FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia
Numero 3
luglio/settembre 2006

Signore Bestie

LA POESIA DI VERA LÚCIA DE OLIVEIRA

di Alessio Brandolini


Vera Lúcia de Oliveira è nata in Brasile nel 1958, la madre è figlia di immigrati italiani. L'esordio poetico risale al 1983, lo stesso anno in cui vince una borsa di studio per l'Italia e si trasferisce a Perugia, dove tutt'ora vive, pur essendo ricercatrice di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Lecce. Scrive (e traduce) sia in portoghese che in italiano. Tra i tanti riconoscimenti è da segnalare almeno il Premio di Poesia dell'Accademia Brasiliana di Lettere e quello, più recente (giugno 2006), del Ministero dell'Educazione del Brasile con il libro inedito Entre as junturas dos ossos, che sarà pubblicato in 300.000 esemplari e distribuito in tutto il paese.

Verrà l'anno (Fara, Santarcangelo di Romagna 2005, pp. 79, Euro 8) è il suo ultimo lavoro poetico, scritto direttamente in italiano. È una specie di denso poemetto, dove i testi - come quelli della precedente raccolta - si susseguono senza titolo, né punteggiatura, né maiuscole (restano solo i punti interrogativi). Nel cuore della parola (2003, Adriatica - traduzione di Guia Boni) contiene un saggio di Luciana Stegagno Picchio in cui la studiosa sottolinea il forte legame della poesia di Vera Lúcia de Oliveira al senso dell'udito (la sua grande capacità d'ascoltare le voci del mondo), all'oralità e alla tradizione popolare. Per questo i suoi testi sono liberi d'ogni eccesso di retorica, d'enfasi, di ostentata metafisica per puntare dritto al cuore, all'essenza delle cose, e della vita. Una poesia quotidiana, quindi, eppure che, senza apparente sforzo, riesce a spingersi avanti, a diramarsi verso l'altrove, a coinvolgere l'elemento universale. Così la voce del singolo diventa una voce collettiva, che può essere di ciascuno di noi, o di tutti insieme, una voce corale:

la mia storia non la racconto ma se vuoi invento
ho storie dentro di me che nascono e restano
a rimuginare ho un sacco di storie tanto
più le racconto più diventano vere
c'è gente che piange e chiede dove le vado a prendere
rispondo che stanno dentro ognuno di noi

Poesia tratta da Nel cuore della parola, raccolta tra l'altro impreziosita da un commento del grande poeta brasiliano Lêdo Ivo che di questi versi apprezza il "lirismo coagulato" che supera le tradizionali misure metriche "per imporre, in un'apparente decostruzione, una realtà che ferisce e inquieta".

Il bilinguismo di Vera Lúcia de Oliveira, e potremmo anche aggiungere il "biculturalismo", si traduce in un ampliamento degli strumenti per comprendere il mondo, per penetrare i segreti della vita dell'uomo, della sua anima e - soprattutto - del suo dolore, in capacità di accogliere le voci che ci stanno intorno senza rinchiudersi nel proprio io. La lingua semplice e parlata, quella di tutti i giorni che evita ogni parola difficile o aulica, è il filo con il quale il poeta tesse il "discorso comune": la voce intensa e pacata che parla per ogni uomo, così com'era all'origine della poesia. Allora il trascorrere della vita e della storia si fa materia lirica, nutrimento di questi testi che talvolta sembrano racconti in miniatura:

il bosco è una casa di occhi
li vedevo nascosti e mi vedevo
a guardarli rompersi dai gusci
e venire fuori a salutare il giorno

Se la grande tradizione della poesia in lingua portoghese è ovviamente presente in quella di Vera Lúcia de Oliveira - si pensi a Carlos Drummond de Andrade, a Murilo Mendes, al citato Lêdo Ivo di cui qui da noi la de Oliveira ha curato una stupenda antologia, o allo stesso Pessoa, - in quel desiderio dell'autrice d'immedesimarsi in personaggi diversi, di riuscire dal di dentro a esprimerne la passione, il dolore, come non pensare all'Ungaretti che in pochi versi descrive tutto un mondo di passioni, alla sua misura, alla cura maniacale per ogni singola parola. Inoltre la lingua della poeta brasiliana (o brasilo-italiana?), il tono basso e insieme la tenacia nel resistere alla degradazione del linguaggio comune, così come le tante domande presenti in Verrà l'anno e il tono a volte volutamente infantile, ripetitivo, ingenuo, un po' sconnesso, fanno venire in mente il primo Palazzeschi (di "I cavalli bianchi" e "Lanterna") e i poeti dialettali italiani del Novecento, soprattutto Raffaello Baldini:

c'era un vento leggero
lo sentivo sul tetto
sfregarsi alle tegole
strusciarsi pare
avesse preso gusto
ad annusarle

Il rapporto con il Brasile lontano è fortissimo, e struggente. Per questo la parola "casa", è la più usata (sognavo una casa sulle spalle/ come una lumaca dicevo). Un alloggio sobrio e piccolo, perché bisogna essere sempre pronti a spostarsi, a fare e disfare le valigie, a portarsi dietro poche cose: quelle necessarie, indispensabili. Soprattutto il ricordo, e la presenza e l'amore degli altri. Normalmente la poesia si nutre di silenzio, qui è il contrario: la casa-poesia di Vera Lúcia de Oliveira è fitta di voci e rumori, e affollata di volti.

Verrà l'anno (che come inedito ha vinto il premio "Popoli in cammino") si compone di 59 brevi testi: è un piccolo libro che però contiene grandi cose. Dal taglio originale, per via di quel surrealismo dimesso, fatto di versi quasi sussurrati, privi di toni retorici e declamatori. Dalle poesie di questo poemetto che si proietta verso il futuro - eppure legatissimo al passato e alla memoria - emerge un mondo fiabesco e altamente lirico, legato alla purezza, al candore, alle portentose visioni dell'infanzia.




Intervista a Vera Lúcia de Oliveira


Il tuo ultimo libro, Verrà l'anno (Fara, 2005) lo hai scritto direttamente in italiano. Perché questa scelta? E pensi di proseguire in questa direzione? E in Brasile non si sono arrabbiati?

Si, l'ho scritto in italiano. Vivo da molti anni in Italia, e scrivo nelle due lingue, portoghese e italiano. Questo non è il primo libro che scrivo in italiano. Nel 2000 ho vinto il Premio di poesia di Senigallia con la raccolta La guarigione, scritta anche tutta in italiano. Non è una cosa che ho cercato o voluto, solo è successo per le contingenze della vita. Scrivo sin da bambina, stranamente non ho iniziato con la poesia, come avviene di solito. Ho cominciato con i racconti, molto brevi. Poi sono approdata alla poesia perché è il linguaggio della massima concisione e della massima incisività. Prima di venire in Italia, quindi, avevo già pubblicato il mio primo libro, una breve raccolta che aveva vinto un premio nazionale in Brasile, nell'83. Poi, per un po' di anni, sono vissuta in bilico, senza decidermi, fra il Brasile e l'Italia, e per ognuno di questi due paesi provavo un'attrazione irresistibile. Alla fine, ho dovuto scegliere e visto che ormai mi ero sposata in Italia, sono rimasta qui, ma sempre con il desiderio di ritornare in Brasile. E la cosa paradossale è che quando sono in Brasile, desidero talvolta essere in Italia, e viceversa, come se in realtà il mio problema fosse proprio che sono una nomade nell'anima, una straniera ovunque, un'esule in qualunque posto mi trovi. Allo stesso tempo, mi sento sempre a casa ovunque, amo ogni città che visito, ho una passione insaziabile per i viaggi, per i paesi, le persone che incontro, i modi di vivere, i modi di parlare e di scrivere, di mangiare, di camminare, di vivere e persino di morire. Una cosa che osservo spesso è il rapporto che ogni popolo ha con la morte e questo rivela, d'altra parte, il rapporto che ha con la vita.
Tu mi chiede se in Brasile non si sono arrabbiati. Sì, ma solo mia mamma che si lamenta che così non può leggere una parte di quello che scrivo, sebbene lei sia nipote di italiani stabilitisi in Brasile all'inizio del Novecento. Per il resto, prima di me c'è stato un illustre poeta brasiliano bilingue, Murilo Mendes, vissuto fra Brasile e Italia negli anni sessanta e settanta. E non possiamo dimenticare Fernando Pessoa, uno dei più grandi poeti del Novecento, bilingue pure lui, che ha scelto il portoghese per la lirica e che usava l'inglese per altri scritti e saggi. Il bilinguismo non è una cosa nuova nella letteratura. Il fatto è che convivo con le due lingue nella mia anima e le poesie così nascono da questa doppia convivenza. Ho un processo di elaborazione lento e interiore e quando inizio un testo, alla fine scopro che ho dentro il libro intero, non solo una poesia singola. E questo processo interiore si realizza in una delle due lingue senza che io, apparentemente, abbia voce in capitolo.

La tua sensibilità poetica, e lo sguardo sulle cose, cambia preferendo una lingua o l'altra?

Credo di no. Non è lo sguardo che cambia, ma l'ambito osservato, la parte di realtà che scruto, sia dentro che fuori di me. Una lingua è una prospettiva sulla realtà e le parole nascono perché sono necessarie nel rapporto con la geografia e con la storia di un popolo. In Italia probabilmente uso parole che posso usare meno o proprio non utilizzare in portoghese, e viceversa. Ci sono parole intraducibili da una lingua all'altra. Si possono trovare approssimazioni, adattamenti, ma talvolta non c'è nell'altra lingua un termine per lo stesso concetto, o lo stesso sentimento che si desidera esprimere. Questo è uno dei drammi del traduttore. Una lingua è una cultura, non basta conoscere il funzionamento del sistema e le regole grammaticali: se non si conosce il paese che usa quella lingua, il modo de pensare delle persone che vi abitano, non si conosce veramente il suo codice espressivo.

Sei in Italia da molto tempo ma legatissima al tuo paese, il Brasile, e ai suoi grandi poeti, alla letteratura di lingua portoghese, visto che tra l'altro la insegni. Quali sono i punti di contatto e le differenze più marcate tra questi due mondi?

Sono due mondi molto diversi, nonostante si pensi molto spesso che ci siano tante affinità fra Brasile e Italia. Non nego che ci siano affinità, ma quanto ti ritrovi a vivere in Italia, come nel mio caso, saltano fuori soprattutto le differenze.
Sono cresciuta in un paese multietnico e multiculturale, abituata sin da bambina a stare con compagni di scuola che avevano religioni diverse, peculiarità culturali proprie. Eppure non mi è mai passato per la testa che fossero diversi da me. In un'intervista pubblicata su "La Repubblica" del 5 maggio 2006, lo scrittore brasiliano Milton Hatoun ha affermato: "noi non ci consideriamo afro-brasiliani, italo-brasiliani, nippo-brasiliani o arabo-brasiliani. Noi non facciamo compartimentazioni, non classifichiamo, non denominiamo le persone in funzione dell'origine o dell'etnia di questo o quell'altro gruppo sociale per distinguerle dagli altri". È proprio così, più che le diversità, ci unisce l'identità nazionale, il senso di appartenenza forte ad una cultura, a una geografia e a una storia, a un destino comune.
In Italia invece ho imparato che le differenze, etniche e culturali, sono molto volte usate per discriminare. E ho sofferto molto nei primi tempi, perché avevo sognato a lungo di conoscere l'Italia, la terra dei miei nonni. Poi, piano piano, ho cominciato a fare nuovi amici, e ho scelto io, da allora, le persone con cui voglio convivere e comunicare, sebbene non possa evitare in assoluto quelle che entrano nella nostra vita senza essere invitate e che ci fanno soffrire.
Per il resto, sono innamorata dell'Italia da sempre e mio marito mi dice che ho passato a lui la mia passione, soprattutto per l'arte, per le città che abbiamo visitato insieme, i monumenti, i musei in cui passavo intere giornate (lui non resisteva un giorno intero però...).

A quali autori si lega (e/o s'ispira) la tua poesia?

Mi sento legata a tanti poeti, brasiliani in primo luogo, visto che sono stati i primi che ho letto, come Manuel Bandeira, Mário de Andrade, Carlos Drummond de Andrade, Murilo Mendes, João Cabral de Melo, poeti portoghesi dell'Otto e del Novecento, come Fernando Pessoa, Cesário Verde, Sophia de Mello Breyner, Camilo Pessanha, Eugénio de Andrade. E poeti italiani contemporanei, come Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni, Sandro Penna. E poi gli scrittori russi, la mia passione adolescenziale, e francesi, scoperti all'università. Leggo molto, soprattutto poesia e saggistica. Ultimamente meno prosa, e solo quello che veramente riesce a interessarmi dalle prime pagine. Di tanti nomi che potrei citare, penso un peso specifico si debba all'opera di João Guimarães Rosa, uno dei più grandi scrittori di lingua portoghese di ogni tempo, e Marguerite Yourcenar, con il suo Memorie di Adriano.

Se la tua poesia è in italiano ed è pubblicata in Italia, dove vivi, non si può non parlare di te come "autrice italiana". Sì, ma senti la cosa un po' forzata?

Non penso che questo problema sia stato posto ancora, non in Brasile almeno ma non credo neanche in Italia. In Brasile succede che chi vive fuori viene abbastanza ignorato dalla critica. Abbiamo qualche possibilità solo partecipando ai concorsi e ai premi letterari che poi pubblicano le opere vincitrici. Solo così riesco a pubblicare, sia in Brasile che in Italia. Si può dire che solo ora stia nascendo una critica interessata agli autori brasiliani della cosiddetta diaspora, perché in effetti ci sono attualmente diversi scrittori e intellettuali brasiliani che vivono e scrivono all'estero. Due anni fa la Prof. Else Vieira ha organizzato a Londra un seminario proprio su questo tema, e ora uscirà la prima antologia dei poeti brasiliani bilingui: ne fanno parte tre poeti che vivono in Inghilterra, uno che vive in Canada, e io, che vivo in Italia. E ci sarà uno studio molto interessante del fenomeno da parte di Else Vieira. L'antologia sarà presentata a Rio de Janeiro nel prossimo mese di luglio, al Convegno Internazionale di Letteratura Comparata (ABRALIC). Per quanto riguarda l'Italia, vedo che ci sono ultimamente convegni sugli autori stranieri che scrivono in italiano, ma ognuno cura solo il proprio orticello. Bisogna per forza classificare, delimitare. È come se poi ti chiedessero di scegliere, stai di qua o di là, cioè sei autore - che ne so - algerino, albanese - o sei italiano? E se uno appartiene a due contesti, a due mondi, e se non gli è proprio possibile scegliere senza menomare tutta una parte di sé? Gli autori così in bilico sono condannati, credo, ad essere ignorati a lungo, come è successo appunto a Murilo Mendes e a Fernando Pessoa.

La cosa che più mi ha colpito nella tua poesia, fin dalla prima lettura, è il senso della leggerezza e la voglia di comunicarla. Leggendo i tuoi testi a volte si percepisce come il fruscio d'ali di farfalle. Hai tolto tutto il superfluo (non a caso i testi sono brevi) per lasciare l'essenziale, il senso profondo della tua poesia?

Mi stupisce che tu dica che i miei testi sono leggeri, e anzi ne sono contenta perché in genere mi dicono il contrario. Affronto questioni sempre dolorose, ho bisogno spesso di mettere le mani dentro la ferita, per capire quanto è estesa e per cercare di guarirla, se è possibile. Per anni ho avuto un dialogo a distanza con una cara amica di Messina, Grazia Basile, che è venuta a mancare da poco, una persona coltissima e di grande sensibilità. Lei mi diceva proprio che temeva questa mia frequentazione della parte più dolorosa della vita, voleva farmi vedere altre cose, temeva che io soffrissi più degli altri. A volte abbiamo avuto telefonate infuocate: le dicevo che non ero io a scegliere certe tematiche, anzi non potevo evitare di guardare le cose, di vedere quanto dolore c'è ovunque, di notare le persone abbandonate, buttate via come cose, escluse da tutto. Come posso vivere facendo finta che tutto sia bello solo perché sto bene, ho da mangiare, ho bei vestiti da mettere? Non è retorica, il fatto di essere cresciuta nel sud del mondo mi ha dato una prospettiva diversa sulle cose. Il dolore poi, non lo capisco e non lo accetto. Ho scritto tutto un libro sul dolore, Tempo de doer / Tempo di soffrire, pubblicato nel 1998, in cui rifletto sul dolore in tutte le sue dimensioni e manifestazioni. Ma forse hai ragione a dire che la raccolta Verrà l'anno è più leggera delle altre. Proprio per questo l'ho dedicata a Grazia Basile, perché forse era così che lei intendeva la leggerezza della poesia: non deve essere leggera per noi che la scriviamo, ma per il lettore, che potrà scendere nelle cose e anche nelle ferite della vita senza sentire il dolore che abbiamo sentito noi. Lo aveva affermato già Fernando Pessoa in una famosa poesia:

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

Eppure i tuoi testi alla fine non risultano criptici e il tono non è mai ascetico, oracolare ma, al contrario, colloquiale. C'è dietro una scelta linguistica ben precisa? E, forse, anche una visione spirituale?

Hai visto bene e se penso a ciò mi accorgo che tutti gli autori e poeti amati da me seguono questa linea, non sono criptici, non parlano solo a un pubblico di iniziati. A me interessa molto ascoltare, vado in giro camuffata, se così si può dire, e ascolto voracemente le voci attorno a me, non il chiacchiericcio banale, ascolto le voci che portano con sé un po' dell'anima di chi parla. Sono queste le parole pesanti, le parole concrete, terribilmente giuste anche quando racconto del dolore e della morte. Ho sempre avuto un'attrazione per le parole dense e le vado a cercare. Rubo parole, ma non lo faccio per male, lo faccio per imparare qualcosa da loro, per imparare a condividere le sofferenze, a essere paziente con me stessa e con gli altri, a essere umile quando scrivo. Si, credo che sia una visione spirituale che mi porta a scegliere le parole di tutti, a non pensare che io sia stata nominata da non so quale divinità per parlare in nome degli altri. Non parlo in nome degli altri, parlo con gli altri.

In un testo inedito qui inserito scrivi:

sai dire se anche di là c'è vita?
se anche di là bisogna nascere e morire
A quale di "là" ti riferisci?

È un discorso che ho sentito, non con le stesse parole, ma con lo stesso senso. Il "là" è l'altra vita che la religione afferma che avremo. Ma un poveraccio che ha sempre patito la vita, teme la resurrezione. Per voler rinascere bisogna amare la vita. Ho osservato che i vedovi e le vedove che si risposano, lo fanno perché sono stati felici nel primo matrimonio. Ma chi è stato infelice, non ne vuole più sentir parlare. In Brasile, durante il periodo della dittatura, molti sacerdoti che lavoravano nelle regioni più povere del paese, dicevano che non potevano più promettere, come compensazione, il regno dei cieli a chi moriva di stenti davanti a loro, tanto non sarebbero stati credibili. Così è nata la Teologia della Liberazione, nella quale sono cresciuta e che condivido.

Nella tua poesia si parla molto di vita e di morte, di attese, di traslochi, di case, di partenze improvvise, di paura di lasciarsi vivere. C'è come un timore d'abbandonarsi alla vita che, lo scrivi in un verso, dovrebbe essere presa a piccole dosi. Mi sembra di vederci dietro il pensiero della gente umile e onesta. È come se il punto di vista nella tua poesia fosse costantemente quello dal basso, come se a parlare fossero direttamente le persone conosciute, incontrate. Non a caso una scelta linguistica così fortemente legata all'oralità. Allora: una poesia fatta di voci? Una poesia corale?

Si, è proprio questo, è una poesia fatta di voci, non oso dire che sia corale, non vorrei essere presuntuosa. Nel libro che uscirà ora in Brasile che ha come titolo No coração da boca, in italiano approssimativamente Nel cuore della bocca, raccolgo una serie di voci, voci che erano rimaste a lungo dentro di me, e sono voci dolenti, di gente che cerca qualcosa, tante cose, talvolta piccole cose per essere felice. Come le persone desiderano la felicità... è il sentimento più forte che abbiamo, il desiderio più profondo. Ognuno poi individua in qualcosa o in qualcuno la felicità. Ma tante persone si accontenterebbero di molto poco e neppure questo poco viene loro concesso.




LA CARNE QUANDO È SOLA
Silloge inedita

sai dire se anche di là c'è vita?
se anche di là bisogna nascere e morire
lottare per il pane faticare per l'amore
logorarsi per non perdersi? io qui
mi sono stancato se parto qualcuno
mi deve pur garantire che non
dovrò ricominciare daccapo
***
ho avuto lunghe giornate di sogno e dentro
mi nascondevo, le cose le costruivo come
a me parevano giuste
poi sono dovuto uscire
mi dicevano ormai sei un uomo
il fatto è che io non avrei mai dovuto
lasciare la mia casa senza una corazza
***
quanto era bello il mare azzurro d'estate il vento
fra i corridoi il bianco nelle case illuminate dal sole
poi ho visto le cose sformarsi e prendere a soffrire
come se si fossero pentite della loro felicità
***
se era perché tutto si disperdesse fra le cose
le parole dure gli occhi di odio se era perché
l'amore fosse un muro e la casa una prigione
mi avresti dovuto avvertire mi avresti dovuto
dire che l'amore non poteva bastare
***
per telefono ha detto ora mi sposo
vado con lui per il mondo sono vecchia
ma posso amare ancora posso
ricevere il dono di un corpo se pensi
che per me non è più l'età dell'amore
perché Dio me lo avrà messo nel cuore?
***
dalla finestra sentiva il rumore del vento
la vita nel ventre pulsava
i rami sul vetro come unghie
appuntite laceravano la luce
convocavano Dio per vedere
la carne quando è sola
***
dal dolore sono nato come ogni essere
ma quello mi è rimasto attaccato
ho provato a vivere camminare
un cordone mi teneva stretto
ed io non ho potuto assaggiare
l'ebbrezza del distacco
***
diceva che la vita era bella se presa a piccole dosi
ogni giorno una piccola fiammella che stai lì a soffiare
può darsi che nemmeno Dio si accorga
che sei viva e ti risparmi la morte
***
aveva una gamba che non la ubbidiva più
una gamba malata non lei la gamba
sicché la sua anima era un maratoneta
la sua anima scorrazzava ovunque
questo era il suo dolore che l'anima
era finita per zoppicare a furia
di trascinarsi il corpo come un peso morto
***
a far sorridere un bambino ci vuole poco
vorrei vedere se ci riesci con un vecchio
abbiamo dentro il dolore di non poter
più essere amati
non vedi come guardiamo i giovani
che sprecano la loro bellezza
tutta si perde e se ne va senza che
noi o loro ne abbiamo fatto
sufficiente provvista
***
te ne stai dentro una vena malata non vedi la luce
chi ti ha cacciata in quel cunicolo?
vorrei avere un'altra vita un poco più di vita
per farti vedere che fuori ci stanno
altri modi di attraversare la morte
***
era una casa di silenzio
l'aveva creata
ora stava dentro il muto
non sentiva il rumore
del proprio cuore
non sentiva il rumore
di nessun cuore
***
quando ero piccolo portavo dentro di me
un'anima che non è cresciuta con il corpo
è rimasta bambina le persone non lo potevano
sapere mi dicevano ora che sei diventato grande
ma l'anima aveva paura di tutto e tutto era
pronto a ferirla là dove non avrei mai potuto dire
***
alla mamma non posso dire che la luce mi urta
da lei ho preso gli occhi da lei ho preso il modo
di aprire gli occhi da lei ho preso persino il modo
di non stare in silenzio nel muto
***
camminare nel buio
incespicando a fatica
non si raggiunge l'uscita
non si fa che girare in cerchio
barcollare sui lembi
della stessa ferita


Vera Lúcia de Oliveira VERA LÚCIA DE OLIVEIRA

È nata nel 1958 a Cândido Mota, nello stato di São Paulo, in Brasile, ma dal 1983 risiede a Perugia. È ricercatrice di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Lecce e autrice di numerosi lavori su poeti contemporanei pubblicati in riviste italiane e straniere. Scrive sia in portoghese che in italiano e ha ricevuto importanti riconoscimenti, come il prestigioso Premio di Poesia dell'Accademia Brasiliana di Lettere per il libro A chuva nos ruídos (2004). È presente in antologie pubblicate in Brasile, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra e Stati Uniti. Ha pubblicato i seguenti libri: A porta range no fim do corredor (poesia, 1983), Geografia d'ombra (poesia, 989), Pedaços / Pezzi (poesia, 1992), Tempo de doer / Tempo di soffrire (poesia, 1998), Poesia, mito e história no Modernismo brasileiro (saggio, 2002), La guarigione (poesia, 2000), Uccelli convulsi (poesia, 2001), No coração da boca / Nel cuore della parola (poesia, 2003), A chuva nos ruídos (poesia, 2004), Verrà l'anno (Fara, Santarcangelo di Romagna, 2005 -a Premio "Popoli in cammino").

 

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