FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia
Numero 7
luglio/settembre 2007

Altre terre

TERRE LONTANE
IN MEMORIA DEI PRIMI MARTIRI DELLO SPIRITO PLANETARIO

di Cristiana Lardo


Careless Explorer. L'avevano chiamata così, dopo sedici anni di ricerche, prove, paziente lavoro di tecnici e brillanti intuizioni del giovane ingegnere che l'aveva ideata. Con il compito di portare il messaggio di pace su Marte: il saluto della Terra alle forme di vita intelligente che erano state scoperte appena qualche anno prima.

Cinque continenti che, sebbene lacerati da guerre e discordia - e ormai le lotte civili dividevano anche le famiglie -, per un giorno si davano la mano, e mandavano una delegazione a salutare gli "amici" dello spazio.

Cinque uomini, sulla Careless, uno per ogni angolo del mondo, nella pace e nella fratellanza. I panni sporchi si lavassero in famiglia: agli alieni - e la stampa aveva contribuito a dare alla parola una connotazione positiva, e faceva furore il merchandising con il motto ALTRO È BELLO - bisognava portare amicizia, concordia, fratellanza e soprattutto la maschera della superiorità.

Un rudere antico, donato con spreco di fanfare da qualche sotterraneo di museo; libri illustrati; l'immancabile "uomo" di Leonardo (nello spazio ne erano state mandate tante riproduzioni, ma sembrava che nessuno se ne fosse accorto...), fotografie.

Nel sistema solare senza rischi: guidata dai migliori dalla Terra, la Careless era munita di un gigantesco airbag: se qualcosa non avesse dovuto funzionare, i cinque sarebbero riatterrati come su una soffice nuvola, e non si sarebbero neanche accorti del rimbalzo.

Sì, tutti avevano dato il meglio per la Careless Explorer. Sedici anni, le migliori teste e le migliori mani avevano lavorato, e il gioiello del secolo era pronto per il decollo!

Avevano finito. Tutto era andato a puntino. Ogni cosa secondo i piani. Solo, mancavano gli abitanti, su Marte - il filippino, rappresentante dell'Asia, aveva scorto un guizzo, dietro una duna pietrificata, ma era stata soltanto un'ombra. L'astronauta tunisina non gli aveva creduto, e ne era nato un piccolo battibecco, tutti avevano alzato la voce e forse quelli, i marziani, ne avevano approfittato per fuggiti indisturbati.

Però i cinque avevano lasciato lo stesso le insegne della cultura e della superiorità terrestre su una specie di tavolo, portato apposta - tutto era stato pensato in anticipo, dai geni della Careless -, smisuratamente alto, che non poteva non incuriosire forme di vita intelligente da educare e istruire.

Un cavallo di Troia innocente, un piccolo trucco come si fa con i bambini quando non vogliono mangiare.

Scattarono le foto di rito al panorama.

Piantarono la bandiera planetaria.

Buttarono un ultimo sguardo alla superficie, rossa e rugosa, che occultava la vita intelligente di quel pianeta.

E ripartirono.

Era terra di missione, terra da educare, c'erano proseliti virtuali. Peccato. Dovevamo insegnargli tutto e invece se ne sono andati, hanno preferito restarsene nascosti: esseri inferiori che non vogliono imparare!

Loro adesso, i cinque astronauti terrestri, erano la storia; "la magistra vitae".

Lo sapevano fin da bambini, da quando li avevano portati per la prima volta al Museo Planetario Totale a vedere le meraviglie della cultura terrestre. Tutti serbavano ancora davanti agli occhi i monumenti romani, i sontuosi templi precolombiani e le curatissime ricostruzioni delle case dei coloni americani, le chiese romaniche e gotiche dell'Europa, smontate pezzo per pezzo e ricostruite alla perfezione, come tutto il resto, nell'immensa area del Museo.

E adesso loro erano un po' come la personificazione del Museo: dove è rappresentata tutta la storia della Terra, dove ogni terrestre bambino deve per forza andare, a vedere insieme la maestra di vita, tutta la storia possibile d'ogni parte del nostro amato pianeta.

Passarono giorni così, sulla Careless, tra il salotto e la palestra; allo stesso tavolo del ristorante - ristorante fantasma, silenzioso - mangiavano insieme l'abbondante e raffinato cibo liofilizzato, dormivano nelle loro camere confortevoli.

L'astronauta filippino sollevò la testa, pallido: "Ho trovato la zona dell'atterraggio. Ho fatto tutti i calcoli. E ho scoperto il luogo dell'atterraggio. Esattamente sopra il Museo. Non ci sono comandi, sulla Careless. Fanno tutto loro, dalla base. Non possiamo neanche rispondergli. Guardate quello schermo: il video-contatto è monodirezionale. Vedete queste mappe? Le ho portate di nascosto. Come effetti personali. La Careless distruggerebbe tutto quello che c'è nel Museo".

«I nostri governanti planetari sono buoni, lavorano per il bene della gente. Non possono mica ucciderci... io non credo che loro lo vogliano... la Storia serve a far diventare gli uomini più grandi.

Non lo ricordate il latino che tutti noi, giustamente, abbiamo dovuto studiare? "Historia magistra vitae": sta scritto in tutte le città, persino sulla porta del Museo.

No, sono sicura, me lo sento: atterreremo davanti al Museo, ci sarà la televisione, i governanti dei nostri paesi e quelli planetari. Vedrete». La rappresentante dell'Australia parlava con le lacrime gli occhi.

Poi il video cominciò a lampeggiare.

C'era un messaggio dalla Base Operativa.

Riuscirono a sintonizzarsi all'istante: dalla Terra dicevano che tutto stava andando secondo i piani, che l'atterraggio sarebbe stato morbido e sicuro, che loro avrebbero dovuto restare seduti sui divani, assicurati con le cinture.

Mancava un'ora all'arrivo: erano ormai certi che sarebbe finito tutto - in modo indolore, sulla Terra ci sapevano fare, con la morte dolce - entro pochi minuti.

Aspettavano la deflagrazione.

Videro la Terra che si avvicinava.

Si sedettero sui divani, come da istruzioni: in quell'obbedienza all'ordine, forse, era celata una speranza segreta. Far finta d'essere sani, far finta di non sapere, far finta che tutto stesse andando naturalmente bene.

Allacciarono lentamente le cinture, senza dire una parola.

Aspettavano il sibilo dell'airbag.

Le cinture di sicurezza scattarono da sole, si chiusero le porte del grande salotto.

Cominciava a mancare l'aria.

Un dolce rallentare seguito da un rumore metallico, come di porta.

Un piccolo sobbalzo e, subito dopo, la sensazione di terra sotto di sé.

Nessuno aveva sentito l'aria e il tonfo sordo dell'enorme palloncino, di certo non s'era gonfiato.

Eppure sembravano atterrati, non certo morti.

Si guardarono intorno e videro, dai grandi oblò, alti vetri, e, al di là, faretti che dilagavano luce biancastra.

Luce puntata: luce da museo.

Scorsero, di fronte a loro, una serie di archi in circolo. Tutti li avevano già visti, ognuno di loro aveva visitato il maestoso Colosseo, portato da Roma.

Videro due persone che camminavano, allontanandosi, seguendo la scia delle luci e parlando tra a voce bassa.

«È andato tutto secondo i piani. Sono atterrati bene, la botola che li ha portati nella teca non si è neanche scalfita».

«Ora sulla Terra abbiamo un'altra meraviglia. Ecco la storia in presa diretta, in tempo reale. Abbiamo il gioiello del secolo nel nostro glorioso Museo».

«Bisogna avvertire subito la squadra degli imbalsamatori, però».

La mattina, la fila dei visitatori era lunga e in fibrillazione: avrebbero visto per primi la Careless Explorer esposta al Museo. Con dentro i cinque rappresentanti della Storia, quelli che avevano portato la nostra suprema civiltà nello spazio. Coloro, diceva il depliant, che avevano parlato con gli extraterrestri e li avevano convertiti. Sì, proprio i cinque fortunati che avevano incontrato gli abitanti di Marte: i primi gloriosi martiri dello Spirito Planetario.

 

clardo@alice.it