FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 15
luglio/settembre 2009

In cornice

 

LA POESIA DI LAUREN MENDINUETA

di Alessio Brandolini



L’ultimo libro di Lauren Mendinueta (Colombia, 1977) s’intitola La vocazione sospesa ed è uscito in Spagna l’anno scorso. Nonostante la giovane età Mendinueta ha già pubblicato diverse raccolte di poesia, ricevuto premi importanti, è stata tradotta all’estero e l’ultimo libro ne dimostra non solo il talento ma la consapevolezza del proprio fare poetico. Fin dal titolo, che s’ispira a un romanzo dell’artista, pensatore e scrittore francese Pierre Klossowski, fratello maggiore di Balthus. Il romanzo di Klossowski uscì a Parigi nel 1950, con il titolo La vocation suspendue: Mendinueta ne riprende il titolo in spagnolo e il perché lo spiega nell’omonimo testo della raccolta, dove ipotizza una possibile rinuncia alla vocazione poetica, ovvero a quello che per lei è l’irrinunciabile. Sull’argomento torna nell’intervista di seguito alla silloge poetica qui proposta, che contiene alcuni testi inediti, un paio tratti da un’antologia sulla poesia ispanoamericana e tutti gli altri selezionati da La vocazione sospesa, in uscita – in una nuova edizione – anche in Colombia.

Molte le voci femminili che vengono in mente leggendo la poesia di Lauren Mendinueta, a partire da Alejandra Pizarnik, poi Ana Blandiana, Juana Rosa Pita, Anna Achmatova, Linda Pastan... C’è in questa poesia una forte presenza della nostalgia, dell'“affanno di esistere”, sempre in cerca di una risposta. Affanno ma non disperazione, e la ricerca è sempre meditata, come se l’impulso alla conoscenza fosse sottoposto a severa disciplina. Anche il viaggio (lo spostamento) dalla Colombia al Messico alla Spagna e, infine, al Portogallo è sempre affiancato a un viaggio spirituale teso allo “svelamento di una verità interiore”. Per questo poi il paesaggio esterno – presente e ben delineato – appare sempre strettamente unito a una mappatura del proprio mondo interiore che però, e qui è l’originalità di questa giovane (matura) poesia, non si fa mai astratto o troppo ascetico o, semplicemente, non si stacca né si allontana dal mondo reale: l’elemento esterno si fonde a quello interno, così come il corpo si fonde all’anima.

In realtà il tema del corpo e dell’anima (o della mente), è molto importante nella poesia della Mendinueta, anzi è il filo rosso che cuce questi versi essenziali e sobri, dove si annulla la tipica aggettivazione sentimentale che molto spesso, in passato, caratterizzava la poesia femminile. Corpo e anima qui appaiono come un binomio inseparabile, una “cosa sola che ancora non sappiamo nominare”. E ancora: “so che sono viva perché soffro / il corpo è un prolungamento / assurdo e obbligato della mente”.
Alla riflessione corpo/anima e corpo/mente s’intreccia quella del Tempo, che scolpisce i nostri giorni, e insieme il nostro corpo/mente/anima, e, di conseguenza, quello della Morte – altro tema centrale – che qui non è mai esaltata come nella poesia di Alejandra Pizarnik (però non è un caso che un’epigrafe della poetessa argentina apra il libro), ma semplicemente accettata, perché solo così si percepisce la vita in noi e nel mondo, e non ci si affanna troppo per vivere. Che è anche una esplicita critica ai ritmi di vita dei nostri giorni, prigionieri della fretta e del superficiale, immersi in un’ingordigia che sazia ma spegne i sensi, la voglia di illuminazione, di svelamento, di ricerca: “In questo mondo aggredito dal tempo / la vocazione perfetta è l’oblio”. L’oblio è stretto amico della morte e la morte (“la promessa di una pace remota”) non ci abbandonerà mai. Se si ha memoria di questa inconfutabile realtà, troppo spesso rimossa, si ascolta un’altra musica, si accede a un mondo più ampio dove coesistono il paesaggio interiore e quello esteriore, il passato (l’infanzia) e il presente, il corpo (con i suoi desideri e impulsi) e l’anima o la mente o la coscienza con le sue riflessioni, i dubbi, le sue mani-antenne che scrutano nel buio, nel mistero della creazione.

Il pessimismo (“Cerco nella mente una risposta / che giustifichi il suicidio”), la solitudine sostanziale dell’uomo e di tutte le cose create (Leopardi) non cancella la gioia ma ne esalta l’attimo, fa sì che questo possa ripercuotersi più a fondo, così come l’amore (anche fisico, carnale) presente in questa poesia in modo discreto, eppure saldo e costante. Qui, le lacrime che si piangono, restano sempre “di questo mondo”. Non c’è fuga né distacco e l’esilio è stato vinto dai viaggi geografici, dal ritrovarsi a proprio agio a Lisbona ma, soprattutto, da quei viaggi interiori che hanno spinto l’autrice verso la poesia e forse, più segretamente, dall’accettazione di quell’altro inseparabile binomio, vita/morte. Accettazione che rende forti (non rassegnati nella conoscenza, nel desiderio, ben radicati - e non “sospesi” - nella propria “vocazione” poetica) e come intatti nel corpo, sebbene possa capitare di sentirsi soli e tristi, angosciati e diversi, persino “alterati” (la sezione del libro finale s’intitola “La realtà alterata”), ovvero molto simili a “una finestra che dipinge / un paesaggio nuovo ogni ora”, o al delicato muschio di un tronco “nella notte tardiva della contemplazione”.




POESIE DI LAUREN MENDINUETA
dove non altrimenti indicato le poesie
sono tratte da La vocation suspendida
(Point de lunettes, Sevilla, España 2008)



              El tiempo no se mide, se interpreta:
              así lo enseña la música.

                                 Lauren Mendinueta


LA VOCACIÓN PERFECTA

Qué rápido llega el abandono.
Vivir es errar en lo que aprueba el destino.
La realidad nos pide apresurarnos,
cumplir horarios y llegar a la cita
con aquello que no puede estar más solo:
lo humano.
En un mundo asaltado por el tiempo
el olvido es la vocación perfecta.


LA VOCAZIONE PERFETTA

Come arriva veloce l’abbandono.
Vivere è vagare in ciò che decide il destino.
La realtà ci chiede di fare in fretta,
di rispettare gli orari e arrivare all’appuntamento
con quanto di più solo esiste:
l’umano.
In questo mondo aggredito dal tempo
la vocazione perfetta è l’oblio.


CARTA DE BEATRIZ A DANTE
(En un día imposible de precisar)

Por voluntad divina
Nos une la memoria.
La sombra de tu cercano tormento
Se mezcla con la mía
Blandamente como si entrara al paraíso.
¡Agonía
emerges desde el fondo de los siglos!
Si pudiera lanzaría tu nombre
A los brazos infinitos de la noche.
Libre
Sería un ave no tocada por el cielo.
Espigada sombra
Fulguras desterrada.
Cuando retornes al paraíso
Será mi rostro
Una visión con velas
Encendida en desolación.
Será mi cuerpo
Una visión con velas
Encendida en desolación
Un traje rumoroso
En los huesos lucientes.
¿Qué fatalidad
Encadena el alma
Con la ilusiones fallidas?
Es bueno guardar silencio
Cuando se ha visto al fuego
Caer del cielo.

(de Una gravedad alegre – Antología de poesía latinoamericana
al Siglo XXI – Editorial Difácil, Valladolid, España 2007,
editata por Armando Romero)


LETTERA DI BEATRICE A DANTE
(In un giorno impossibile da precisare)

Per volontà divina
ci unisce la memoria.
L’ombra del tuo vicino tormento
si mescola con la mia
delicatamente, come se entrasse in paradiso.
Agonia:
emergi dal fondo dei secoli!
Se potessi lancerei il tuo nome
alle braccia infinite della notte.
Libera
sarei un uccello non toccato dal cielo.
Ombra slanciata
brilli esiliata.
Quando tornerai in paradiso
sarà il mio volto
una visione di candele
accesa in desolazione.
Sarà il mio corpo
una visione di candele
accesa in desolazione
un abito rumoroso
tra lucenti ossa.
Quale fatalità
incatena l’anima
alle fallite illusioni?
È bello starsene in silenzio
quando s’è visto il fuoco
cadere dal cielo.


ASÍ PASAN LOS AÑOS

Pasan los años,
y aunque la vida me acusa de inmovilildad,
también yo he viajado.
Como una partícula de polvo
he revoloteado por la casa y me he prendido a los libros.
Como un insecto he reposado a la orilla de las acequias,
o simplemente he sido una mujer que de tarde en tarte
ha mirado hacia el mar
buscando barcos olvidados por la neblina
y que vuelven a la memoria,
sin esperanza distinta de la muerte.


COSÌ PASSANO GLI ANNI

Passano gli anni,
e anche se la vita mi accusa d’immobilità,
anch’io ho viaggiato.
Come una particella di polvere
ho svolazzato per la casa e ai libri mi sono afferrata.
Come un insetto ho riposato sul bordo dei fossati,
o semplicemente sono stata una donna che sera dopo sera
ha guardato verso il mare
cercando navi dimenticate dalla foschia
e che tornano alla memoria,
senza una speranza diversa dalla morte.


NOCTURNO EN MUERTE

      ¿No habrá en el paraíso otra muerte?
      ¿No cae jamás el fruto maduro?

                             Wallace Stevens

¡No te afanes por vivir!
La murte borra la memoria.
En adelante el pasado no existe.
A los muertos se nos ha vedado
El mirar atrás.
Es sólo porvenir la muerte.
Marcha indefinida.
En cuanto a la luz
Una forma asombrosa y oculta
Nos hace seguirla por un sendero
Concebible sólo para ojos apagados.
Somos peregrinos en busca de un paraíso
Que se expande.
El pasado es un agujero negro
Insaciable
Que devora minutos.
En esto consiste la eternidad
En olvidar a cada instante
La condena de permanecer.
Has de saber a tu debido tiempo
Que este tedio de ser es eterno
Como la continuación del poema
Es el infinito mismo.

(de Una gravedad alegre – Antología de poesía latinoamericana
al Siglo XXI – Editorial Difácil, Valladolid, España 2007,
editata por Armando Romero)


NOTTURNO IN MORTE

      Non ci sarà in paradiso un’altra morte?
      Non cade mai il frutto maturo?

                               Wallace Stevens

Non ti affannare per vivere!
La morte cancella la memoria.
D’ora in poi il passato non esiste.
A noi morti è proibito
guardare indietro.
La morte è soltanto avvenire.
Marcia indefinita.
In quanto alla luce
una forma sorprendente e occulta
ce la fa seguire per un sentiero
accessibile solamente ad occhi spenti.
Siamo pellegrini in cerca di un paradiso
che s’espande.
Il passato è un buco nero
insaziabile
che divora minuti.
In questo consiste l’eternità
nel dimenticare in ogni istante
la condanna di restare.
Saprai al momento giusto
che questo tedio dell’essere
è eterno come la continuazione
della poesia è l’infinito stesso.


A LA DOBLE QUE SOY

Hay fotografías en las que no me reconozco.
Mi yo cobarde al mirarlas
me obliga a pensar que existo en una sola
y no en la suma de quien soy
con esa otra que me suplanta en la imagen.
Cuesta creer que la desconocida también soy yo
esa mujer suspendida y fea
con un rostro que sin ser mío no es ajeno.
Entender el mundo bien puede ser eso:
aceptar que soy esa a quien desconozco.>


ALL’ALTRA CHE SONO

Ci sono fotografie nelle quali non mi riconosco.
Il mio io vigliacco nel guardarle
mi obbliga a pensare che esisto in una sola
e non nella somma di chi sono
con l’altra che mi sostituisce nell’immagine.
È dura credere che anche quella sconosciuta sono io
quella donna sospesa e brutta
con un volto che senza essere il mio non è estraneo.
Comprendere il mondo può essere anche questo:
accettare di essere colei che non conosco.


LO EXTINTO

Al filo del árbol
bajo la luz nocturna que acompaña lo sensible,
desaparezco en la vasta corriente de la indecisión.
Hablo de la soledad mortal de todo lo poblado por la vida,
sin olvidar que existe la promesa de una paz remota.
El mundo se ha despoblado de repente
y ni siquiera yo he quedado para contemplarlo.>


L’ESTINTO

Sul bordo dell’albero,
sotto la luce notturna che accompagna il reale,
mi dissolvo nella vasta corrente dell’indecisione.
Parlo della solitudine mortale di quanto è abitato dalla vita,
senza dimenticare che esiste la promessa di una pace remota.
Il mondo si è improvvisamente spopolato
e nemmeno io sono rimasta per contemplarlo.


CADA DÍA EN OTRO TIEMPO

          A Juana Rosa Pita
He venido a la tormenta,
al ruido espantoso de la estación del tren.
Aquí donde vivo nunca llegará el invierno
con sus hábitos curiosos,
ni tendré necesidad de poseer un hogar.
A veces salgo al muelle
y miro cómo rompe el alba sobre las olas,
cómo se funde color sobre color.
Demasiado pronto
el día abjura de su rumorosa vocación
y enmudece para hacerme hablar.
Desprecio el alarde festivo de la noche
y las ramas del roble
agitadas contra la tormenta.
Nada me obliga a la exclusión:
he vencido mi destierro.>


OGNI GIORNO IN UN ALTRO TEMPO

          A Juana Rosa Pita
Sono venuta alla tempesta,
al rumore spaventoso della stazione ferroviaria.
Qui dove vivo non arriverà mai l’inverno
con le sue insolite abitudini,
né avrò bisogno di possedere un focolare.
Talvolta me ne vado al molo
e osservo come l’alba sorge sulle onde,
come si fonde un colore sull’altro.
Troppo presto
il giorno rinuncia alla sua rumorosa vocazione
e ammutolisce per farmi parlare.
Disprezzo lo sfoggio festivo della notte
e i rami del rovere
agitati contro la tempesta.
Nulla mi obbliga all’esclusione:
ho sconfitto il mio esilio.


EL HOGAR, MIS LÁGRIMAS

En el epílogo de mi historia
deseo volver al hogar,
a ese lugar poblado de mundos
donde los viajes son hacia adentro.
Oigo el sonido de las sombras
que sin alma me golpean
ofreciéndome consuelo en lo que ya se ha ido.
Injusto es mi deseo de vivir
pero de nada me sirve saberlo;
persisto y estoy sola
como una imagen huida del recuerdo.>


IL FOCOLARE, LE MIE LACRIME

All’epilogo della mia storia
voglio tornare al focolare,
a quel luogo pieno di mondi
dove i viaggi sono verso l’interno.
Sento il suono delle ombre
che senz’anima mi colpiscono
dandomi conforto per quanto già se n’è andato.
Ingiusto è il mio desiderio di vivere
ma a nulla mi serve saperlo;
persisto e resto sola
come un’immagine in fuga dal ricordo.


TAN SÓLO A LO LEJOS

El día se niega a la renuncia, demasiado débil para aceptar morir.
¿Cuánto comprenderé antes de verlo fracasar en el calendario?
Tendría que preguntarle al mundo por mí misma, a este día
que aceptará responder por la naturaleza de mi tiempo;
pero no lo haré, le temo al puro aliento de la mortalidad.
Mañana es octubre y aunque insista
pasará tan sólo a lo lejos como yo misma pasaré por el mundo
decidida a no renunciar, todavía.
A través de las grietas de una realidad que ya no es probable,
habla un mundo en su voluntad sibilino;
lo escucho al tiempo que mi cuerpo se turba
con la inesperada presencia de la música.


SOLTANTO IN LONTANANZA

Il giorno si oppone alla rinuncia, troppo debole per gradire la morte.
Quanto avrò capito prima di vederlo fallire nel calendario?
Dovrei domandare al mondo di me stessa, a questo giorno
che accetterà di rispondere per la natura del mio tempo;
ma non lo farò, perché temo il puro soffio della mortalità.
Domani è ottobre e sebbene insista
passerà soltanto in lontananza come io stessa passerò per il mondo
decisa a non rinunciare, ancora.
Attraverso le crepe di una realtà ormai improbabile,
parla un mondo nella sua oscura volontà;
lo ascolto e intanto il mio corpo si turba
per via dell’inattesa presenza della musica.


LO CONTEMPLADO Y SU CONTEMPLACIÓN

Tratar de asir ese hilo invisible que va de lo divino a lo humano:
el trazo del relámpago sobre el agua,
los salones azorados por la música,
la luna que se inclina hacia la marea.
Ser el musgo de un tronco en la noche tardía de la contemplación.


QUEL CHE SI CONTEMPLA E LA SUA CONTEMPLAZIONE

Cercare di afferrare il filo invisibile che va dal divino all’umano:
il disegno del fulmine sull’acqua,
i salotti turbati dalla musica,
la luna che s’inclina verso la marea.
Essere il muschio di un tronco nella notte tardiva della contemplazione.


ANTIGUA MORADA

La infancia viene de muy lejos,
de un lugar muy antiguo,
de una casa abandonada en el mundo.
Lo cumplido en aquellos años no demora.
Demasiado vieja el alma,
milenaria en su forma,
termina por imponer
su voluntad de retiro.
El resto de la vida nos queda
para fijar su extrañeza,
la severa distancia impuesta
por su opacidad inalcanzable.

(Inédito)


ANTICA DIMORA

L’infanzia arriva da molto lontano,
da un luogo molto antico,
da una casa abbandonata nel mondo.
Quel che si è fatto in quegli anni non si attarda.
Troppo vecchia l’anima,
millenaria nella sua forma,
finisce per imporre
la propria volontà di ritiro.
Il resto della vita ci rimane
per fissare la sua stranezza,
la severa distanza imposta
dalla sua irraggiungibile opacità.


de LA REALIDAD ALTERADA

8

Aunque caigo todo sigue en su lugar,
¿es que yo misma no tengo importancia?,
¿es que las cosas permanecen ahí para humillarme?,
¿en verdad no poseo nada?,
¿es posible que sea tan libre
como para contestar a todo sí?
Estoy presa y lloro con lágrimas que son de este mundo.

10

Hace frío.
Las ventanas se han roto
y lo que antes era mundo ahora es invasión.

12

Un día como otro
en un principio de siglo igual a otro
el amanecer es violeta en Palma de Mallorca.
Como una lágrima la luz rueda sobre el perfil del cielo.

21

He dado todas estas vueltas para quedarme
instalada en la misma realidad.
El otro sigue en casa
y yo me afano por complacerle.
No me he ido,
no me voy,
no me iré.
No por ahora
cuando empiezo a pensar en mí
como en la sustituta.
Creo que debí contar otra historia.
Esta, en exceso personal y confusa,
no me ha dejado nada.
El error,
más memorable que el acierto,
sondea con largura la verdad.>


da LA REALTÀ DISTORTA

8

Anche se cado tutto resta al suo posto:
forse io stessa non ho importanza?
Forse le cose restano lì per umiliarmi?
Davvero non possiedo nulla?
Possibile che sia così libera
di rispondere sì ad ogni cosa?
Sono prigioniera e piango con lacrime di questo mondo.

10

Fa freddo.
Si sono rotte le finestre
e quel che prima era mondo ora è invasione.

12

Un giorno come un altro
in un inizio di secolo uguale all’altro
l’alba è violetta a Palma di Maiorca.
Come una lacrima la luce gira sul profilo del cielo.

21

Ho fatto tutti questi giri per rimanere
dentro alla stessa realtà.
L’altro rimane in casa
e io mi affanno per compiacerlo.
Non me sono andata,
non me ne vado,
non me ne andrò.
Non adesso
che comincio a pensare a me
come alla sostituta.
Credo di aver raccontato un’altra storia.
Questa, troppo confusa e personale,
non mi ha lasciato nulla.
L’errore,
più memorabile della riuscita,
esplora a lungo la verità.


LA VOCACIÓN SUSPENDIDA

Para Pierre Klossowski, in memoriam

No es honesto detenerme tratando de justificar con ideas
lo que es vida en la vocación,
ese algo que está a medio camino entre el color de mi atmósfera típica
y la punta de la realidad.
¿Cómo entender la pasión exclusiva por un oficio
que lo remplaza todo, que todo lo justifica en su complacencia?
Si escribo puede ser que alguna vez devele una verdad
por las rutas adonde me arrastra la sangre.
Soy libre porque estoy presa en el engaño que supone todo misterio.>


LA VOCAZIONE SOSPESA

Per Pierre Klossowski, in memoriam

Non è onesto fermarmi per tentare di giustificare con le idee
quello che è vita nella vocazione,
quel qualcosa che sta a metà strada tra il colore della mia tipica atmosfera
e la punta della realtà.
Come comprendere l’esclusiva passione per un mestiere
che tutto sostituisce, che tutto giustifica nel suo compiacimento?
Se scrivo forse un giorno scoprirò una verità
per le strade dove mi trascina il sangue.
Sono libera perché prigioniera nell’inganno che implica qualsiasi mistero.




INTERVISTA A LAUREN MENDINUETA
di Alessio Brandolini


Lauren: molti libri in pochi anni. Perché e cos’è per te la poesia?

Ho iniziato a scrivere a vent’anni quando fui costretta, dopo un anno, a interrompere gli studi di diritto. Fino a quel momento non mi era mai passato per la testa di dedicare la mia vita alla letteratura. Mi accadde una mattina, mentre lavoravo come bibliotecaria in un piccolo villaggio del mio paese, la Colombia, di scrivere di getto una poesia. Non la conservo, ma ricordo che il tema era l’infanzia. Così, a partire da quel momento, la mia passione fu quella di leggere e scrivere. Poco dopo vinsi un premio di poesia che mi diede la possibilità di pubblicare un mio libro. L’anno successivo, quando dovevo iscrivermi di nuovo all’università per proseguire gli studi, decisi di non farlo perché ebbi l’assoluta certezza che non volevo fare l’avvocato, ma essere poeta e questo non si apprende in una facoltà.
Scrivere è il mio modo di stare al mondo. Grazie alla poesia mi posso considerare, adesso, una persona più attenta e anche meno rigida.

Perché il tuo ultimo libro s’intitolala La vocazione sospesa?

È un omaggio a un romanzo di Pierre Klossowski. Nel mio libro la poesia che ha quel titolo è, infatti, dedicata a lui. Klossowski in quel romanzo scrisse sul fallimento della vocazione religiosa. Io, invece, qui scrivo della minaccia di rinunciare alla vocazione poetica. In poche parole, di rinunciare all’irrinunciabile. La parola “sospesa”, che in spagnolo può avere più significati, trasmette inoltre diverse idee, molto differenti tra loro. “Sospesa” come rimandata o bocciata; “sospesa” come rinviata, “sospesa” come flottante nell’aria.
Leggendo il romanzo di Klossowski mi dissi che dovevo scrivere un libro di poesia con lo stesso titolo: mi ci sono voluti sei anni per realizzarlo. Anni che poi coincisero con dei cambiamenti fondamentali per la mia vita, come – per esempio – la decisione di lasciare la Colombia e di vivere in altri paesi.

Nella prima poesia del tuo ultimo libro ci sono dei versi che dicono “Passano gli anni / e anche se la vita mi accusa di immobilità”... però tu hai viaggiato molto. Hai vissuto in Colombia, dove sei nata, ma anche in Messico e ora vivi a Lisbona, in Portogallo...

Sì, e anche in Spagna: ho vissuto quasi due anni a Palma di Maiorca. Ho sempre sentito l’impulso di viaggiare, fin da bambina. Sono una persona curiosa e grazie alla poesia ho conosciuto paesi che mai avrei pensato di poter visitare. Due anni fa, per esempio, sono stata in Russia, invitata dall’Istituto Cervantes. In quella occasione ho potuto vedere le case dove visse Anna Achmatova, a Pietroburgo e a Mosca. Quando si vive questo tipo di esperienze è impossibile non sentirsi dei privilegiati. Ma, nella poesia che citi, parlo del viaggio non come spostamento da un territorio a un altro, bensì nel suo senso allegorico di cambiamento o evoluzione.
Curiosamente però, per concentrarmi nella scrittura mi occorre la serenità della mia casa, la presenza della mia biblioteca, di quei libri che mi accompagnano fin da quando lasciai la Colombia e di tutti gli altri che, via via, nel corso degli anni, vi si sono aggiunti. Se dovessi chiedermi: dove sta o qual è la tua casa, il tuo focolare, ti risponderei che si trova lì, nello stesso luogo dove si trovano i miei libri.

E la poesia: è anch’essa un viaggio?

Credo che con questa domanda poni in evidenza una chiave della mia scrittura. I viaggi fondamentali non sono quelli geografici, ma quelli dello spirito. E se “la vita mi accusa di immobilità”, o se io mi sento accusata è perché a volte sento che il mio pensiero si insabbia. La poesia deve essere un viaggio verso lo svelamento di una verità interiore. Questa verità non è necessariamente universale, ma alcune volte può esserlo. Ci sono delle poesie in cui sento che sono arrivata più lontana e altre in cui mi conquista l’immobilità. Leggendo e scrivendo ho fatto i viaggi più straordinari. Soprattutto leggendo altri scrittori, chiaro. A questo mi riferisco quando nella poesia che citi nella tua precedente domanda dico: “anch’io ho viaggiato. / Come una particella di polvere / ho svolazzato per la casa e ai libri mi sono afferrata”.

Nelle tue poesie c’è una forte presenza della nostalgia, dell'“affanno di esistere” in cerca di una risposta. Ci sono la solitudine e la tristezza, incombe sempre come un dolore oscuro, ancestrale (“La morte sta seduta dall’altra parte dell’uscita / per ora non mi abbandonerà”). Non a caso il tuo ultimo libro prende avvio con un’epigrafe di Alejandra Pizarnik.

Hai ragione: la presenza di Alejandra Pizarnik fin dall’inizio del libro è fondamentale. Nella poesia femminile latinoamericana il tema amoroso è prevalente, anche nella poesia della Pizarnik, solo che lei era innamorata della propria morte. Questa forma di amore così oscura mi affascina e mi spaventa. Sento che sono una persona devota alla vita, anche se quando pubblicai il mio secondo libro, Inventario de Ciudad, diverse volte mi domandarono se avevo intenzione di suicidarmi. Non lo pensavo a quei tempi, non lo penso adesso. Nel 1998 sono stata sul punto di morire per una malattia tropicale. Mentre stavo in ospedale con poche speranze di sopravvivere mi sono resa conto che non avevo paura della morte. Con gli anni questo sentimento di accettazione della morte si è fatto ancora più forte e sono convinta che ciò sia dovuto al fatto di averci riflettuto a lungo sopra, di averne scritto in tanti modi. In fin dei conti la morte è la verità più universale.

Ci sono molti e costanti riferimenti, nel tuo lavoro poetico, alla poesia femminile. Penso, per esempio, alla stessa Pizarnik, ma anche a Juana Rosa Pita, Linda Pastan, Anna Achmatova...

Non credo nella Storia Universale. La storia delle donne è molto diversa dalla storia degli uomini. Abbiamo vissuto da sempre in tempi paralleli. Le donne, storicamente relegate su un piano secondario, hanno creato una modo diverso di relazionarsi con la parola. Per dirlo in altre parole: il nostro avvicinamento al linguaggio è più innocente. Innocente, ma non ingenuo.
Una volta pensavo che nella scrittura non avessero importanza i generi, ma ora, leggendo libri scritti da donne, mi rendo conto che non è così e ho cambiato idea. Le donne si sono alimentate del canone maschile, non per farne parte integrante ma, al contrario, per radicarsi in una tradizione femminile tanto antica e importante come quella maschile. Purtroppo persistono parecchie situazioni di disuguaglianza, e le cose vanno migliorate. Con questo non voglio dire che le donne scrivono per essere lette da altre donne: il buon lettore non distingue tra i generi. Sono convinta che prima o poi verrà il giorno in cui nascere uomo o donna sarà irrilevante, dal punto di vista sociale, ma fino all’ora noi donne seguiteremo a vigilare e a lottare.

Però la tua, nonostante i tanti riferimenti alla tradizione femminile, è una poesia che lascia poco spazio al sentimentale, al barocchismo, alla retorica e si impone un controllo molto rigoroso del linguaggio, quasi una “economia” dei versi, una essenzialità che appare come indispensabile alla poesia stessa. E si pensa alla grande lezione di Eliot, di Pound, per esempio, o – qui in Italia – a quella di Ungaretti, Montale, Penna...

Mi sorprende che tu mi dica, e non sei il primo, che nella mia poesia c’è poco spazio per il sentimentale. Io penso che forse questo si deve all’assenza di aggettivi tradizionalmente relazionati con ciò che si suppone romantico. Diciamo che fuggendo da loro, e pretendendo la sobrietà e una economia delle parole, desidero trasmettere quello che tu stesso ammetti di trovare nei mie versi: “una forte presenza dalla nostalgia, dell’affanno di esistere, della solitudine, della tristezza, di un dolore oscuro, ancestrale”. Ma potremmo dire la stessa cosa dei poeti che citi. Così quando Ungaretti scrive: “E non cerco se non oblio / nella cecità della carne” o T. S. Eliot nei versi: “È questo il modo in cui finisce il mondo / Non già uno schianto ma un lamento”, non c’è proprio nulla di sentimentale?

Parliamo della musica nella tua poesia: è un modo di aggiungere dell’altro (talvolta di inesplicabile e più intenso) alla parola? o per misurare il tempo, come dettano i tuoi versi: Il tempo non si misura, si interpreta: / così ci insegna la musica”.

La tua domanda mi fa venire alla mente un aneddoto simpatico, che dovrebbe riferirsi a Verlaine. Quando un suo amico musicista gli raccontò che stava componendo una musica per i suoi versi, il poeta rispose categorico: “pensavo che già ce l’avessi messa io!”. Per Verlaine il verso doveva essere prima di tutto musica, un’armonia di suoni che doveva far sognare il lettore.
La musica è all’origine stessa della poesia. Nella Grecia antica il poeta si accompagna con la lira e tutt’ora quello strumento seguita a rappresentare la scrittura poetica. Nella tradizione della lingua spagnola per raffinare l’udito poetico ci basiamo sulla poesia del “Siglo de Oro” e della poesia Modernista. La rima e la metrica agevolano la sensazione della musica. Io scrivo solamente in verso libero, ma certamente non rinuncio mai al ritmo musicale del testo. Posso modificare molte volte un solo verso per far sì che si “ascolti” bene.

Traduzione dallo spagnolo di Alessio Brandolini




LAUREN MENDINUETA
è nata a Barranquilla, in Colombia, nel 1977. Ha vissuto nel 2005 in Messico, poi in Spagna, attualmente vive a Lisbona. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:
  • 2008  La vocación suspendida (Spagna, in uscita – in una nuova edizione – anche in Colombia)
  • 2007  Poesía en sí misma (antologia, Colombia)
  • 2006  Autobiografía ampliada (Spagna, Messico)
  • 2004  Donde se escoge el pasado (Colombia, seconda edizione 2005)
  • 1999  Inventario de Ciudad (Colombia, introduzione di Álvaro Mutis)
  • 1998  Carta desde la aldea (Colombia)
I suoi libri di poesia hanno ricevuto diversi riconoscimenti. Suoi testi sono stati inseriti in antologie sulla poesia colombiana e latinoamericana, tradotti in italiano, inglese, tedesco e russo. Nel 2004 ha pubblicato una biografia di Marie Curie (Maria Curie, dos veces Nobel, Colombia).

(Le due foto sono di Daniel Mordzinski)  



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