con ogni persona, anche e soprattutto se non la pensa come lui, senza eccezioni, e si discuterà con lui e senza di lui anche dei suoi romanzi, che hanno fatto molto dibattere, litigare, denunciare. Questo Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna non fa eccezione. E non fa neanche sconti, come c’era da attendersi.
Ma noi dobbiamo parlare qui di due motivi che fanno di questo racconto un caso, visti i tempi, e visto che di movimento, anarchia, piazza e affini si sta tornando a parlare nei Paesi sottoposti alla pressione del nuovo ordine economico, motivi apparentemente laterali nel romanzo.
Uno è la pietas, e vedremo perché, e l’altro lo stato reale dell’università, non solo in Italia. Per stato reale si intenda non l’effetto delle parziali riforme o la qualità del prodotto, ma l’assoluta dipendenza dal docente dei giovani - e non solo - che vogliono fare ricerca, sacrificando ad essa economia familiare, affetti - non tutti sanno attendere i tempi lunghi della “sistemazione” in cattedra, con il sedere finalmente protetto, se non passano altre leggi tagliacattedere già acquisite - serenità ed equilibrio.

Uno dei protagonisti ha un assegno di ricerca, lavora a un saggio sul Fanciullino pascoliano, viene arrestato per spedizione anarchica di pacchi esplosivi, pestato in galera, rilasciato: è innocente. Ma il professore a cui deve l’assegno gli presenta il conto da pagare: la sua ricerca non va per niente bene, “è una tesi assolutamente debole… anzi ingenua”. Il conto però non è Pascoli, è essere stato in galera, essere stato accusato di anarchismo insurrezionale. Essere stato accusato, non esserlo, ma quanto basta. Anni di sacrifici e di dubbi sul proprio ruolo di chiacchieraio senza fissa dimora sono serviti a questo. La qualità dello studio non c’entra niente. Quello che conta è altro: la situazione, la congiuntura, come si sarebbe detto tempo fa, che ci vuoi fare, è toccato a te, sei stato in galera, questo è ciò che conta, se poi sei innocente meglio per te, ma qui ci sono problemi di ordine, credibilità, diciamolo, perbenismo in senso deteriore, se mai lo avesse perduto.
Non è tanto l’essere fatto fuori per aver conosciuto le patrie galere senza colpa quello che importa, dice Pieri, ma come. E le forme contano, se vediamo quali sono: il barone ha cominciato con il distruggere il lavoro su Pascoli, ma ha poi rivelato il vero motivo della sua improvvisa freddezza. Pascoli non c’entra, e poiché il Fanciullino non c’entra, c’entra altro, e per altro si chiude la possibilità di una carriera, iniziata portando il barone “in macchina a tutti i convegni, anche a trovare i suoi parenti”.

Ma abbiamo parlato di pietas, all’inizio. Le storie di assistenti più o meno decisi a tutto per la carriera, di docenti onnipossenti, di ordinarie anomia e desolazione si incrociano con quelle di chi non ce la fa, perché la vita a volte respinge. Non cambia molto se sono loro a essere convinti di essere respinti dalla vita, perché il risultato è lo stesso. Aurora è una di loro. Quando decide di andarsene, ciò che rimane di lei è “un tumulo di carta”, le lettere mai spedite, l’azione abortita in partenza perché la visione anticipata delle cose impedisce il loro flusso nello spazio e nel tempo. Carta, scrittura come tomba. “Carla (la ragazza che condivide l’appartamento con Aurora) sposta di poco il cadaverino di Aurora, si scava un piccolo spazio nel letto, le si sdraia accanto. Le accarezza la pancia, che sente come appena rigonfia, indurita. Probabilmente quelle medicine nello stomaco hanno fatto reazioni strane. Ma Carla non pensa a niente, continua ad accarezzarle la pancia, tonda. Con un filo di voce comincia a piangere una ninna nanna”.
Lacrymae rerum, si direbbe, perché l’altro, il nascosto nelle pieghe del libro che è stato chiamato in tanti modi non interviene. Ogni parola è inutile, c’è solo il fioco suono di questa ninnananna terminale, che accompagna l’inizio e la fine, e che viene da più lontano dell’autre-moi autoriale, dai territori comuni pre-culturali e attaccati alle radici.

Altre sono le pagine in cui Les nouveaux anarchistes denuncia stati di alienazione e di miseria culturale, come il provino di Gian per la televisione. Racconto duro, dove questa pietas aggalla naturalmente, con il sospetto che non sia una eufemizzazione della brutalità della vita, ma qualcosa di diverso, cacciato da tutte le porte dalle economie di iper-mercato, dalle decimazioni dei posti lavoro, dalle università che spesso non tollerano la nuda e cruda scientificità del lavoro prediligendo il rapporto feudale nobile-valvassore.
Qui si afferma quello che le cassandre di tutte le risme vanno cantando da tempo, e che sarebbe inutile ripetere qui se un dubbio non prendesse chi scrive, il dubbio che la raffinatezza culturale, la spocchia citazionale, l’arditezza dell’inventio critica ci abbia portato a pensare che il ripetuto sia falso e il nuovo vero, oltre che cosa ammirabile. Le cassandre ripetono che è la persona il centro, che una famiglia non può nascere se vivi con il rischio di essere buttato fuori dal lavoro a quarant’anni, che il lavoro è per l’uomo, e non per leviathan inconoscibili che ormai (ci hanno fregato un’altra volta, direbbe il profetico ragioniere), godono di questa spersonalizzazione garantita dal net.

Ma c’è un’altra nota non so quanto voluta e desiderata dall’autore in Les nouveaux anarchistes che mette ancora una volta i brividi, perché pone l’irrequieta, ricorrente domanda sul senso della cultura, qui della letteratura, del passare una vita a chiosare una pagina di Pascoli e a trovare il (proprio) senso in una raccolta affrontata da dodicimila altri nel giro di pochi anni. Le domande abissali che molti hanno e si sono posti, dal Tolstoj di Che cos’è l’arte, ma anche dei Flaubert, dei Fogazzaro, ancora una volta del vecchio leone di Russia, e delle loro colte eroine immerse nelle letture e negli iperurani dove (non) si respira che il vuoto. La spossatezza di tre giorni ad interrogarsi sulle virgole in Tozzi, la sensazione di inutilità nel domandarsi quanti lettori abbia Gozzano in Siberia.
La parole del romanzo - Pieri usa una paratassi marcata da citazioni e lacerti tolti da varie fonti, spesso senza avviso - sono antiche per i dubbi di cui si diceva, ma anche perché affrontano il tema della violenza e delle sue origini, non tanto e solo a livello psichico, quanto alla vecchia maniera dei Settanta: l’individuazione delle origini anche economiche, le derivazioni nel sociale e nel culturale prima, e poi nella psiche di chi attende il bell’oggi dall’esistenza, e non ha che città anonime, camere di passaggio, baratri vertiginosi a distanza di mezzo metro dalla salvezza del ritrovare e ritrovarsi persone.


Piero Pieri, Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna, Transeuropa, 2010, pagg. 158, euro 13,50.




Piero Pieri
è nato a Cesena, insegna Letteratura italiana contemporanea al D.A.M.S. di Bologna. Ha scritto su Palazzeschi, sull’identità ebraica italiana ed europea, su Carlo Michelstaedter, su Mario Morasso, su Casanova, sull’estetica classicista fra ’700 e ’900, sul problema dell’intertestualità letteraria, sull’Avanguardia. Con lo studio Memoria e Giustizia. Le cinque storie ferraresi di Bassani, (Ets, 2008) ha vinto il premio “Renato Serra” per la critica letteraria. Come romanziere ha pubblicato La notte di Stalin. Quando il comunismo finì di morire anche sessualmente (Stampa Alternativa, Roma, 2000); Furio (Allori, 2004); Vaporidis in carcere(Fernandel, 2008).


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