FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 15
luglio/settembre 2009

In cornice

 

I POETI DEL MERENDACOLO III

di Vera Lúcia de Oliveira



Dando continuità al nostro progetto di proporre ai lettori di "Fili d’aquilone" i poeti del “Merendacolo”, uno dei tanti gruppi - e fra i più attivi nel promuovere in Italia la poesia -, presento ora due poeti agli antipodi per origine nonché per poetica, a riprova del fatto che la poesia unisce persone delle più diverse esperienze e provenienze.
Pensando alla situazione italiana, ai rigurgiti di intolleranza che, recentemente, si sono tradotti in una negazione della società multietnica, cosa che in Italia, per la sua stessa storia, ormai da secoli è una realtà, ci viene da pensare che forse non è un caso che la società contemporanea in generale abbia emarginato la poesia e i poeti: la poesia è un’attività fondamentale di indagine sulla realtà e i grandi poeti di ogni tempo sono stati sempre capaci di vedere anche nel buio dell’animo umano.
La poesia sfugge alle logiche di mercato, non è una merce di scambio, non trova una collocazione fra oggetti, pensieri, sentimenti e mode “usa e getta”, ed è proprio per questo, per il suo ethos e per il suo significato più profondo, che l’Italia, in questo momento più che mai, ha bisogno dei suoi poeti.
Presentiamo, dunque, la poesia profondamente partecipe della peruviana Gladys Basagoitia Dazza, trapiantata da molti anni in Italia e quindi anche italiana, visto che scrive nelle due lingue, lo spagnolo e l’italiano, intrecciando e fondendo due culture diverse e complementari, e quella, così legata alla natura e ai boschi e montagne della Val Nerina, di Paolo Ottaviani, poeta umbro che usa nei suoi testi, accanto all’italiano, un neovolgare umbro-sabino che ci riporta all’origine della poesia italiana e al volgare usato dai primi poeti della nostra letteratura.

Per chi desiderasse conoscere meglio le attività del gruppo, indico il sito
http://xoomer.alice.it/cmaccher/web_merendacolo.




POESIE DI GLADYS BASAGOITIA


AMICO QUASI FRATELLO

Perché il mio corpo ancora conserva
il profumo degli orti
e tu sei nitido e azzurro
come una sonata,
potremmo giungere fino all’incesto.

Noi continueremmo
a guardarci
limpidi come la voce di un flauto incantato,
lottando
fino all’esaurimento
con Prokofiev in Alessander Nevski.

Perfino potrei
andare incontro
alla tua donna - quando la troverai -
e tu dovresti amarmi e anche
amare l’uomo che io amerò.

(Da Curve, Angolazioni, Triangoli: l’Infinito Amore,
Città di Castello, 1986)


ESILIATI

Benché abbiamo lavorato sodo
perché la casa sia nostra
e religiosamente più di molti
paghiamo le tasse
e non si rubi niente
abbiamo abbandonato la nostra lingua
parliamo come loro - o quasi -
ancora siamo ospiti

e la fame dei luoghi dell'infanzia
ci oscura la vista feroce
pulsa nelle tempie
fa sanguinare dentro
superstiti di tanto esilio
               forse un giorno
anche per noi sarà possibile
vivere non più come stranieri

(Da Selva Invisibile, Fabrizio Fabbri Editore, Perugia, 1997)


PER FARE L’AMORE FARE POESIA CUCINARE

Seguire infedelmente le ricette
ossia   originalità   fantasia
Generosità nello scegliere la qualità degli ingredienti:
carezze  parole  oppure alimenti e condimenti
Ingredienti giusti in dosi giuste
Misurare con intelligenza
Mescolare   rimescolare con amore   teneramente
Indovinare il fuoco necessario: la qualità del fuoco
l’intensità   la durata del fuoco
Togliere il superfluo
Non affrettarsi   Essere sempre presente
Esaltare i sapori ma non esagerare
Con piacere dare piacere
Che la consapevolezza dell’effimero
non tolga la totalità dell’impegno.

(Da Selva Invisibile, Fabrizio Fabbri Editore, Perugia, 1997)


MODUS VIVENDI

Amo
in attesa dell’amore
attendo fiduciosa
odio
il mercato del secolo
dove si commercia perfino
il sentimento      non vivo
inseguendo le quotazioni della borsa
non cerco nemmeno il mio tornaconto
né vado a raduni dove si vende la
presunta salvezza    dove i santoni
offrono a caro prezzo
la propria guida             però
riesco sempre a trovare         fra
tanto marcio     il bene     voglio sempre
vedere      oltre la maschera
non pretendo il potere
                            non mi piego al potere.

(Da Selva Invisibile, Fabrizio Fabbri Editore, Perugia, 1997)


AMMALATA

Mi riportava i ricordi a fasci
la musica remota di un oboe

dalla mia finestra a Via Chiara
Assisi da lontano risplendente
al sole    il Subasio ora azzurro
senza neve, millenovecentottantatotto
alla chiusa di Marzo, ore dieci, a
letto ammalata e sola con un libro

pensieri di aceto su vecchie ferite
un passero geme oscurando il sole

(Da Polifonia, Perugia, Edizioni Tracce, Pescara, 2000)


L’AZZURRO

l’anima del silenzio respira nelle parole
palpitano con lei     le altre dentro di me
la candela quasi spenta profuma solitudine
l’azzurro della stanza illuminata
mentre scrivo ciò che detta il silenzio

(Da La carne / El sueño,
Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2007)


LA SOGLIA

giunge il ricordo dell’antico esitare per paura
prima di scendere dall’albero a cui salivo con
bambina gioia   il rimbrotto di mia madre per il
vestito sporco e strappato mi attendeva al ritorno
ora ritorna l’esitare    alla soglia del viaggio
verso il mare increspato del mio inverno inevitabile
e so che devo attraversare la soglia

(Da La carne / El sueño,
Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2007)


A UN OPERAIO

mi fa male quel veleno lento
che s’infiltra continuo nel tuo sangue
i tuoi polmoni disfatti
la tua morte che s’annunzia prematura
io sento               la tua camicia sudata
come un cadavere sulle tue/mie spalle

(Inedita)


IL FEDELE INFEDELE

quell’uomo era fedele come un cane
lui era fedelissimo al suo cane
il cane era fedele al suo padrone
e con gioia infedele alle sue cagne
alle madri amorose dei suoi cuccioli
quell’uomo era fedele al suo cane
ma infedele alle madri dei suoi figli

(Inedita)


LUCE AMBIGUA

non riuscii mai a decifrare l’enigma
che separò la tua vita dalla mia
nel recondito delle tue intenzioni
immaginai un sole inesistente
e conobbi il rigore dell’agonia
di allontanare la tua luce ambigua

(Inedita)


GLADYS BASAGOITIA DAZZA
nata a Lima, Perú, è poetessa bilingue, traduttrice, performer. Attualmente vive a Perugia, dove ha lavorato a lungo come biologa. Premiata più volte in importanti concorsi di poesia e narrativa, nazionali e internazionali, è presente in riviste e antologie, pubblicate in Perú, Brasile, Argentina, Colombia, Messico, Nicaragua, Stati Uniti, Portogallo e Italia. Fra le sue numerose raccolte poetiche, citiamo Curve, Angolazioni, Triangoli: L’Infinito Amore (Città di Castello, 1986), Polifonia (Edizioni Tracce, Pescara, 2000), Acquaforte (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2003), Rêverie (Edizioni Trace, Pescara, 2005), Il colore dei sogni (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2005), La carne / El sueño (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2007); di narrativa ha pubblicato Il sorriso del fiume (1995), ora uscito in seconda edizione corretta e ampliata, con il titolo Il fiume senza foce (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2008).




POESIE DI PAOLO OTTAVIANI


INCANTAMENTO

Sandro e Pier Paolo per incantamento
vorrei sentire in barca ragionare
e io cheto alla barra scrutare il mare.

(Da Funambolo, 1992)


UN RAMO DI GINESTRA
         (Breve modulazione su
         La Ginestra di Giacomo Leopardi)

Questo ramo ti dono di ginestra
non per progressive sorti ma per vago
eterno amore che senza vergogna
si mescola alla terra e lentamente
dinanzi al sole
fiorisce nei grappoli dell’oro e del profumo.

Non renitenti soccomberemo
al buio luminoso della morte:
non dell’oblio
ché a primavera tu, vaga parola,
e tu, filosofico fiore,
narrerete ai deserti
questo amore.

(Da L’odore dei limoni, 1994)


WALTER, GIOVANNA...

Giovanna, Walter... ascoltate il suono
che dentro i vostri nomi si ripete
e sempre in quarta sillaba risuona:
Walter, Giovanna... come un lento andare,
un’affondare il passo nella neve,
van... val... variar di nuvole nel cielo,
un batter d’ali che rimane aperto,
van... val un vento calmo che ritorna,
a prendersi, a donare ogni dolore,
un sogno che si schiude dentro un sogno...

(Da E questa festa di parole in me, 2006)


GEMINO PRIMO

Piagnìanu ‘n bianche
piste de renella
su ‘nparcite panche
de nicchia o cappella,

ru friscu de nòa
erbetta e de luna,
benanche que piòa
orbata fortuna

aprile era dorce
de celli e sperella,
a buju re torce
e ra marturella,

ru feru battutu
‘nchioatu su legno
Sonava cherchutu
Ru puoru congegno

e l’arba s’arzava
slargata de luce,
de sopra ‘n’ottava
ru cantu recuce,

madonne de tera
un suffiu de voce
clinata maniera
rensegue veloce.

Ra luna pasquale
ajamà calante,
su ru capezzale
un radiu sclarante

vejetti d’aprile,
e pàrimu suoru,
derentro ‘n suttile
bajatu tesuoru

que iju quarantotto
que m’ia fijatu
arìa mo’ rottu
ru sugnu sugnatu

de ‘na roscia tera
cummunista e mansa
doppo fame, guera,
prescione e mattansa.

(Da Geminario, 2007)

Piangevano in silenzio lungo bianche
stradine, impervi, renosi sentieri,
dentro nicchiette, su tarlate panche,
 

la pungente frescura della luna,
dell’erba rugiadosa, benché triste
cada la pioggia e malvagia fortuna,
 

dolce stagione era d’aprile, bella
di passeri nel tiepido del sole,
fiaccole a notte poi la marturella,
 

ferro battuto inchiodato nel legno,
con il rintocco sordo un chierichetto
mesto cantava musica d’ingegno
 

e l’alba cristallina risuonava
schiusa alla luce tremula di rosa,
l’armonia si alzava di un’ottava,
 

madonne di ceramica muschiata
e quegli occhiuti, rapidi bisbigli
correvano tra gente inginocchiata.
 

Pallido raggio di luna pasquale
volta ad oriente, già in fase calante,
malfermo lume intorno al capezzale,
 

il padre solo stava nell’aprile,
quasi temendo ferita di luce
nel suo spirto segreto e gentile:
 

quel millenovecentoquarantotto
tempesta che mi aveva generato
sogno sognato avrebbe presto rotto
 

di un comunismo buono e rossa terra
per uomini e animali generosa
dopo prigione, genocidio e guerra.  


HAIKU

I
Chi disse “è bello
morire per la patria”
fu un apolide.

II
Corre e s’incurva
Il tempo tra le stelle.
A cerchi cresce.

III
Calma di vento.
Respira la montagna.
Svettano i muli.

(Inediti)


TRECCIA DEGLI ELFI NEL FUOCO DEI CAMINI

S’incrociano più azzurre di cielo e di catrame
le strade e gli alti pini. Profumi di legname.
Qui mi lascio sedurre dal fuoco dei camini
e dalle antiche favole degli elfi, gnomi e diavole.

E l’anima si posa sul filo delle grate,
sul fumo e sull’odore delle leggende alate,
va e danza senza posa col vento e con le spore,
si fa fiocchi d’argento perlati di sgomento

e s’incurva e s’alza
sul rìbes, sul melo,
lieve ad ogni balza
per l’ansia del gelo

che a settembre s’annuncia nelle vene bluastre
della sera, nel crocchio delle pigne salmastre.
Qui l’anima rinuncia, s’insinua nel nocchio
di una gemma dormiente, di una sparsa semente:

da un oscuro pertugio mira lo scintillio
della volta cadente delle stelle, nel pio,
misterioso rifugio di un’estasi incipiente,
poi torna a volteggiare, persa nel focolare:

rossa eternità
di luci e di fumi,
sta felicità
tra spire e profumi.

(Da Retroguardie, 2009)


TRECCIA PER L’AMIATA
                 (A Giovanna e Walter Cremonte)

Quando il tempo si sgrana leggero e tutt’intorno
vibra l’aria più chiara, più tenera del giorno
“un po’ di maggiorana” - chiedi - “insieme alla cara
mentuccia, all’erba luisa”... Nella voce indecisa

l’allegrezza s’incrina, dal cupo marroneto
smotta per le viottole fino ai sassi del greto,
lungo la serpentina s’invena nelle frottole,
nel sangue dell’infanzia, la trasparente infanzia:

nel bosco d’Amiata
magma peperino,
faggina argentata
respiri in cammino:

sono faggiprofeti con gli occhi incastonati
dentro le roccefoglie di dirupi incavati,
diroccati poeti dalle sillabe spoglie,
coriandoli di sole tra fraterne parole.

Qui alchimisti ed astronomi, minatori e mezzadri
esplosero marroni nei focolari, ladri
d’arnie e miele da autonomi decreti, da carboni
mistici liberati, da utopia bruciati:

respirano i sassi
sangue di giustizia,
acque, faggi e sassi
sono già letizia.

(Da Poeti e Poesia, aprile 2009)


TRECCIA AUTOBIOGRAFICA

Sono nato nel Cuore (*) di una vasta pianura
cinta in cerchio da Pizie di spavalda natura,
pregne di bacche e more, scrigni d’erme delizie:
nel giogo delle cime, come fanno le rime

che ruzzano a celarsi nelle pieghe dei versi,
ctonie forze ancestrali s’annidano in dispersi
dirupi, in visceri arsi, cavernose ed astrali:
proditoria vacilla la terra e in cielo brilla

più pallida Venere:
sismi orrendi scuotono
monti, strana cenere...
(Boato monotono

e cupo!) opprime il cielo. Presto ho imparato a nascere
dalla più secca polvere col senno incline a pascere
liquide virtù: il velo della vita, a dissolvere
morte e paura, schiude sempre in me una più rude

arguzia che rammenta la minerale essenza
d’ogni mio interno moto: la limpida nescienza
delle stelle mi orienta nell’infinito vuoto:
se crescono gli ulivi nei più timidi clivi

me nell’Umbria etrusca
che amo e coltivo
Poesia e Crusca
fanno ognor più vivo.

(*) Le mura medioevali di Norcia cingono la mia città natale
nella forma chiusa e perfetta di un cuore.

(Inedita)


Nota metrica dell'autore
Intendo per Treccia un componimento poetico di sei strofe: quattro di versi alessandrini (o doppi settenari che, nella mia libera accezione, possono essere entrambi piani, tronchi o sdruccioli) e due di versi senari. In sequenza si dispongono, ripetendo lo schema, due quartine di alessandrini e una di senari. I versi vengono ordinati e scalati in modo perfettamente bipartito da una immaginaria linea ortogonale che solca dall’alto in basso il centro della pagina. Viene così a formarsi una sorta di disegno in forma di treccia. Le quartine di senari, disposte a rima alternata secondo lo schema abab, fungono da nodi: qui i versi si chiudono o si raccolgono per poi riaprirsi nelle ampie quartine dei doppi settenari. Queste a loro volta presentano, secondo un disegno costante, rime esterne, rime interne e “rime al mezzo”: i primi due versi infatti costituiscono un distico a rima baciata; il primo emistichio del verso 1 rima poi con il primo emistichio del verso 3; il primo emistichio del verso 2 rima con il secondo emistichio del verso 3; il verso 4 presenta infine la “rimalmezzo”.


PAOLO OTTAVIANI
è nato a Norcia, nell’estrema parte nord-orientale dell’antica Sabina e attualmente vive e lavora a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha successivamente pubblicato saggi sul naturalismo filosofico italiano. Ha fondato e diretto la rivista "Lettera dalla Biblioteca". Attualmente dirige la Biblioteca dell’Università per Stranieri di Perugia. Nel 1992 ha pubblicato la raccolta poetica Funambolo, con prefazione di Maria Luisa Spaziani. Collabora a numerose riviste specializzate e multimediali con poesie, saggi, recensioni e articoli di interesse letterario. Nel 2007 ha pubblicato Geminario, un poemetto bilingue vergato in uno neovolgare umbro-sabino che, in movimento alternato con la lingua, riecheggia il volgare due-trecentesco, comprese le arcaiche e suggestive sonorità di quei componimenti poetici che segnano il passaggio dalla metrica dei ritmi bassolatini alla metrica italiana accentuativa.


velucia@tin.it